Due milioni di dollari a viaggio. È il prezzo che l’Iran potrebbe chiedere alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz, una volta terminata la tregua di 60 giorni prevista dagli accordi sottoscritti tra Washington e Teheran. Secondo indiscrezioni circolate durante i negoziati, l’Iran avrebbe posto sul tavolo delle condizioni un «pedaggio» di circa 1 dollaro per ogni barile trasportato lungo il corridoio marittimo da cui passa quasi un quinto del petrolio mondiale.
La questione potrebbe farsi più concreta già nelle prossime settimane. Venerdì 19 è attesa la firma definitiva dell’intesa che dovrebbe consolidare il cessate il fuoco tra le parti e consentire la graduale riapertura dello Stretto dopo mesi di tensioni militari e interruzioni del traffico commerciali.
Secondo le anticipazioni diffuse dall’agenzia iraniana Fars, i passaggi delle navi resterebbe gratuito per i primi 60 giorni. Successivamente Teheran potrebbe introdurre una tariffa formalmente legata a servizi di sicurezza, assistenza alla navigazione, tutela ambientale e coperture assicurative. Una formula tecnica dietro cui si nasconde il riconoscimento implicito di una nuova realtà geopolitica: dopo decenni in cui la sicurezza delle rotte energetiche del Golfo era stata garantita dalla presenza militare americana, oggi lo scacchiere è ribaltato.
Ma chi pagherebbe il conto? E quanto costerebbe realmente attraversare Hormuz? Sono le domande a cui ha provato a rispondere Guntram B. Wolff, in un’analisi pubblicata sul think tank europeo Bruegel. Lo studio parte da una constatazione: dopo mesi di guerra e dopo la dimostrazione della capacità iraniana di condizionare il traffico nello Stretto, Teheran vuole continuare a far parte dello scacchiere geopolitico del petrolio.
Secondo il report, una tariffa nell’ordine di 2 milioni di dollari per petroliera (calcolata sulla capacità standard di una Very Large Crude Carrier) si tradurrebbe esattamente in 1 dollaro in più per barile. Considerando che attraverso Hormuz transitano circa 20,4 milioni di barili al giorno, il pedaggio genererebbe per Teheran un entrata monstre compresa tra i 6 e i 14 miliardi di dollari l’anno.
Ma l’analisi macroeconomica di Bruegel riserva anche una sorpresa: il conto di Teheran non verrebbe pagato dall’Occidente. Anzi, tra l’80% e il 95% del costo del pedaggio verrebbe assorbito dagli stessi esportatori del Golfo. Arabia Sauditi, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar sarebbero costretti a ridurre i propri margini pur di mantenere aperta la principale arteria energetica mondiale. Un compromesso comunque sostenibile: molti dei giacimenti sauditi ed emirati estraggono petrolio a costi inferiori ai 10 dollari al barile, mantenendo profitti enormi anche sotto scacco.
Ai consumatori finali arriverebbe invece solo una frazione dell’aumento. Anche nello scenario più oneroso, Bruegel stima un incremento compreso tra 5 e 40 centesimi di dollaro per barile rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Una variazione quasi impercettibile per le pompe di benzina occidentali, specie se confrontata con il balzo di oltre 35 dollari registrato nei momenti più tesi della crisi. (riproduzione riservata)