La Russia alza la posta nella partita energetica con l’Europa. Il presidente Vladimir Putin ha incaricato il governo di valutare la possibilità di uscire dal mercato europeo del gas, aprendo alla prospettiva di un’interruzione anticipata delle forniture verso l’Unione europea.
A chiarire la portata della mossa è stato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, secondo cui non si tratta ancora di una decisione definitiva ma di un’analisi strategica richiesta dal presidente. Mosca potrebbe però decidere di interrompere le esportazioni già ora, senza attendere che l’Europa introduca nuove restrizioni.
La valutazione del Cremlino arriva mentre l’Unione Europea accelera sul piano di uscita dalle forniture energetiche russe. Bruxelles punta infatti ad azzerare completamente le importazioni entro l’autunno del 2027.
Il calendario delle misure prevede una prima stretta dal 25 aprile con il divieto di contratti a breve termine per il gas liquefatto russo, seguito dal blocco delle forniture via gasdotto con contratti brevi dal 17 giugno. Il divieto totale scatterà invece il primo gennaio 2027 per il Gnl e dal 30 settembre dello stesso anno per il gas trasportato via pipeline.
Nonostante il progressivo disimpegno europeo, nel 2025 la Russia è rimasta il secondo fornitore di Gnl per l’Europa dopo gli Stati Uniti. Le esportazioni complessive di gas verso l’Ue sono tuttavia scese del 44% a 18 miliardi di metri cubi, il livello più basso dagli anni Settanta.
Una parte delle forniture continua ad arrivare tramite il gasdotto Turkish Stream, mentre il Gnl viene trasportato nei porti europei con navi cisterna.
Il confronto energetico tra Mosca e Bruxelles si inserisce in un contesto internazionale già segnato da forti tensioni. I prezzi del gas sono tornati a salire a causa delle tensioni in Medio Oriente e delle restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
A complicare ulteriormente il quadro è arrivata anche la sospensione della produzione di Gnl da parte di QatarEnergy dopo gli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche del Paese.
In questo scenario alcuni governi europei hanno già espresso dubbi sul calendario del phase-out. Il ministro dell’Energia norvegese Terje Aasland ha suggerito di riconsiderare i tempi dell’abbandono delle forniture russe per evitare rischi sulla sicurezza energetica.
La linea europea non è infatti condivisa da tutti i Paesi membri. Ungheria e Slovacchia hanno votato contro l’uscita dal gas russo, sottolineando la forte dipendenza energetica da Mosca.
Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, incontrando Putin a Mosca, ha ribadito che petrolio e gas russi restano fondamentali per mantenere prezzi energetici sostenibili. Il presidente russo ha definito Budapest e Bratislava “partner affidabili”, promettendo di continuare a garantire le forniture finché manterranno l’attuale linea politica.
Se l’Europa chiude progressivamente le porte, Mosca guarda sempre più a Oriente. La Cina viene considerata il principale mercato alternativo per il gas russo, anche alla luce del raffreddamento delle relazioni tra Pechino e Washington dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump.
Nel 2025 la Cina ha iniziato ad acquistare apertamente energia russa, inclusi carichi provenienti dal progetto Arctic LNG 2, nonostante le sanzioni occidentali. Gli analisti ritengono inoltre possibile la firma già quest’anno di un accordo per il nuovo gasdotto Power of Siberia 2.
Il negoziato sui prezzi, però, si annuncia complesso. Pechino punta a mantenere una forte diversificazione delle fonti energetiche e difficilmente accetterà condizioni particolarmente favorevoli per Mosca. Una dinamica che potrebbe ridisegnare gli equilibri del mercato globale del gas nei prossimi anni. (riproduzione riservata)