Quanti intrecci in Cdp tra dossier industriali, nomine e rinnovo dei vertici. Tutte le partite in corso
Quanti intrecci in Cdp tra dossier industriali, nomine e rinnovo dei vertici. Tutte le partite in corso
Da Nexi a Webuild-Trevi fino a Euronext, Venture, Poste-Tim Si moltiplicano i dossier industriali e di governance che i vertici di Cdp devono gestire. Con un occhio al rinnovo del board e alle elezioni in arrivo

di di Nicola Carosielli, Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 25/09/2026 22:30

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Interno giorno, piazza Verdi, quartiere Parioli, Roma. Nella nuova sede della Cassa Depositi e Prestiti, nell’ex palazzo del Poligrafico dello Stato che vide la stampa delle ultime lire, ora ci sono da trovare soluzioni a tanti dossier delicati per il sistema-Italia. Da Nexi a Webuild, da Poste-Tim a Euronext fino allo stallo nella governance di Cdp Venture Capital, sono molti i fronti aperti nel portafoglio partecipazioni della Cassa, che la prossima primavera affronterà anche il rinnovo dei vertici, in piena campagna elettorale.
 

In scadenza i sono il presidente Giovanni Giorno Tempini e l’amministratore delegato Dario Scannapieco, con il suo braccio destro Fabio Barchiesi vicedirettore generale con responsabilità sugli investimenti che guida in prima persona l’operativa Cdp Equity: quest’ultima è la cassaforte strategica che investe in filiere sensibili e infrastrutture critiche nel Paese.

Ma la Cassa significa anche tante poltrone: sono centinaia quelle assegnate dal colosso da quasi 490 miliardi di euro di attivi e 44 grandi partecipate di Stato, fra le quali anche Eni, Terna, Fincantieri, Snam, Saipem e Italgas. E anche queste fanno gola ai partiti. Ecco i dossier più caldi.

Il dossier Webuild e Trevi

Quella tra Trevi e Webuild, assieme a Nexi, è la partita più immediata. Cdp Equity si è confermata primo azionista di Trevi con il 21,27% dopo aver sottoscritto pro-quota un aumento di capitale da 100 milioni, ma è anche secondo socio di Webuild con il 16,46% (21,62% dei voti).

Quest’ultima, guidata da Pietro Salini, ha lanciato un’opa su Trevi a 4,5 euro per azione, ma il cda del general contractor emiliano ha giudicato non congruo il prezzo del colosso delle costruzioni. Per di più Webuild deve battere la concorrenza di un’altra offerta su Trevi: l’ops varata dalla friulana Icop, che proprio venerdì 25 ha rilanciato sul concambio a 5,16 euro dal precedente 4,16 euro per azione.

È un incrocio delicato quello in cui si trova Cdp, dato che ha interessi da valutare su entrambi i fronti: non a caso i due consiglieri Trevi in quota Cassa non si sono ancora schierati. Se optasse per l’ops Icop, diventerebbe azionista anche di quest’ultima. Nel frattempo Webuild, in attesa dell’esito dell’opa, ha rinviato il nuovo piano industriale.

La scalata in Nexi

Inizialmente previsto entro settembre, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza slitterà di qualche mese il completamento della salita di Cassa al 29,9% che la renderà l’azionista di riferimento della paytech. A fine agosto Mediobanca e Jp Morgan, advisor di Cdp Equity, hanno comunicato a Consob di aver rilevato oltre il 5% a testa di Nexi tra derivati e azioni. L’incarico agli intermediari era di arrivare all'8% da aggiungere all’attuale 19,6% così da consolidare il controllo dopo la fase confusa dei private equity. Il patto parasociale siglato a febbraio con H&F, unico fondo rimasto nell’azionariato con il 22%, non sarà modificato: tutte le loro azioni saranno apportate all'accordo che regola la governance.
 

Ma le azioni non sono ancora materialmente passate sotto la Cassa. Il suo rafforzamento nel capitale richiede un iter articolato in più giurisdizioni: non soltanto valutazioni antitrust, ma anche il via libera delle autorità di vigilanza dei Paesi nei quali Nexi opera. E non c’è soltanto l’Eurozona. In Danimarca serve l’ok della banca centrale di Copenaghen come in Svezia della Riksbank, entrambe eredità della fusione con la scandinava Nets.
 

A guardare alle mosse della Cassa è anche il mercato, che spera in un rilancio del titolo Nexi. Il gruppo, dalla scorsa primavera guidato dall’ex cfo Bernardo Mingrone che ha sostituito lo storico ceo Paolo Bertoluzzo, lavora alla ripresa delle quotazioni. Il manager ex Unicredit e Mps si è dedicato finora al taglio dei costi e il titolo è risalito dai minimi storici di 2,7 euro di inizio marzo riacciuffando quota 4 euro, livello considerato internamente il «minimo sindacale» anche se sarà difficile raggiungere le valutazioni stellari degli anni scorsi, dato che queste realtà vengono sempre più assimilate alle infrastrutture. Nei prossimi mesi l’attenzione dovrebbe spostarsi sulla valorizzazione delle attività infrastrutturali e di processing, in particolare sulla rete interbancaria dei pagamenti (divisione Dbs).

Lo stallo in Cdp Venture Capital

Il dossier Cdp Venture Capital è un altro dei nodi che Barchiesi dovrà affrontare nel breve termine. Il braccio di venture capital di Cdp, tra i principali motori istituzionali del settore in Italia, è alle prese con uno stallo nella governance: il cda è scaduto ad aprile con l’approvazione del bilancio 2025 e a fine settembre l’assemblea non è ancora convocata. Come mai?
 

Al centro della partita c’è il ceo e dg Emanuele Levi, cooptato a maggio 2025 dopo l’uscita anticipata di Agostino Scornajenchi (ora ceo di Snam) a un anno dalla scadenza del cda e con un piano industriale già impostato. L’ipotesi di una conferma di Levi, promessa fin dall’inizio, resta sul tavolo ma prima vanno definiti squadra ed equilibri interni, sui quali la politica vuole incidere.

Tra le ipotesi circola anche quella di affiancare a Levi un direttore generale: una soluzione che modificherebbe gli equilibri della società e confermerebbe il peso della politica sul nuovo assetto.
 

Cdp Venture, che gestisce masse per 4,7 miliardi di euro è un attore importante per colmare il gap italiano nel finanziamento alle start-up rispetto innanzitutto a Francia e Germania. Le operazioni non si sono fermate ma secondo più fonti il ritmo degli investimenti si sarebbe ridotto, mentre alcuni manager sarebbero in uscita. Levi si è inserito in una fase già segnata da cambi di vertice e organizzazione.

Ora la società procede in prorogatio e spetta a Barchiesi trovare una soluzione a uno stallo in cui le esigenze operative si sono intrecciate con le scelte politiche sulla governance. In un mercato ancora piccolo, una prolungata incertezza su uno dei suoi principali catalizzatori istituzionali rischia di diventare un segnale poco rassicurante per il mercato.

L'integrazione Poste-Tim

L’operazione Poste-Tim si è chiusa venerdì 25. L’opas lanciata da Matteo Del Fante nel marzo 2026 punta a fondere i due colossi per dare vita a un campione nazionale da 50 miliardi di capitalizzazione e 150 mila dipendenti. L’obiettivo è integrare cloud, AI e reti fisiche per accelerare la transizione digitale del Paese. Ora per Del Fante, e a monte Mef e Cdp, si apre la partita della governance dell’operatore tlc, visto che il ceo Pietro Labriola andrà in scadenza la prossima primavera.

Le tensioni su Euronext e Piazza Affari

Il braccio di ferro tra Cdp e il ceo di Euronext Stéphane Boujnah su Piazza Affari resta acceso. La Cassa è grande azionista con l’8% della società paneuropea dei listini, in cui è confluita anche Borsa Italiana. La contesa non è tanto sulle poltrone, quanto sui patti parasociali: Cdp rivendica il diritto di co-nominare i vertici di Piazza Affari e Mts a ogni rinnovo, Euronext invece ammette l’intervento italiano solo per posizioni vacanti.

Dopo due ricorsi cautelari respinti, Cdp ha avviato una causa ad Amsterdam per la quale serviranno circa 12 mesi. Intanto, la Consob ha imposto a Borsa Italiana impegni correttivi per garantire più autonomia da Parigi e indipendenza del board. (riproduzione riservata)