Quel triangolo Orcel-Milleri-Mps che porta a Generali
Quel triangolo Orcel-Milleri-Mps che porta a Generali
Nate e per ora smentite le voci di cessione a Unicredit di partecipazioni di Delfin in Banca Mps e addirittura Generali. Mentre a Siena già si litiga sul prossimo Consiglio di amministrazione. Che grande errore sarebbe, privarsi di Lovaglio

di di Paolo Panerai 16/01/2026 19:30

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Qualcuno può affermare che Andrea Orcel (si pronuncia Orcél), ceo di Unicredit, e Francesco Milleri, capo assoluto di Delfin, non siano persone per bene, che non raccontano bugie o, peggio, menzogne?

E infatti sono stati in silenzio e poi hanno comunicato di soprassedere su quella che poteva e potrebbe essere (mai dire mai) l’operazione più clamorosa degli ultimi mesi e cioè la cessione del 17,5% di Mps da Delfin a Unicredit, di cui Delfin è già azionista storico, cioè da quando il fondatore della stessa Delfin e di Luxottica, Leonardo Del Vecchio, è stato in netto contrasto, finché ha vissuto, con Mediobanca (in realtà con tutto il mondo intorno alla banca d’affari) per via dell’ impedimento da parte degli eredi di Enrico Cuccia di permettere allo stesso Del Vecchio di immettere 500 milioni di euro pro bono nello Ieo e di conseguenza anche nel controllato Monzino, ospedale del cuore.

La disputa per lo Ieo (e il Monzino)

La disputa (lo ripeto per chi non la ricordasse, essendo assai complessa) fu feroce e Del Vecchio si rivolse a Unicredit di cui era azionista per ottenere la quasi totalità della sua partecipazione nello Ieo, consentendogli così di entrare nel capitale dell’ospedale dei tumori, controllante a sua volta il Monzino.

Ma il rapporto ancora più stretto fra Del Vecchio e Unicredit è anche segnalato dal fatto che il predecessore di Orcel e cioè Jean Pierre Mustier, che controllava la partecipazione nello Ieo, la cedette alla Fondazione Del Vecchio. Giunto al comando di Unicredit dopo Mustier, Orcel entrò nel consiglio della Fondazione, salvo poi uscirne nel novembre 2024 proprio nel momento in cui Unicredit metteva in portafoglio il primo 3,5% Mps. Per poi tornarvi di nuovo, indicato da Delfin. Un passaggio molto significativo oggi per capire il progetto.

Quello strano intreccio tra banche e ospedali

Mi rendo conto che ricordare ancora questa storia fa tristezza (e qualcosa di più) perché le lotte finanziarie si inserirono in vicende riguardanti i due ospedali, i quali da queste lotte hanno sofferto non poco.

Ma in tutta questa storia assurda i rapporti bancari e le vicende ospedaliere si intrecciano talmente che non è possibile sorvolare su esse, nel momento nel quale è ritornata di attualità (anche se smentita giovedì 15) la possibile alleanza fra Unicredit e l’erede di Del Vecchio, il bravissimo Francesco Milleri, che quelle vicende le ha vissute prima come braccio destro del capo e ora come capo assoluto di Delfin per decisione testamentaria del fondatore di Luxottica.

E Milleri, perdurando la partecipazione di Delfin in Unicredit, ha continuato correttamente a coltivare il rapporto con Orcel, fino al punto da far scrivere insistentemente in questi giorni da più media che egli doveva essere e potrà essere (mai dire mai) il cavallo di Troia per far entrare Unicredito in Mps, gestito alla grande da Luigi Lovaglio e Maurizio Bai.

Un rapporto molto amichevole

L’insistenza con cui è stata pubblicata da più parti l’ipotesi che Milleri possa comunque prima o poi girare il pacchetto di Mps allo stesso Unicredit, può nascondere un errore di valutazione da parte di più media, ma non mancano elementi che sostengono questa ipotesi, anche per il rapporto molto amichevole fra il manager scelto da Del Vecchio per gestire la sua eredità e il dinamico ex banchiere d’affari fra i più bravi e determinati e ora gestore di una banca commerciale.

Ad alimentare questa ipotesi, destinata a sconvolgere gli assetti di Mps e del mercato bancario dal lato dei prenditori di prestiti, è stata in primo luogo l’intervista di Orcel a Borsen-Zeitung, tutta dedicata a sostenere la tesi che in Europa servono banche di dimensioni europee. Tradizionalmente Orcel ha fatto esplicito riferimento alla necessità che il governo tedesco gli consenta di prendere la gestione di CommerzBank, di cui Unicredit possiede il 25% delle azioni, avendo in più anche derivati che possono farlo salire al 30%.

La presa di Mps torna di attualità

È noto che da sempre il governo tedesco si oppone all’ipotesi che Unicredit possa prendere la gestione di Commerzbank e certamente non cambierà idea dopo le richieste di Orcel. Ecco che allora è tornata ritornerà di attualità la presa di comando del risanato e fortificato Monte dei Paschi di Siena, che non è solo la banca, non solo italiana, più antica (di secoli) ma, con la presa del 100% di Mediobanca, ha anche due tesori aggiunti: appunto la stoffa di banca d’affari impersonata da Mediobanca e proprio dentro Mediobanca la singola partecipazione più grande del maggior desiderio di Orcel, cioè il 13% di Generali, la grande compagnia di assicurazioni dove il ceo di Unicredit ha tentato invano di trovare spazio.

E dal lato assicurativo vale il confronto con Intesa Sanpaolo, dove Carlo Messina ha saputo sviluppare da anni un’attività assicurativa autonoma seconda, fra le compagnie italiane, solo a Generali. Un confronto in negativo che a Orcel pesa non poco.

La programmazione del governo italiano

Per tutto ciò, il ceo di Unicredit non ha esitato a ignorare che nella legittima programmazione del governo italiano ci sia bisogno di almeno tre grandi banche, magari con caratterizzazioni diversificate, come appunto ha Mps che, oltre a essere una classica banca retail è anche, grazie ora a Mediobanca, capace di svolgere un ruolo di banca d’affari e magari non solo, come nel passato, principalmente per grandi gruppi ma anche per aziende di media e piccola dimensione.

Funzione di cui c’è assoluta necessità sul mercato, anche se questa attività c’è già in Intesa Sanpaolo attraverso la divisione Imi molto ben diretta, in piena sintonia con Messina, dal chief Mauro Micillo e dal chairman di grande esperienza Gaetano Miccichè. E quando c’è un’azienda forte, è sano che ci sia anche un’alternativa, che Mps può rappresentare con Mediobanca grazie alla sua copertura di tutta l’Italia, ricca di medie e piccole aziende.

Di fronte al primato di Intesa Sanpaolo nel retail, nelle assicurazioni, nelle gestioni patrimoniali, nella banca d’affari (sì da aver garantito a Messina il titolo di Banchiere europeo dell’anno) è naturale e comprensibile che Orcel, anche per la bravura dimostrata nella precedente attività di banchiere d’affari, ambisca a crescere e per questo, mentre fatica a realizzare il disegno in Europa, per l’opposizione del governo tedesco nel controllo di Commerz, ha mirato e, a mio avviso continui a mirare una crescita in Italia. Centrerebbe appunto il doppio obbiettivo dimensionale italiano e della penetrazione nel settore assicurativo con la quota del 13% di Generali detenuto da Mps, oltre alla professionalità specifica di banca d’affari di Mediobanca, che potrebbe sicuramente far crescere con la sua esperienza personale nel settore.

Una scelta che non sarebbe positiva

Ma se da una parte fossero comprensibili le ambizioni di Orcel, dall’altra sarebbe e sarà una scelta non positiva eliminare dal mercato, nella sua indipendenza, quella che è oggi la terza banca italiana, cioè Mps, per la quale il ministro Giancarlo Giorgetti ha operato in silenzio ma in maniera efficace. Anche per un aspetto: per quello che può offrire Mps alle moltissime aziende piccole e medie italiane grazie alla professionalità di banca d’affari di Mediobanca, fino a prima del passaggio sotto il controllo di Mps dedicata essenzialmente alle grandi aziende.

Non è disprezzabile l’insistenza di Orcel nell’auspicare che nascano banche di dimensioni europee. Per questo non deve mollare nel tentativo di ottenere dal governo tedesco l’autorizzazione a poter consolidare e quindi guidare CommerzBank, ma proprio la resistenza della Germania a permetterglielo lo ha spinto e lo spingerà a pensare di crescere in Italia inglobando la terza banca del paese o, visti i veti, altre strutture.

Una serie di comprensibili smentite

Naturalmente dal grattacielo di Unicredito, che pare Orcel voglia abbandonare, sono arrivate smentite sul disegno di prendere il controllo di Mps, con la disponibilità di Milleri a cedere alla seconda banca del Paese la quota del 17,5% della più antica banca del Paese appena risanata con grade abilità dal due Lovaglio-Bai, premessa poi per la fusione.

Allo stesso modo anche il bravissimo Milleri fa sapere che non c’è un programma di Delfin di cedere il 17,5% di Mps. Smentite più che comprensibili ma autentiche e di rispetto per le autorizzazioni che le operazioni sulle banche richiedono? Visto anche come Lovaglio ha reagito da tempo a questa prospettiva, sottolineando (proprio a noi di MF-Milano Finanza) e in tempi non sospetti, cioè prima dell’emergere pubblicamente delle ipotesi con Orcel, e con particolare enfasi che Mps considera Milleri come l’azionista di riferimento, si potrebbe dedurre che con ciò volesse e voglia correttamente non perdere un socio così autorevole.

Lo è sicuramente per il fatto di avere la quota più grande di Mps, ma da un punto di vista formale il governo considera Delfin un’importante azionista finanziario e non il controllore di Mps. E non è solo il governo a considerare Delfin il maggior investitore e non l’azionista di controllo. In pieno accordo proprio con Lovaglio, che ha usato per Milleri la definizione «azionista di riferimento» e non di controllo. Questo assetto è del resto il risultato delle dinamiche di mercato, che talvolta esprime più saggezza di chi opera.

Tanto rumore per nulla?

Ma allora, tanto rumore per nulla?

C’è anche da tenere presente le manovre per il consiglio nuovo di Mps. Invidiabilmente c’è qualche azionista di rilievo (chi altro può essere, se non Francesco Gaetano Caltagirone) che ha giocato di abilità da scafato protagonista della politica romana. Quando sono scattate le indagini delle autorità sul possibile concerto, né Caltagirone né Milleri (indagati con Lovaglio) erano nel cda di Banca Mps, sostituiti tempo addietro rispettivamente dal figlio, Alessandro Caltagirone, e da Barbara Tadolini. Correttamente, non si è invece dimesso Lovaglio, pur essendo indagato ma colonna della rinascita di Mps.

Ora c’è da indicare, da parte del comitato nomine, la procedura per selezionare i candidati per la lista del Cda da presentare alla prossima assemblea. E nel comitato nomine c’è il figlio di Caltagirone. Ovviamente Lovaglio non fa parte del Comitato nomine per buona prassi di governance, ma sembra essere escluso anche dalla procedura per la selezione della lista, anche a motivo dell’indagine nei suoi confronti. Che quel comitato nomine non faccia scherzi: senza Lovaglio, Mps correrebbe grossi rischi.

Servono almeno tre grandi banche

Di nuovo, tanto rumore per nulla?

Assolutamente no, perché le analisi in atto fanno capire che per una efficiente competizione sul mercato e la possibilità per i clienti e le imprese di avere alternative, servono almeno tre banche di adeguata dimensione, sì da rispondere alle esigenze del sistema Italia e alla diversa stazza delle imprese prenditrici e delle aree di riferimento.

La cartina di tornasole di questa esigenza e dell’esigenza di banche italiane anche con relazioni internazionali è confermata dalle manovre in corso da parte di Credit Agricole, grande gruppo francese, interessato ad avere un ruolo importante in Bpm, su cui aveva mirato proprio Orcel. A fermarlo è stato il governo italiano, poiché l’acquisizione da parte di Orcel della più importante ex-banca popolare italiana avrebbe fatto cadere due obbiettivi: avere più di due alternative sul mercato milanese e creare le premesse perché l’eventuale permesso a Credit Agricole di crescere nella partecipazione possa far sorgere il diritto di reciprocità da parte di una banca italiana in Francia.

L’importanza della partita in Germania

Il ministro Giorgetti è stato molto abile e determinato nel far valere il principio di dominio su un mercato specifico e quindi a fermare il programma di Orcel che voleva appunto crescere anche sul mercato del Nord Italia, togliendo in questo modo pluralità di offerta e alternativa rispetto ai due colossi Intesa e Unicredito.

Per la grande professionalità che Orcel ha, l’ideale è che la eserciti per conquistare appunto la gestione di Commerzbank con atti e considerazioni che il governo tedesco non potrà contrastare. E in questa azione sarebbe naturale e utile che Orcel possa contare sull’aiuto del governo italiano in sede europea, anche se la logica della Ue spesso viene contrastata dal nazionalismo.

Se il governo tedesco ostacolerà ancora l’ascesa al 30% e quindi al controllo di Commerzbank da parte di Unicredit, sarà sacrosanto che l’Italia faccia altrettanto in caso di una grande banca tedesca che voglia conquistare una banca italiana. Per questo, forse, Unicredit o Intesa Sanpaolo potrebbero presto sfruttare il credito che l’Italia sta maturando per esempio verso la Francia per la crescita di Credit Agricole in Bpm. Del resto, sarebbe l’ora che anche la Germania capisse che nel momento in cui il mercato ha consentito a Orcel di arrivare realmente al controllo di Commerz, non dovrebbero essere opposti veti governativi. Altrimenti che Unione Europea è e sarà?

Le ripercussioni su Generali

Le questioni bancarie non sono tuttavia le uniche che richiedono attenzione per costruire sistemi utili allo sviluppo dell’economia e quindi al benessere dei cittadini e delle imprese. Occorre attenzione anche alla crescita ed efficienza dei sistemi assicurativi, sui quali i cittadini e le imprese possano contare.

E proprio il caso Mps va a cadere inevitabilmente anche sul settore assicurativo e in particolare sul futuro di Generali, di cui la banca senese più antica del mondo possiede la quota che per decenni ha consentito a Mediobanca di avere il peso maggiore a Trieste. Chi pensasse a voler mettere le mani sugli assetti di Generali, almeno ancora per due anni si metta l’animo in pace. Principalmente se lo mettano in pace il gruppo Caltagirone e Milleri, che pure è il maggior azionista non istituzionale.

Se è giusto rispettare la costruzione fatta in Mps è non solo giusto, ma doveroso che non si tenti neppure, con quel 13% posseduto da Mediobanca e quindi da Mps, cambiare o anche solo tentare) di cambiare uomini e gerarchie. E ciò nell’interesse generale dell’Italia che ha nelle Generali il gigante più internazionale del Paese. (riproduzione riservata)