Nell’anno 2000 i due psicologi Sheena Iyengar e Mark Lepper condussero uno studio che portò a formulare la teoria del cosiddetto «paradosso della scelta». In un negozio gourmet vennero allestite a giorni alterni due vetrine: una con 24 gusti di marmellata e una con solo sei. Il risultato fu sorprendente. Molte più persone si fermavano di fronte alla vetrina delle 24 marmellate ma il tasso di conversione era incredibilmente favorevole allo stock di sei gusti: 30% contro 3%.
Questo esperimento, citato dallo head of trading di Moneyfarm Alessandro Capuano nel corso della presentazione di uno studio sugli Etf condotto tra i clienti della piattaforma, racconta quello che sta succedendo con il mercato degli Exchange Traded Fund: oggi gli investitori italiani hanno a disposizione più di 3.900 prodotti Etp (la macro-categoria che include al suo interno i fondi-indice, compresi gli strumenti a leva) quotati e solo nei primi otto mesi di quest’anno a Piazza Affari ne sono sbarcati 228.
Il paradosso? Un’offerta così vasta, proprio come la vetrina con 24 marmellate, incuriosisce gli investitori ma frena la loro propensione a investire.
Il motivo è semplice. Il sondaggio condotto da Moneyfarm evidenzia che a fronte di un’offerta sempre più vasta il 45% degli investitori incontra la maggiore difficoltà proprio nel doversi districare tra prodotti troppo simili tra loro.
Ciò vale a tutti i livelli di sofisticazione dei fondi quotati. A cominciare dai comparti più generalisti: basti pensare che un investitore italiano che con il suo portafoglio volesse replicare la performance dell’indice Msci World (azioni globali dei mercati sviluppati) avrebbe a disposizione ben 21 Etf. E chi volesse invece esporsi all’andamento del Ftse Mib si troverebbe di fronte a sei comparti pressoché identici.
E la difficoltà aumenta in modo esponenziale quando ci si sposta verso nicchie più specifiche. Un esempio sono gli Etf tematici sull’intelligenza artificiale. Il portale JustEtf ne censisce 19: ma a differenza dei prodotti focalizzati su indici consolidati e con lunghi track record - come possono esserlo l’Msci World, l’S&P 500 il Ftse Mib - questi comparti che cavalcano l’onda dei megatrend in crescita tendono a replicare indici nuovi, a volte creati su misura da provider specializzati proprio per quel determinato Etf. Risultato: la dispersione delle performance è enorme, con i migliori comparti sull’AI che hanno reso nell’ultimo anno l’80% e i peggiori che hanno addirittura perso fino al 4%. Così come variabili sono i costi, che vanno da un minimo dello 0,3% a un massimo dello 0,75%.
L’infografica nella pagina a fianco, elaborata sulla base dei dati forniti da JustEtf, disegna una mappa dell’offerta oggi disponibile per investitori europei, esclusi gli Etp a leva. Gli azionari sono i prodotti di gran lunga preferiti: il sondaggio di Moneyfarm mostra che il 65,4% dei clienti detiene comparti di tipo equity, contro il 25,3% focalizzato sul reddito fisso e l’11,3% che invece privilegia oro e mercato monetario (quindi liquidità).
Gli Etf azionari sono distinti in quattro macro-categorie: regionali, che includono sia quelli su macro-aree come Europa, emergenti e globali sia quelli su singoli Paesi; settoriali, che hanno come sottostanti panieri di specifici settori della borsa (come le banche o l’energia); tematici, che accorpano titoli anche di settori diversi ma accomunati dal coinvolgimento in un unico megatrend (ad esempio l’AI, che include al suo interno titoli dei chip, dei software, perfino dell’energia che serve ad far funzionare le macchine); fattoriali, pensati per esporre il portafoglio a un preciso fattore - o stile - di investimento: il quality, il value, il momentum, il low volatility o il fattore size, legato alle società a minore capitalizzazione. A questi si affiancano strategie orientate, ad esempio, ai dividendi.
Meno complesso il discorso per gli obbligazionari, dove le principali distinzioni tra Etf riguardano le tipologie di bond (governativi, societari o misti), le valute, le varie scadenze e i rating degli emittenti (investment grade e high yield). Differente è la funzione in portafoglio degli Etf monetari: prodotti gettonatissimi, tanto che da gennaio ad agosto lo strumento più negoziato in assoluto su Borsa Italiana è stato proprio un comparto monetario, Xtrackers II Eur Overnight Rate Swap con oltre 4 miliardi di euro di controvalore. Questi strumenti, che puntano a replicare l'andamento dei tassi monetari a brevissimo termine attraverso portafogli di titoli o strutture sintetiche, si possono usare in modo alternativo ai conti di deposito, in alcuni casi con una fiscalità più favorevole.
Per finire ci sono tutte le altre categorie: comparti ed Etc (Exchange-Traded-Commodities) sulle materie prime, come oro e petrolio, Etf sull’immobiliare quotato – un investimento poco diffuso in Italia ma molto apprezzato negli Usa e nel Regno Unito –, Etc su commodity e i sempre più diffusi Etf a gestione attiva. Questi ultimi mantengono il contenitore quotato tipico degli Etf ma abbandonano la replica passiva di un indice in favore delle scelte discrezionali del gestore. Sono ormai il vero trend dell’industria: tanto che i prodotti di questo tipo sono più di 400, con una crescita delle masse che tra il primo e il secondo trimestre è stata del 26% (dati HanEtf).
Gli Etf attivi d’altronde spostano le logiche della selezione dei titoli tipiche dei fondi comuni in involucri che, per la loro facilità di negoziazione e liquidità, sono stati pensati proprio per tenere i costi sotto controllo. Tanto che gli Etf su indici ampi e diversificati come l’S&P arrivano anche ad avere un costo annuo (ter) di appena 3 punti base, vale a dire lo 0,03%.
La ricerca di Moneyfarm segnala che per il 32% degli investitori il parametro più importante al momento della scelta dell’Etf è proprio quello dei costi, seguito dal settore o tema (31%), dalla performance storica (21%) e dalla liquidità (15%), mentre la reputazione dell’emittente è importante solo per il 2% del campione. Ma il costo non è l’unica variabile a cui gli investitori dovrebbero guardare. Oltre al ter contano ad esempio i volumi giornalieri. Questi ultimi però non esauriscono il tema della liquidità: per un Etf contano anche la liquidità dei titoli sottostanti e l’attività di market maker e authorized participant. Oppure l’anzianità sul mercato: sempre più Etf giovani che fanno fatica a generare raccolta vengono chiusi a pochi anni dal lancio, con una possibile inefficienza fiscale per il risparmiatore.
La liquidazione della posizione può infatti comportare la realizzazione anticipata di eventuali plusvalenze e quindi il pagamento della relativa imposta, al 26% o al 12,5% per la quota riferibile ai titoli di Stato agevolati. Altro aspetto centrale, per l’investitore, è lo spread denaro-lettera, strettamente legato alla liquidità dell’Etf: in base alla facilità con cui quell’Etf è negoziato il prezzo di acquisto e quello di vendita possono differire in modo sostanziale, generando un extra-costo implicito a prescindere dalle commissioni. Ci sono poi le dimensioni: masse più alte implicano in genere volumi più alti, maggiore attività dei market maker e interesse del provider di tenere in vita lo strumento. E per finire la capacità dell’emittente di rimanere aderente all’indice replicato: contano quindi l’entità degli scostamenti rispetto al benchmark e indicatori come tracking difference e tracking error, che permettono di valutare l’efficienza della replica.
Ci sono infine - e Moneyfarm li classifica tra gli otto parametri con cui ha costruito il suo indice proprietario per stilare un ranking degli Etf comparabili - altri fattori rilevanti ma meno decisivi per l’investitore individuale. Ad esempio, se la replica è fisica (l’Etf detiene fisicamente i titoli dell’indice) o sintetica (la replica avviene tramite derivati swap): un fattore che può influenzare il rischio di controparte. O ancora, pur attraverso un meccanismo differente, se l’Etf effettua o meno il prestito titoli. Molti gestori abbassano i costi prestando i titoli che possiedono, ad esempio se queste azioni o bond interessano molto al mercato per assumere posizioni corte (short). «Così si genera un rischio di controparte o di collaterale, anche se la situazione non si è mai verificata, nemmeno nell’anno del Covid», spiega Roberto Rossignoli, senior portfolio manager di Moneyfarm.
Al di là delle questioni più tecniche, il concetto più importante è però un altro. La bontà o meno di un Etf va giudicata non in base alla miglior performance in valore assoluto ma a quanto il prodotto è in grado di aderire all’obiettivo che si pone. Se questo obiettivo è replicare in modo fedele l’andamento del Ftse Mib, che nell’ultimo anno è cresciuto del 22%, l’Etf che per assurdo avesse realizzato una performance del 30% non sarebbe stato efficiente, perché si sarebbe discostato in modo eccessivo dal benchmark. E ciò potrebbe essere il segnale di una replica inefficiente, con un’esposizione non perfettamente aderente alla composizione dell’indice e, potenzialmente, un profilo di rischio difverso da quello atteso dall’investitore.
Ogni riflessione infine va naturalmente inserita in una cornice equilibrata di costruzione del portafoglio. Una volta stabiliti obiettivi, profilo di rischio e orizzonte temporale, un approccio diffuso consiste nel costruire un nucleo duro con pochi Etf ampiamente diversificati e a basso costo, intorno ai quali inserire, per chi lo volesse, scommesse tattiche geografiche, settoriali, tematiche o fattoriali. Senza esagerare con il numero di strumenti, sia in ottica di efficientamento fiscale che – soprattutto per importi contenuti – di massimizzazione dell’interesse composto.
Dal sondaggio di Moneyfarm emerge un altro dato interessante: per facilitare la scelta degli Etf da mettere in portafoglio più di un quinto degli intervistati (21%) vorrebbe una valutazione oggettiva dei prodotti, basata su parametri misurabili.
Lo strumento messo a punto dalla fintech è il Moneyfarm Index: un comparatore a supporto delle decisioni (non fornisce raccomandazioni di investimento, precisa la società) che assegna a ciascun Etf un punteggio da 0 a 10 che ne misura la qualità rispetto agli strumenti comparabili, cioè quelli che perseguono la stessa strategia d'investimento. «Il punteggio sintetizza otto parametri oggettivi: costo (ter), volumi scambiati, dimensione del fondo, spread denaro-lettera, scostamento del prezzo dal nav, anzianità, metodo di replica e prestito titoli», elenca Alessandro Capuano, head of trading di Moneyfarm. «Per ciascun parametro l'Etf riceve una valutazione relativa ai concorrenti: la loro combinazione genera il Moneyfarm Index».
Un punteggio di 8 su 10, specifica però Capuano, «non significa che l'Etf è buono all'80%, ma che si posiziona meglio dell'80% degli Etf comparabili». Per capire il funzionamento dello strumento Moneyfarm ha proposto per Milano Finanza due simulazioni: una sugli Etf dell’intelligenza artificiale (tabella in basso) e una sui fondi-indice focalizzati sull’azionario europeo. Per questi ultimi sono stati inclusi gli Etf su indici ampi europei e dell'Euorozona (Euro Stoxx 50, Msci Europe, Msci Emu, Stoxx Europe 600), esclusi settoriali, fattoriali, Esg e a gestione attiva, che seguono strategie diverse. Le prime dieci posizioni presentano vari ex aequo: segnale del fatto che molti prodotti di questo tipo svolgono il loro lavoro in maniera quasi perfettamente intercambiabile. Curioso notare che il primo Etf in graduatoria, con un punteggio di 8,1, non è il più economico a livello di costi: il comparto è Amundi Euro Stoxx 50 II Acc e costa 20 punti base all’anno. Solo uno degli Etf in classifica costa di più, ma nonostante ciò il fondo-indice ottiene punteggi massimi per le voci che riguardano replica, prestito titoli, spread denaro-lettera e anzianità, oltre ad avere un 8,6 per quanto riguarda i volumi.
Per l'intelligenza artificiale viene considerata invece l'intera filiera: Etf dedicati ad AI, robotica e semiconduttori. Anche in questo caso, osserva Capuano, «il risultato conferma che la qualità di un Etf non dipende solo dal costo: liquidità, dimensione e struttura fanno la differenza». Il primo Etf in classifica, il VanEck Semiconductor (9,1 il punteggio complessivo), è effettivamente uno dei comparti meno cari della lista (35 punti base) e infatti si aggiudica un 8,6 alla voce dei costi. Ottiene inoltre punteggio pieno o quasi pieno agli indicatori replica, prestito titoli, spread denaro lettera, volume e dimensioni: non a caso questo Etf gestisce oltre 8 miliardi di masse.
Tra gennaio e agosto di quest’anno a Piazza Affari sono stati quotati 228 Etp, che hanno portato il totale degli strumenti negoziati a Milano a 2.465 per 229 miliardi di euro di masse in gestione. Questi numeri astronomiche confermano come la piazza milanese è ormai ben più attraente per i provider di fondi-indice che non per le aziende. Anche il mese di settembre è partito con un certo fermento: le statistiche ufficiali di Borsa Italiana censiscono da inizio mese 19 ulteriori quotazioni, di cui cinque solo nell’ultima settimana. E una è già annunciata per lunedì 28, quando CoinShares debutterà sul mercato Etfplus di Borsa con l’Etf Bitcoin Mining: un prodotto azionario che, come suggerisce il nome, è focalizzato sui titoli delle società che effettuano il mining (cioè l’estrazione) della più grande tra le criptovalute. Il costo annuo è dello 0,65%.
Quanto ai listing dell’ultima settimana, il filo conduttore è l’esplorazione di nicchie del mercato ancora poco battute dal risparmio gestito tradizionale. HanEtf, ad esempio, ha quotato a Milano il comparto Sprott Rare Earths ex-China: un Etf azionario da 65 punti base di ter che si espone alle società estrattrici di terre rare (i metalli strategici usati in tutta una serie di industrie, dai veicoli elettrici all’aerospazio) ma escludendo il mercato principale di questi materiali, quello cinese. La tesi di investimento, si legge nel sito di HanEtf, è che il predominio di Pechino sul mercato stia «stimolando investimenti e opportunità al di fuori della Cina, alleanze per l’approvvigionamento di materiali critici e finanziamenti per la costituzione di scorte strategiche da parte dei Paesi sviluppati di tutto il mondo».
Altro segmento tematico sempre più presidiato dalle società di gestione è quello dello spazio, ancora in scia alla ipo dei record di SpaceX. Il 23 settembre Global X ha quotato a Piazza Affari l’Etf Space Tech (ter 0,5%), il quarto comparto di questo tipo a essere lanciato negli ultimi mesi. Lo stesso giorno Global X ha suonato anche una seconda campanella: quella dell’Etf Nyse 100 (9 punti base i costi annui), il primo in Europa a replicare l’indice che seleziona 100 società tecnologiche e ad alta crescita quotate negli Stati Uniti senza limitarne la selezione a una singola borsa, a differenza del più noto Nasdaq 100. (riproduzione riservata)