Quella tranquillità di Messina nel mare agitato della finanza italiana
Quella tranquillità di Messina nel mare agitato della finanza italiana
Dopo il fracasso intorno a Mps, la quota aumentata di Unicredit in Generali e la mossa di Leonardo Maria Del Vecchio sulla cassaforte di famiglia riaprono nuovi scenari. Solo Intesa Sanpaolo mantiene una linea di sorprendente stabilità

di di Paolo Panerai 29/04/2026 19:30

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Ecco la serenità di Intesa Sanpaolo e del suo Ceo, Carlo Messina, mentre da mesi si assiste a una sorta di tempesta bancaria, a cominciare dalle vicende Mps. Mentre molti fronti bancari e finanziari sono in agitazione o comunque in iperattivismo, da via Monte di Pietà, sede centrale a Milano, e dalla filiale della Salaria a Roma, dove Messina preferisce operare, lontano dal potere romano, promana autentica serenità e una linea di sviluppo senza necessità di clamori.

Per fortuna che almeno la principale banca italiana non è colpita da frenesia.

Il delfino più scatenato

Soltanto temperamento del capo che pervade tutta la banca o c’è dell’altro?

Per capirlo occorre andare alle radici della banca attuale e di chi la sta guidando, mentre ha imperversato la follia di chi voleva conquistare Mps e invece ha perso di fronte a quel banchiere con baffi pronunciati, medio-bassa altezza, una volontà e un equilibrio di acciaio, oltre che idee chiarissime almeno quanto il suo coraggio.

Con la fine positiva della difesa di Mps, si poteva pensare che le acque si calmassero un po’. Invece no, ecco che colui che ha consentito con la sua saggezza di difendere Luigi Lovaglio, rompendo la solidarietà con Roma e certi romani, decide di permettere che si aprano le danze a casa sua, negli assetti di proprietà di Delfin, un nome che sembrava fatto appunto per designare da subito i delfini. E il delfino più scatenato, Leonardino (per l’anagrafe Leonardo Maria) ha potuto, con l’approvazione del tutore di tutti i Del Vecchio indipendentemente dal cognome, arrivare a sciogliere l’incanto di otto eredi del grande Martinitt Leonardo Del Vecchio.

Le scelte di Francesco Milleri

È stato un errore quello di Francesco Milleri di approvare l’apertura delle danze nella holding più redditizia d’Italia sia grazie al genio del Martinitt che alla sua successiva sapienza manageriale, formatesi con il 110 e lode all’università di Firenze, lui umbro, e poi con il master ugualmente a pieni voti negli Usa? Perché Milleri, la cui saggezza è simile a quella di Messina, ha deciso di permettere di aprire le danze nella holding del gruppo non di una fabbrica di occhiali ma della più alta tecnologia (inclusa Meta) dentro stanghette e lenti?

Perché, se nelle famiglie è difficile tenere permanentemente armonia, certamente è quasi impossibile in una holding familiare, Delfin, dove convivono figli del fondatore da tre mogli (o compagne) diverse, con in più nominando erede anche il figlio di primo letto dell’ultima moglie, avuto da lei con il primo marito, il finanziere Paolo Basilico.

Gli obiettivi di Leonardino

Il realismo e la grande professionalità di Milleri, in questa circostanza, hanno permesso al quarto figlio di Del Vecchio che porta il primo nome del padre, quel mitico nome che evoca il genio del Da Vinci, di sognare, quasi una allucinazione, di poter essere il dominus, acquistando le quote di due fratelli di madri diverse.

Come? Facendo un debito di 10 miliardi concesso da tre banche, due non italiane e una, Unicredit, per la quale il suo ceo Andrea Orcel, immagina, punta, prova a farla diventare la banca al centro non solo dell’Italia ma anche dell’Europa. Ecco che due obiettivi, uno di Leonardino che punta a essere il vero erede del padre non solo per il nome, e uno del banchiere, sicuramente ricco di dinamismo in Italia e in Europa in quanto per lunghissimi anni banchiere d’affari, quasi per fatalità si incontrano. E si incontrano dopo che il saggio Milleri ha salvato da artigli appuntiti il Monte dei paschi di Siena. È vera convergenza di idee o solo incontro fortuito di obiettivi?

Una competizione non priva di rischi

Questo lo diranno i fatti fra non molto tempo ma intanto, in un colpo solo, una delle più solide e altamente tecnologiche società italiane, EssilorLuxottica, ha visto svanire il sogno del fondatore di tenere uniti i figli di tre madri diverse e, la seconda banca italiana, Unicredit, accentuare un dinamismo pari alle ambizioni del suo ceo, di superare il numero uno italiano, cioè Intesa Sanpaolo.

No, non è una guerra, ma certamente una competizione non priva di molti rischi, sia per Leonardino che ha voluto dimostrare di poter essere l’erede del padre non solo nel nome ma anche nelle attitudini al comando, e anche per Unicredit che lo ha in parte finanziato mentre ha in atto anche un tentativo di avvicinare, se non pareggiare la quota del sogno di tutti, le Generali, sulla quale, con il 13,5% il maggior azionista è diventata la banca guidata da Lovaglio, grazie alla conquista di Mediobanca.

Le tante partite in corso in Italia e all’estero

Come si vede, sul territorio italiano, ma anche su quello estero, sono in corso partite per le quali, probabilmente, si potrà assistere anche a colpi bassi. Senza contare che il prossimo futuro dirà al mercato se Leonardino è capace sia di essere il leader dei fratelli in Delfin e soprattutto se sarà capace di ripagare il debito, oggi garantito da oltre il 30% della holding creata dal padre e gestita da Milleri. Ma altrettanto importante sarà vedere se la spiccata aggressività di Orcel sia in Italia (in direzione di Generali) sia all’estero, e in particolare in Germania con nel mirino il controllo di Commerzbank avrà successo.

Non si può certo dire che il mercato bancario italiano non sia, in questo momento, agitato. Agitato almeno dal lato della seconda banca del Paese, che per l’attitudine alla compra-vendita di Orcel, punta anche verso Trieste, verso le Generali, dove la saggezza e la capacità del francese diventato cittadino italiano Philippe Donnet e il suo staff, stanno facendo miracoli grazie anche alla saggezza del presidente Andrea Sironi, non a caso presidente anche della Bocconi. Insomma, obiettivi assai grossi nel mirino perché in ballo c’è il tentativo, palese, di scuotere la serenità trasmessa al mercato stesso da Intesa Sanpaolo.

Perché Intesa Sanpaolo sembra immobile

Ecco, come mai Intesa Sanpaolo sembra immobile, mentre il mercato è in agitazione?

In primo luogo, per un’attitudine del suo management, a cominciare dal ceo Messina, che ha alle spalle una carriera serena e in continua crescita. Basta pensare a quando è arrivato a uno scassato Banco Ambrosiano, dopo il funesto ciclone di Roberto Calvi e come poi abbia realizzato, in armonia con il presidente Giovanni Bazoli, passo dopo passo il salvataggio di Ambrosiano, la fusione a seguire con Comit e Cariplo, Sanpaolo di Torino e Carifirenze. Un percorso in un territorio nel quale naturalmente si è guardato e si guarda al profitto, ma anche ad altri valori grazie alle Fondazioni di Milano, Torino e Firenze, che insieme controllano circa il 25%.

L’atteggiamento di Carlo Messina

Ma ci sono anche altri fattori che consentono a Messina, oltre al suo temperamento e alla sua innata pacatezza, di non fare scintille (spesso fatue) sul mercato. In primo luogo, il fatto che da anni Messina è già stato capace di integrare l’attività bancaria con quella assicurativa (obiettivo oggi di Orcel) e con quella della gestione dei patrimoni.

Un progetto che nasce dall’intuizione tempestiva sua e dei suoi collaboratori del cambiamento di ruolo delle banche, non solo come prestatori di denaro ma anche appunto di gestori del risparmio e di opportunità per l’altra funzione essenziale nel campo del denaro, le assicurazioni e la previdenza. Intesa Sanpaolo offre già da anni tutti questi servizi, rappresentando un modello non frequente in tutta Europa.

Un modello che, in silenzio, ha anticipato i tempi e che ora può offrire non solo una grande solidità e un avanzamento costante, ma che ha generato e genera risorse che potrebbero venire utili qualora mire di banchieri un pò d’assalto volessero tentare la presa di controllo dell’altro gruppo fondamentale per la solidità dell’Italia e cioè Generali. Non ci sarebbe da sorprendersi se per identità di temperamento e di obiettivi Intesa sanpaolo e Mps guidata da Lovaglio, operassero di conserva per garantire il controllo italiano di Generali, la brama di tutte le brame di altri banchieri d’assalto.

Pronti alla difesa

In apparenza, non sembrano esserci né contatti né intese fra Intesa Sanpaolo e Mps, ma mi permetto di scrivere che se ci fossero all’orizzonte altri colpi di mano, specialmente verso Trieste, Messina e Lovaglio potrebbero farsi carico di garantire il controllo italiano di Generali. Ovviamente in armonia con Donnet.

Qui non si discute di temi nazionalisti, ma in caso di necessità, in un mercato finanziario italiano sicuramente più debole di quello di altri leader europei, per non dire mondiali, di avere pronte soluzioni difensive in caso di attacco ai pochi, anche se qualificati, gruppi bancari-finanziari-assicurativi con base nazionale e potenzialità per espandersi a livello europeo e globale.

Una strategia bancaria italiana ed europea

C’è qualcuno che dubita che fra due manager come Messina e Lovaglio, in caso di necessità, si possano aprire dialoghi e collaborazione? Con la presunzione di conoscerne bene i principi gestionali e la loro visione, credo che l’alleanza, in caso di necessità, fra Siena e Milano-Roma-via Salaria, possa essere una importante riserva per tutto il Paese. Con questo senza nulla togliere alle capacità di Orcel, che avendo percorso come banchiere d’affari un po’ tutto il mondo, ha spiccate doti di attacco. E del resto il suo programma è preciso: in primo luogo portare a casa il controllo di Commerz, che creerebbe per la prima volta un gruppo bancario italo-tedesco.

Ci vuole tuttavia consapevolezza che con quanto sta succedendo nel mondo, animato dal presidente Donald Trump e dal presidente Benjamin Netanyahu oltre che dall’Iran e dalla parte pericolosa del Libano, sia quanto meno necessaria una strategia finanziaria e bancaria per tutta l’Italia e per l’Europa. Auguri quindi anche a Orcel (con l’accento sulla e) di centrare i suoi obiettivi, ma non dimenticandosi mai che Unicredit è in primo luogo la seconda banca italiana. Almeno per ora,

EuroParis ed EuroAmsterdam

Euronext? No, EuroParis ed EuroAmsterdam. Bene hanno fatto l’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, e il presidente Giovanni Gorno Tempini a iniziare una causa contro la presidenza francese di Euronext, la pseudo borsa europea dove in realtà oltre a dominare Parigi esiste la grave deviazione introdotta dalla presenza al suo interno di Amsterdam, cioè la Borsa di un Paese sì della Ue ma che ha trattamenti societari e fiscali così generosi da determinare una concorrenza sleale a tutte le altre borse aderenti.

Le motivazioni formali del duro confronto aperto da Cdp, che rappresenta l’Italia nel capitale di Euronext, non sono tuttavia quelle della disparità di trattamento fiscale nei mercati dei vari Paesi europei. Formalmente Cdp contesta al presidente di Euronext, il franco-tunisino Stéphane Boujnah, di volere confermare come ad di Borsa italiana spa Fabrizio Testa e come presidente Claudia Parzani, mentre Scannapieco, che ha avuto una lunga e proficua esperienza internazionale prima di rientrare in Italia a Cdp, è dell’idea di rinnovare almeno le cariche delle società italiane. È facile intuire che al di là del diritto come Italia di poter decidere le cariche di Borsa Italiana e di Mts (il mercato dei titoli di stato, particolarmente rilevante per un Paese come l’Italia ricca di debito pubblico) vi è la necessità di incidere su Euronext per le sperequazioni, non solo fiscali, che contiene e che sono teoricamente inaccettabili in una logica europea.

Perché serve un vero mercato borsistico europeo

È vero che varie società italiane che si sono trasferite alla borsa di Amsterdam sono anche quotate in Italia, ma dietro questo aspetto si nasconde l’evidenza, proprio osservando Euronext, di progredire sul piano della Ue almeno nei mercati finanziari.

Nessuno naturalmente vuole impedire di essere quotati sia a Milano che ad Amsterdam, ma ciò porta con sé anche, spesso, il trasferimento della sede legale proprio ad Amsterdam o comunque in Olanda. È evidente che si tratta di un tema politico di rilevanza ben superiore di chi guida Euronext e le singole borse europee, ma finora Borsa italiana spa è stata donatrice di sangue a Euronext. Potrà almeno decidere chi deve guidare Borsa italiana?

Il giudice a cui Cdp si è rivolta per avere il diritto di nominare i vertici della Borsa italiana ha compreso la problematica tutt’altro che indifferente non solo per l’Italia, ma anche per lo stesso progresso (oggi fermo) verso un reale mercato borsistico europeo, e ha preso tempo fino al 5-6 maggio per poter decidere nel merito.

Si dirà: ma a non essere compiuta non è solo l’integrazione dei mercati borsistici europei. Verissimo, ma proprio in un momento come questo, di disgregazione dell’occidente sotto i colpi delle scelte del presidente Trump, se non si riesce neppure a fare un vero mercato borsistico europeo, le prospettive dell’Europa unita sono davvero inesistenti. (riproduzione riservata)