Quanto è solida l’AI? Dentro i conti di OpenAI & co. tra valutazioni stellari e problemi di governance
Quanto è solida l’AI? Dentro i conti di OpenAI & co. tra valutazioni stellari e problemi di governance
Un’analisi di Pitchbook Research valuta la solidità di cinque imprese private. E quella posizionata meglio non è la OpenAI di Sam Altman 

di Sara Bichicchi 13/03/2026 20:30

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Scambiare un gigante dai piedi d’argilla per una corazzata. È il terrore che aleggia tra gli investitori del settore tecnologico, da tre anni in fibrillazione per l’ascesa dell’intelligenza artificiale. dai piedi d’argilla per una corazzata. E pagarlo per tale. Il risultato è stato, da un lato, l’esplosione della capitalizzazione delle società quotate, con Nvidia che ha frantumato ogni record arrivando a toccare 5.000 miliardi di dollari lo scorso ottobre. Dall’altro canto, le aziende private leader del settore hanno chiuso round di finanziamento multi-miliardari con valutazioni vertiginose.

In questa classifica il primato va a OpenAI, la società che ha lanciato ChatGpt, arrivata a valere 840 miliardi di dollari. Ma secondo gli esperti di Pitchbook Research, che si sono chiesti cosa ci sia dentro queste imprese, la più solida è un’altra, meno chiacchierata: Databricks.

OpenAI e le altre sono (per ora) aziende private. Come tali, non sono sottoposte agli obblighi di trasparenza e disclosure tipici delle quotate. Gli analisti di Pitchbook hanno però iniziato a scandagliare - per quanto possibile - numeri e modelli di business in un report che mette a confronto cinque player: OpenAI, Anthropic, Databricks, xAI e Ssi. L’obiettivo è capire chi è davvero solido e, quindi, ha le carte in regola per sopravvivere quando l’hype che circonda l’AI comincerà a svanire.

I parametri di valutazione

L’analisi assegna alle cinque aziende un punteggio da 1 a 10 sulla base di cinque parametri con pesi diversi. Il più importante è la qualità dei ricavi (25% dello score totale), ovvero quante vendite sono legate a contratti di lunga durata e, quindi, stabili. Gli altri indicatori sono l’efficienza del capitale, che misura in che grado i finanziamenti ricevuti si trasformano in fatturato, l’indipendenza informatica, la governance e la capacità di difendere i vantaggi competitivi.

Bilanciando il tutto a spuntarla è appunto Databricks, specializzata nell’analisi di grandi quantità di dati attraverso l’AI, con un voto di 8,7. Segue Anthropic con 7,4, mentre xAI (5,4) e OpenAI (4,8) restano staccate.

Il problema della cassa bruciata per OpenAI

Eppure la società di Altman è arrivata per prima, lanciando ChatGpt a novembre 2022, e a lungo è stata il brand più noto - se non l’unico noto - al grande pubblico. Ma questo non basta. OpenAI ha innanzitutto un problema: costa tantissimi soldi. Pitchbook Research prevede che nel 2026 la società «brucerà circa 14 miliardi di dollari rispetto agli 8-9 miliardi del 2025». In pratica, la montagna di denaro che gli investitori consegnano ad Altman di round in round non viene trasformata in ricavi stabili. Il totale raccolto è arrivato a 174 miliardi di dollari a fronte di solo 20 miliardi di ricavi ricorrenti stimati.

xAI ha un problema simile, ma da un paio di mesi può contare su SpaceX, nella quale è stata fusa a gennaio 2026, che invece i soldi li fa eccome, grazie alla rete satellitare Starlink e ai servizi spaziali.

C’è, però, una voce in cui la società di Musk batte i competitor: l’indipendenza computazionale. xAI riesce, più di tutte le altre, a non essere dipendente da un fornitore di chip per sviluppare i suoi modelli di AI. Al contrario la ricerca segnala una forte dipendenza di Anthropic da Amazon Web Services (azionista della società), nonostante un tentativo di diversificazione fatto con Google Cloud.

Tra governance e rischi politici

La governance premia ancora Databricks e Anthropic, che risultano più strutturate, anche se lo scontro tra l’azienda di Dario Amodei e il Pentagono - scrivono gli analisti - «introduce un nuovo punto: il rischio politico derivante da una governance basata sui principi». xAI sconta il fatto di essere in pratica guidata da un uomo solo al comando, Musk (ceo di SpaceX), mentre per OpenAI il report parla di una «ristrutturazione altamente complessa» con il passaggio da ente no-profit a società a scopo di lucro.

Ma chi può difendere più a lungo la leadership nel suo settore? La scommessa di Pitchbook Research va ancora una volta su Databricks e Anthropic, forti al momento di un alto grado di soddisfazione e fedeltà delle aziende. OpenAI si accoda, anche se gli analisti le attribuiscono ancora una certa riconoscibilità del marchio. Del resto la rincorsa al primato di ChatGpt è iniziata: da mesi Gemini, il chatbot di Google, tenta di drenare utenti al competitor.

Quegli accordi con le big tech

Google e le altre big tech non sono incluse nello studio di Pitchbook, dedicato alle aziende che si occupano esclusivamente di AI, ma nella corsa all’intelligenza artificiale fanno allo stesso tempo da partner e da competitor per OpenAI &co.

Le principali società del comparto sono infatti legate tra loro da una fitta ragnatela di accordi circolari, che prevedono investimenti finanziari in cambio di contratti di fornitura di chip e altri servizi. L’ultima intesa di questo tipo è quella siglata qualche settimana fa da Meta e Amd, dal valore di 100 miliardi di dollari, che include la possibilità per la società di Mark Zuckerberg di acquisire fino al 10% di Amd. Ma uno schema analogo alimenta, ad esempio, anche i rapporti tra OpenAI e Nvidia.

In questo meccanismo «un grande player investe in una startup di AI e quest’ultima utilizza i fondi per acquistare chip, servizi cloud o altre infrastrutture proprio dal finanziatore. I profitti sono poi reinvestiti nell’ecosistema, creando un loop in cui domanda e offerta si alimentano reciprocamente», spiega Sara Amato, head of Investment Specialists di Pictet Wealth Management Italia. In pratica «i capitali escono come investimenti e rientrano quasi subito nei bilanci delle big tech, gonfiando i ricavi cloud e rassicurando Wall Street sulla crescita del settore», aggiunge Roberto Rossignoli, senior portfolio manager di Moneyfarm. Ma può durare? «Nel medio-lungo termine la sostenibilità del modello dipenderà dalla capacità di trasformare gli investimenti in ritorni concreti», conclude Amato. (riproduzione riservata)