Quella disfida Italia-Francia sulla Borsa italiana è il simbolo di una Europa che arranca
Quella disfida Italia-Francia sulla Borsa italiana è il simbolo di una Europa che arranca
Tra Euronext e Cdp è battaglia per la nomina del nuovo ad della controllata italiana. Quando tutta l'Ue dovrebbe avere una borsa unica

di di Paolo Panerai 13/03/2026 19:25

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Mentre il mondo civile e realmente democratico guarda con crescente terrore alle guerre di Donald Trump, di Benjamin Netanyahu e degli ayatollah, oltre a quella di Vladimir Putin contro l’Ucraina, ci sono altre guerre senza morti e feriti, senza distruzioni fumanti e quindi apparentemente non cruente, ma in realtà molto gravi, anzi gravissime per il futuro democratico ed economico delle popolazioni coinvolte.

Il progetto Euronext e le fragilità dell'integrazione europea

È il caso del tentativo di distruzione del primo, faticoso nucleo di un mercato borsistico e quindi finanziario europeo, che va sotto il nome di Euronext, la peraltro incompiuta borsa europea. Perché quel prefisso Euro non corrisponde affatto in realtà all’Europa, no non è proprio Europa. Prima di tutto perché è solo la borsa di otto Paesi della Ue: Belgio, Francia, Italia, Grecia, Irlanda, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo. Come si vede, già mancano Paesi fondamentali come la Germania, la Spagna e gli altri 17 che fanno parte della Ue.

Se non bastasse per capire quanto l’Europa unita sia fragile proprio nel campo economico e finanziario, che era stato il primo a essere messo in comune fin dal nome Cee (Comunità economica europea), ora si assiste a una lite assurda fra due Paesi fondamentali come Italia e Francia. E lo scontro è proprio nel campo di Euronext. Cdp, la Cassa depositi e prestiti che partecipa per l’Italia al capitale della holding della Borsa pseudo europea, ha presentato una citazione al tribunale di Amsterdam, come rivelato da MF-Milano Finanza, dove ha sede la stessa holding borsistica. Secondo Cdp dalla Francia sono stati violati i patti parasociali impedendo alla stessa Cdp di nominare l’amministratore delegato di Euronext di Milano.

Una serie di intrecci tra borsa, banche e politica

Attualmente l’ad della Borsa di Milano è Fabrizio Testa e la Cdp, ora guidata da un uomo l’esperienza come Dario Scannapieco, non vuole che venga rinnovato, mentre l’ad della società europea, il francese di genitori tunisini Stéphane Boujnah, vuole che sia confermato. E non è secondario che Cdp sia stata guidata, al momento dell’ingresso in Euronext, da Fabrizio Palermo, ora ad di Acea e candidato dal gruppo Caltagirone alla carica di ceo di Mps.

Palermo, prima dell’eventuale sbarco a Siena vorrebbe evidentemente vedere realizzato un punto importante a vantaggio del mondo che rappresenta. Già questi intrecci sono significativi del fatto che la battaglia in atto per il mercato borsistico è connessa inevitabilmente a quello bancario e in definitiva a quello politico. Se a tutto ciò poi si somma il disegno per cui appunto l’ex-amministratore di Cdp possa diventare fra non molto ceo di Mps, può anche vedersi il fil rouge che lega tutto. Anche se può sembrare paradossale che a sostenere un amministratore delegato italiano della Borsa italiana sia un francese, visto che nonostante la Ue i nazionalismi rimangono anche in strutture che, almeno in partenza, sono state concepite come europee.

Le asimmetrie normative e fiscali tra le borse europee

Ma i problemi di una parzialissima borsa europea, dove appunto mancano, per esempio, Paesi chiave come Germania e Spagna, sono ben altri al di là della nomina dell’amministratore delegato della struttura italiana.

La domanda chiave è: come può svilupparsi una borsa europea quando la normativa delle singole borse aderenti a Euronext, non solo sul piano fiscale, sono profondamente diverse, rispondendo a politiche nazionali e non comunitarie?

Si pensi, per fare l’esempio più evidente, alla differenza normativa e fiscale fra la Borsa di Amsterdam, Paese nel quale la tassazione è nettamente più favorevole, e quella degli altri Paesi e in particolare dell’Italia con tassazione piena. Il risultato di questo divario è tutt’altro che da Ue: per esempio anche alcune principali società italiane, a cominciare da Stellantis, sono sì quotate anche a Milano, ma avendo la sede legale nei Paesi Bassi sviluppano la stragrande maggioranza delle transazioni alla Borsa di Amsterdam, con tassazioni assai più basse.

Il rischio di fallimento del mercato unico finanziario

Si potrebbe dire anche che la problematica di Euronext è macroscopica, sia per il numero limitato di Paesi aderenti alla stessa rispetto a tutti quelli dell’Ue, ma, come illustra il caso dell’ad di Borsa Italiana, c’è ben di più, perché non c’è accordo fra chi ha la carica di Euronext holding e gli azionisti nazionali, evidentemente interessati ad avere il comando sulle filiali nazionali. E altrettanto, da Parigi, c’è la volontà di essere loro a comandare.

Non è che per forza, per avere uno sviluppo del continente Europa, si debbano perdere le caratteristiche normative nazionali, assolutamente no; ma almeno in economia e finanza, che sono state la base per tentare l’unione fin dal primo livello della Comunità del carbone e dell’acciaio, se esiste un mercato unico si dovrebbe assolutamente rispettarlo e implementarlo.

Per rimanere alle Borse, si è lontani mille miglia dall’obbiettivo comune e perfino all’interno di Euronext si sviluppa concorrenza attraverso lo strumento normativo e fiscale. Di questo passo, se il tema rimane questo, dovremmo metterci l’animo in pace e con realismo magari tornare a borse solo nazionali. Se poi oltre alle differenze fiscali c’è contrasto anche sulla nomina dei responsabili delle singole Borse, il fallimento è completo. Tanto più che l’azionista di Euronext per l’Italia è una società controllata dallo stato che ora è in polemica e scontro con il capo della holding Euronext. Così, non solo esiste la scarsa adesione a Euronext di molte singole borse della Ue, ma quando poi c’è l’adesione scoppiano contrasti clamorosi fra il responsabile della holding e il maggior azionista di parte italiana, che per di più è una azienda controllata dallo stato italiano. Amen!

La disgregazione dell'Unione Europea e il fattore Trump

Del resto, anche quella di Euronext non è altro che una ulteriore conferma della attuale disgregazione dell’Unione europea. Si pensi solo a quali schieramenti si sono e si stanno delineando nei confronti di quel Paese, gli Usa, che dalla Seconda guerra mondiale, essendo stato il salvatore dell’Europa, era anche il maggior motore economico e la maggiore identità economica verso il vecchio continente.

Il trend di contrasti fra la Ue e gli Stati Uniti data da ancor prima dell’ascesa alla presidenza del maggior Paese del mondo di Donald Trump. Un buon contributo negativo lo ha dato anche il suo predecessore, il troppo invecchiato (per essere gentili) Joe Biden. Ma ora con Trump si è al disastro assoluto. E proprio per questo i Paesi europei, per il residuo ideale che permane, dovrebbe adoperarsi per rafforzare, non indebolire la Ue. Ma, come dice il proverbio toscano «senza lilleri non si lallera» cioè senza soldi non si può stare allegri, ci vorrebbero capi dell’Europa che non litigano fra di loro per la nomina dell’ad di una delle borse aderenti a Euronext, dove il sogno comune sta diventando una utopia.

Le guerre internazionali e il ruolo dell'Italia

Ma a ben guardare, queste vicende sono solo il segnale di fumo della disgregazione in atto nel mondo occidentale. Essa sta esplodendo con Trump, re dei dazi e delle sparate, ma i prodromi c’erano già da tempo, appunto anche dai tempi dal predecessore Biden. C’è chi sostiene che l’animo degli esseri umani contiene forze autodistruttive, anche se per brevi o più lunghi periodi potrebbe sembrare il contrario.

E soprattutto la guerra, il tentativo di prevaricare, fa, ahimè, parte della natura umana. Il fenomeno è latente ma quando c’è qualcuno (nel caso il presidente Trump) che ha dentro di sé, più degli altri, il virus della prepotenza che porta inevitabilmente alla distruzione, si arriva al punto dove siamo oggi, con tre guerre internazionali e varie locali. Fra le internazionali c’è oggi quella per chi deve comandare in Euronext Milano, ma proprio perché è niente rispetto a Israele-Gaza, Stati Uniti-Iran, Russia-Ucraina, c’è il rischio che passi inosservata, mentre a giudizio di MF-Milano Finanza è tutt’altro che da trascurare. E per una ragione semplice: se l’Europa Unita, anche se solo fra otto dei 27 Paesi aderenti, è di fatto incapace di trovare una intesa valida e condivisa sul mercato finanziario comune, allora per i tempi e i venti di guerra in essere, c’è un oggettivo rischio che sia molto meno che vero quanto la presidente Giorgia Meloni sostiene e cioè che l’Italia è neutrale. Quindi, lettori-investitori, occhio alla penna, come dicono i cacciatori di selvaggina.

La saggezza di Mattarella contro i promotori di sventura

E meno male che alla massima carica dello stato italiano c’è un uomo della saggezza e della schiettezza del presidente Sergio Mattarella. È in contesti di guerra come quello attuale che si misura la capacità di essere un efficace statista. Il presidente Mattarella aveva già dato ampie prove in passato di esserlo. Ora è ancora più fondamentale il suo apporto a fronte di promotori di sventura come il presidente Trump o, peggio, di un capo come Netanyahu che evidentemente si è dimenticato che la pace e la convivenza fra i popoli non la si conquista con la guerra, anche se il fanatismo degli ayatollah è davvero pericoloso. Ma si è mai vista la cessazione della violenza adottando altrettanta violenza? In simili contesti si arriva alla fina degli scontri solo dopo distruzioni e morti, per i quali, chi vince, non potrà sottrarsi al giudizio supremo.

Vincitori e vinti nel mercato finanziario

Come si vede la non moderazione e la non ricerca dell’intesa, come sta avvenendo per la Borsa Euronext, porta inevitabilmente a vincitori e vinti. Cioè, tutti perdenti, anche se i vincitori cantano vittoria. Perché in ogni caso è stata distrutta ricchezza economica e ricchezza umana. Se lo ricordino bene anche coloro che pensano di vincere o saranno vincitori nella guerra per la conquista del potere in Euronext o in Mps e Mediobanca.

P.S. Intanto come ha segnalato il nostro partner storico The Wall Street Journal, i figli del presidente Trump, Eric e Donald Jr, investono in droni, anche in Ucraina e vogliono fare affari con il Pentagono. Allegria, direbbe Mike Buongiorno.

Il ruolo di Paolo Savona in Consob

A parte il confronto-scontro fra Cdp e il presidente di Euronext, Stéphane Boujnah, sulla nomina del capo della società di gestione dei mercati in Italia, che cosa sarebbe la Borsa italiana se per sette anni (2019-2026) non fosse stato presidente dell’organo di controllo Consob il professor Paolo Savona?

La risposta è facile: la Consob avrebbe avuto minore prestigio e non avrebbe potuto risolvere brillantemente vari conflitti e sanzionato irregolarità come ha potuto fare sotto la guida di un uomo della professionalità e della cultura del professor Savona. Ex braccio destro del grande Guido Carli in Banca d’Italia, Savona, professore prima all’Università di Cagliari, poi alla Pro Deo e infine alla Luiss, è stato allievo di Franco Modigliani, e due volte ministro, prima all’Industria e al commercio nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi e poi, nel 2018, ministro degli affari europei nel governo Conte. Ma grazie anche alla sua longevità (ha compiuto 88 anni) ha ricoperto moltissimi altri incarichi fino appunto a quello in Consob. Commissione per le società e la borsa che ha portato al più alto livello di credibilità e rispetto, con interventi che pur nell’alveo della Commissione, hanno avuto rilievo ed effetti positivi per tutto il sistema economico e finanziario italiano.

Gli studi sulle criptovalute e i rapporti con la Cina

A Savona si devono gli studi più approfonditi sulle criptovalute, ma sbaglierebbe chi pensasse che sia uno dei più profondi studiosi solo nel campo monetario e bancario. È stato anche, come ministro del commercio estero, la persona che più degli altri ha compreso la necessità di rapporti concreti e cordiali con la Cina, organizzando una delle missioni più produttive a Pechino, alla quale mi fece l’onore di poter partecipare.

Potrebbe creare imbarazzo, ma per me non è così, parlare bene, anzi benissimo, del più profondo e apprezzato collaboratore di questo giornale, fra l’altro autore anche di alcuni libri per Class Editori di grandissimo interesse anche su temi complessissimi, spiegati sempre con precisione e lucidità. Invece no, non ho imbarazzo perché sono pochi gli italiani che hanno, come Paolo, contribuito alla più profonda analisi e alla più efficace azione a favore del sistema economico, finanziario e bancario italiano.

Con queste qualità e con questo sapere, non poteva non essere il miglior presidente nella storia della Consob e chi lo sostituirà avrà un compito facilitato dalla sua azione e organizzazione ma anche una difficoltà a proseguire il suo ritmo di produzione di analisi e interventi che hanno trasformato la Consob nell’organo di controllo dei mercati più avanzato non solo in Europa. Ciò che mi ha sempre colpito di Paolo è la lucidità di analisi e di azione che ha messo nei suoi incarichi, dalla Banca d’Italia accanto a Carli fino alla presidenza della Consob. Un incarico questo che ha nobilitato la Commissione come nessun altro prima di lui perché, non tanto per l’età avanzata in cui lo ha svolto ma soprattutto per la profondità dell’analisi favorita sì dall’esperienza di studio e pratica, ha mostrato inequivocabilmente con quale equilibrio ci si deve comportare quando si controllano i mercati societari e borsistici.

Grazie Paolo, grazie infinite, mi permetto di dire, a nome di tutto il mercato finanziario, bancario e borsistico. E grazie per il primo editoriale che ci hai mandato, a pagina 25. (riproduzione riservata)