Quell’arbitrato da 1,3 miliardi di euro al casello di Mundys con i tedeschi di Allianz e i cinesi di Silk Road
Quell’arbitrato da 1,3 miliardi di euro al casello di Mundys con i tedeschi di Allianz e i cinesi di Silk Road
In arrivo entro fine anno la sentenza della procedura che dal 2022 oppone Allianz e Silk Road (soci di Autostrade) all’ex Atlantia dopo la vendita dell’88% di Aspi a Cdp. Una litigation da 1,3 miliardi

di di Andrea Deugeni 30/04/2026 20:00

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C’è un arbitrato miliardario (il petitum è di 1,3 miliardi di euro) in casa Mundys, che quest’anno potrebbe arrivare a sentenza. La procedura potrebbe incrociare anche la chiusura del primo grado del processo per il crollo del Ponte Morandi a Genova, di cui i tedeschi di Allianz Capital Partners, il braccio infrastrutturale di private equity della compagnia assicurativa, e i cinesi di Silk Road Fund potrebbero farsi forti nella litigation. E la «causa» all’ex Atlantia muove proprio dalla tragedia del viadotto sul Polcevera.
 

L’arbitrato, in corso al tribunale di Milano, è quello che vede opposti il gruppo di Monaco di Baviera e il fondo di Pechino, azionisti di minoranza di Autostrade per l’Italia (Aspi) ora sotto il cappello dello Stato, e la holding guidata da Andrea Mangoni che di Aspi invece fino al 2022 è stata azionista di controllo. Dal 2017 tramite il veicolo Appia Investments, Allianz Capital Partners (azionista di controllo al 60% assieme alla francese Edf Invest e l’olandese Dif, con il 20% ciascuno della società) ha in portafoglio il 6,94% di Aspi, mentre Silk Road Fund il 5%. In totale, fanno l’11,94% del capitale.

Le origini della controversia legale tra i soci

La controversia arriva da lontano, un’altra era nella storia della società, dal maggio 2022 quando Mundys si chiamava ancora Atlantia e la piattaforma infrastrutturale controllata dai Benetton aveva firmato l’accordo per la vendita per 8,1 miliardi di euro dell’88,06% di Autostrade a un consorzio guidato da Cdp con i due fondi d’investimento Macquarie e Blackstone, su una valutazione dell’intera Aspi per 9,3 miliardi. Un’operazione innescata dal caso Genova e che mirava a riportare sotto l’alveo pubblico gli oltre 3 mila chilometri di rete autostradale gestiti da Aspi.

Al momento dell’ingresso nel capitale della concessionaria nel 2017, Appia Investmets e Silk Road con due contratti identici avevano sborsato ad Atlantia – con cui era stato siglato anche un patto parasociale – per l’11,94% di Autostrade 1,73 miliardi, valorizzando l’intera società 14,8 miliardi di euro. Cifra alla base dei due claim avanzati dai due azionisti di minoranza sempre nel 2022 in cui Appia e Silk Road contestavano all’ex Atlantia «genericamente violazioni di dichiarazioni o garanzie», avanzando richieste per complessivi 775 milioni (450 milioni Appia e 325 milioni il veicolo cinese).

Il depauperamento dell'investimento post-crollo

Il motivo? Secondo i fondi le nuove valutazioni post-crollo del Ponte Morandi avevano in sostanza depauperato il loro investimento. In base alle procedure di composizione previste dai contratti di vendita, i soci di minoranza avrebbero potuto avanzare pretese per ricavare dall’evento fino a un massimo del 15% del prezzo pagato per l’11,94%, e cioè fino a 260 milioni di euro.

Peccato che dai bilanci dell’ex Atlantia consultati da MF-Milano Finanza, emerge che i due ex soci - che nel frattempo, dopo aver già staccato 400 milioni di cedole dal momento del loro ingresso in Aspi, avrebbero potuto esercitare anche il diritto di co-vendita contestuale all’uscita della holding infrastrutturale – hanno aumentato il petitum a 1,3 miliardi. Il tutto mentre con la nuova richiesta di piano economico finanziario (Pef), Autrostrade ha richiesto al Ministero delle Infrastrutture una proroga decennale della concessione al 2048 e il dicastero ha appena chiesto a Bruxelles l’autorizzazione a concederla a fronte di nuovi investimenti.

Il cronoprogramma dell'arbitrato internazionale

Gli ultimi documenti contabili di Mundys ricostruiscono la vicenda che entro dicembre potrebbe arrivare a conclusione dopo quattro lunghi anni. La prima tappa è quella del «31 luglio 2023» in cui dalle pretese si passa alla procedura di arbitrato vera e propria come previsto dai contratti del 2017. «Appia e Silk Road Fund hanno presentato due richieste di arbitrato contro la società secondo le regole della Corte Internazionale di Arbitrato della Camera di Commercio Internazionale».

Sul tavolo arriva la prima pretesa di 775 milioni. «L'11 ottobre 2023, Mundys ha presentato la propria risposta alle richieste di arbitrato, negando tutte le pretese sia in fatto che in diritto». I due arbitrati vengono fatti confluire in un unico procedimento e «il 3 maggio 2024, Appia e Silk Road hanno depositato lo statement of claim, aggiornando la valutazione del danno asseritamente subito in complessivi 1,2 miliardi di euro».

«Il 16 ottobre 2024 Mundys ha depositato il proprio statement of defense, contestando affermazioni, pretese e quantificazione del danno». «Il 23 aprile 2025» arriva la contro-replica di Appia e dei cinesi in cui vengono «ribadite le allegazioni, aggiungendo ulteriori elementi fattuali e incrementando l’importo richiesto a 1,3 miliardi di euro».

«Il 14 agosto 2025» Mundys ha contestato nuovamente tutto e «dal 6 al 9 ottobre dello scorso anno si sono svolte a Milano le udienze principali, durante le quali le parti hanno esposto le proprie domande e difese ed interrogato testimoni ed esperti». «Entro il 29 aprile» le parti avrebbero potuto «presentare al tribunale arbitrale ulteriori richieste procedurali», dopodiché è atteso il pronunciamento con il lodo.
 

In bilancio Mundys ha inserito un complessivo fondo rischi e oneri per far fronte a eventuali obbligazioni contrattuali e legali di 106 milioni. All’interno di questo importo non dovrebbe esserci un accantonamento specifico per questa controversia che fonti vicine al dossier giudicano pretestuosa. (riproduzione riservata)