Avete presente quei video che in time-lapse mostrano la deriva dei continenti e raffigurano il modo in cui il mondo si è plasmato? Traslato sulla geo-economia mondiale, è questo l’effetto che provoca nel lettore Prometeo e Leviatano, il saggio appena uscito per Mondadori di Fabrizio Pagani, economista e banchiere, docente a SciencePo a Parigi e alla Luiss a Roma, già capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, sherpa per l’Italia al G20, ora partner di Vitale & co e fondatore del think tank Minima Moralia. Ed è il grande merito dell’opera, che offre uno sguardo d’insieme sulle cause e gli effetti dei grandi movimenti degli ultimi trent’anni, dall’avvento della globalizzazione alle crisi finanziarie fino ai conflitti in Ucraina e Medio Oriente, all’attuale disordine globale. Movimenti che hanno fatto spostare l’ago della bilancia del potere dal mercato agli Stati, appunto dal Prometeo al Leviatano.
Pagani rintraccia all’interno della globalizzazione esplosa a cavallo del secolo i semi della sua stessa dissoluzione, ben prima della grande crisi finanziaria del 2008, nelle disuguaglianze crescenti che venivano create dall’integrazione dei mercati a livello mondiale, non solo tra lavoratori impoveriti e manager strapagati e relativo schiacciamento della classe media, ma anche nella bilancia dei pagamenti tra Paesi. E lì intravede anche il terreno di coltura delle neo-destre populiste che si sono affermate, come Donald Trump in Usa, o che cercano di prendere il potere in Europa, nella marginalizzazione economica e culturale di intere aree di Paesi e nella perdita di sicurezza e di identità culturale causata dai flussi migratori. Un malessere di cui Pagani individua il manifesto, non a caso, nel libro Elegia Americana di JD Vance, scritto quando era ben lontano dalla Casa Bianca.
Dalla crisi finanziaria a quella del debito sovrano alla Brexit, e poi il Covid, l’Ucraina e ora l’Iran, il mondo si è sempre più disgregato nelle relazioni e la cooperazione è degradata in competizione, diffidenza e frammentazione. Le catene del valore si sono accorciate, le tecnologie sono diventate una proiezione di potenza (come dimostra Donald Trump quando si oppone alla regolamentazione della AI per non ostacolare gli Usa nella competizione con la Cina), la sicurezza economica e l’autonomia strategica contano quanto, se non più, dell’efficienza. E anche le monete e il sistema finanziario diventano strumenti di pressione geopolitica, come ha dimostrato l’espulsione della Russia dal sistema Swift, che a sua volta ha accelerato la ricerca di sistemi alternativi al dollaro.
Quindi, meno mercati aperti e più dazi, meno innovazione libera e più controllo della tecnologia, ma anche politiche industriali e utilizzo coercitivo della finanza e della moneta. Insomma un mondo più frammentato, con più barriere e catene più corte ma più sicure. E lo Stato che vince nello scontro con il mercato. In tutto questo l’Europa si ritrova schiacciata tra le grandi potenze e deve combattere la sua «guerra d’indipendenza», ovvero trasformarsi anch’essa in potenza e non restare più solo un’area economica.
Ma per ridurre le sue dipendenze critiche senza rinunciare alla propria vocazione, l’Europa deve compiere scelte nette pescando nella sua grande miniera di materia prima critica: il risparmio privato degli europei. Servirebbero un vero mercato unico dei capitali, un titolo comune di debito, un euro più internazionale (la sua versione digitale può essere una strada) e una spinta sull’industria tech di punta, scegliendo la strada di una «globalizzazione selettiva», che sarebbe molto utile anche alle pmi italiane.
L’Europa ha poi un’arma formidabile da usare strategicamente: la forza normativa che può imporre sui mercati, quella che per esempio per ora tiene fuori dal continente le stablecoin in dollari, e con la quale cerca di fissare standard anche alla AI e ai giganti tech. Le ricette di Pagani sono chiare (riecheggiano i rapporti Draghi e Letta) e pragmatiche e per questo, almeno a parole, condivise da gran parte dei policymaker; spetterà ai cittadini europei, in questa tornata elettorale del 2027, scegliere con il voto se metterle in pratica e a chi affidare questo rinascimento europeo. (riproduzione riservata)