Il folle fascino delle patrimoniali, dal contributo del 1922 al prelievo sui conti correnti le volte che lo Stato ha battuto cassa
Il folle fascino delle patrimoniali, dal contributo del 1922 al prelievo sui conti correnti le volte che lo Stato ha battuto cassa
Nella sua storia l'Italia ha visto diverse patrimoniali. Ecco come la misura ha influenzato l'economia e il dibattito politico 

di Roberto Sommella 12/06/2026 18:42

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Le patrimoniali sono come le riforme delle pensioni. Si fanno e non si annunciano. L’Italia ha una lunga esperienza in entrambe le materie, tornate ancora una volta in auge per la proposta del centrosinistra di tassare i patrimoni sopra i 2 milioni di euro, idea subito bocciata dalla premier Giorgia Meloni in un clima da campagna elettorale già avviata.


Ma quante sono state le patrimoniali in Italia? La risposta, sorprendentemente, arriva dallo stesso ministero dell’Economia e delle Finanze, che allo spettro di ogni risparmiatore dedica una sezione sul sito.

Intanto se si vuole parlare di patrimoniale meglio rifarsi alla definizione di chi dovrebbe poi incassarla, ossia il Dipartimento delle Finanze: «L’imposta straordinaria sul patrimonio ha carattere personale in quanto colpisce il patrimonio complessivo delle persone fisiche».

In Italia un'imposta straordinaria sul patrimonio fu istituita dopo la Prima Guerra Mondiale (con il regio decreto n.78 del 5 febbraio 1922) allo scopo di effettuare un prelievo straordinario sulla ricchezza nazionale; essa colpiva sia le persone fisiche sia gli enti collettivi (escluse le società per azioni) dotati di un patrimonio imponibile, valutato alla data fissa del 1° gennaio 1920, di almeno 50.000 lire.

Le imposte patrimoniali tra le due guerre

Negli anni tra il 1936 e il 1938 le eccezionali esigenze della finanza statale (come il finanziamento della guerra d'Africa), racconta ancora il sito ufficiale del Dipartimento delle finanze, determinarono la successiva istituzione di altre tre imposte patrimoniali, anch'esse di carattere straordinario: sulla proprietà immobiliare (ottobre 1936), sul capitale delle società per azioni (ottobre 1937) e sul capitale delle aziende industriali (novembre 1938).

Successive nuove imposte straordinarie sul patrimonio furono introdotte nel 1947 a causa dell’eccezionale situazione finanziaria in cui versava lo Stato per via dei costi della ricostruzione post-bellica.

Il prelievo straordinario del secondo dopoguerra

La legge n. 143 del 1° settembre 1947 disciplinò tre distinti tributi: l'imposta straordinaria progressiva sul patrimonio, l'imposta straordinaria proporzionale sul patrimonio delle società e degli enti e l'imposta straordinaria proporzionale sul patrimonio. La prima aveva carattere personale e colpiva il patrimonio complessivo delle persone fisiche, da ciascuna di esse posseduto alla data del 28 marzo 1947.

Erano soggetti all'imposta i beni sia del cittadino che dello straniero esistenti nello Stato; erano colpiti anche i beni del cittadino residente al di fuori dello Stato. L'imposta era fortemente progressiva, in quanto l'aliquota saliva dal 6% per i patrimoni di 3 milioni al 61,61% per i patrimoni di un miliardo e mezzo ed oltre.

Il patrimonio imponibile delle società le cui azioni erano quotate in borsa si determinava sulla media dei prezzi di compenso del trimestre 1° gennaio-31 marzo 1947; per le società non quotate il patrimonio si calcolava in base ai valori del trimestre stesso, tenendo conto dei criteri di valutazione valevoli per l'imposta di negoziazione e, per le aziende industriali e commerciali, del valore dei vari elementi che lo componevano. Il terzo tributo, vale a dire l'imposta straordinaria proporzionale sul patrimonio, non era che un temporaneo inasprimento dell'imposta ordinaria sul patrimonio dovuta per il 1947.

Venendo ai giorni nostri, gli italiani non hanno dimenticato una celebre patrimoniale. Nel 1992 il governo Amato, al fine di evitare un ulteriore dissesto finanziario e di permettere alla lira di restare agganciata al sistema monetario europeo, impose un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti bancari. Lo Stato incassò circa 5.200 miliardi di lire, equivalenti a 2,7 miliardi di euro. Le eccezioni di incostituzionalità contro quel decreto furono successivamente respinte dalla Corte Costituzionale.

Dall'eurotassa di Prodi all'Imu di Monti

Al momento della presentazione della misura Amato fu chiaro: «Italiani, mettetevi una mano sul portafoglio e una sul cuore e non andate in banca, perché il prelievo c’è già stato».

Più avanti il governo guidato da Romano Prodi varò nel 1996 una eurotassa per lavoratori dipendenti e autonomi al fine di centrare gli obiettivi di Maastricht e l’ingresso dell’Italia nella moneta unica. Lo Stato incassò circa 6 miliardi di euro, la tassa fu sostituita per il 60%. Può essere definita patrimoniale anche la reintroduzione dell’Ici, divenuta Imu, per decisione nel 2012 del governo di Mario Monti: colpì la casa, un bene che per molti italiani è l’unico patrimonio. Il gettito è stato stimato tra 23 e 24 miliardi di euro. Fin qui la storia, che si spera rimanga tale. (riproduzione riservata)