Con la ri-nazionalizzazione di Telecom Italia, sotto la regia del colosso pubblico delle Poste, si riportano le lancette dell’orologio indietro di quasi 30 anni, chiudendo una delle pagine nere delle privatizzazioni italiane.
Telecom infatti è stata una pagina ingloriosa dell’enorme campagna di privatizzazione del governo italiano. Di certo la peggiore insieme a un altro grande flop che fu il passaggio di proprietà di Autostrade alla famiglia Benetton per poi riacquistare la rete dopo il disastro del Ponte Morandi.
La storia di Telecom è nota. Finì nel ’97 a un gruppetto di privati, il cosiddetto nocciolino, interessati più ai risvolti finanziari che allo sviluppo industriale. Poi nel ’99 la madre di tutti i guai con l’opa a debito di Roberto Colaninno e dei capitani coraggiosi. Un fardello che azzoppò la compagnia telefonica irrimediabilmente sotto il peso di un debito monstre e che la ingessò per decenni.
E né Marco Tronchetti Provera, né le banche, né Vivendi, passati via via sulla tolda di comando del gruppo telefonico, sono mai stati in grado di togliere dalle secche quella che prima della privatizzazione era il sesto gruppo mondiale delle tlc con poco debito e marginalità importante. Del resto il gruppo telefonico era la grande cash cow da cui estrarre valore finanziario e non certo sviluppo industriale. Per gli azionisti fu il più grande bagno di sangue della storia. Telecom ha bruciato in borsa oltre 50 miliardi di euro con un passivo delle quotazioni di oltre il 90%.
Altra storia assolutamente negativa riguarda Autostrade. Comprata nel ’99 dalla famiglia Benetton con un incasso per lo Stato di 6,7 miliardi, a fronte di un valore assai più elevato, la rete divenne il Bengodi della famiglia veneta. Che indebitando il gruppo finì per sborsare una cifra irrisoria per l’infrastruttura stradale.
La lunga concessione e le tariffe concesse dai regolatori facevano di Autostrade la più grande mucca da mungere. Basti pensare che il margine industriale tipico del gruppo per anni superava il 60 per cento dei ricavi e l’utile netto ha sempre rappresentato una redditività del 25% sul totale dei ricavi.
Un grande produttore di cassa su cui si sono estratti per decenni dividendi miliardari che per la loro quota parte sono finiti nelle casse dei Benetton, che del gruppo possedevano il 30% del capitale. Ma come potrebbe dimostrare l’inchiesta giudiziaria che si è occupata della tragedia del crollo del Ponte Morandi gli investimenti in manutenzione e sicurezza potrebbero essere sempre stati tenuti al minimo.
Dopo la tragedia è avvenuta l’exit della famiglia di Ponzano Veneto che è riuscita a farsi pagare una cifra di tutto rispetto. Il riacquisto dell'88% di Autostrade per l'Italia da parte pubblica è stato valutato circa 8,2 miliardi di euro. La quota del 30% in mano ai Benetton ha consentito di incassare 2,7 miliardi di euro. E questo nonostante il disastro del Ponte genovese e la scoperta degli investimenti tenuti al minimo. Ora lo Stato dovrà rimettere mano a una politica di investimenti assai più copiosa del passato per garantire la sicurezza.
Ai due grandi flop della campagna di cessione di asset pubblici andrebbero aggiunte le disastrate operazioni di Alitalia e di Ilva. Con le privatizzazioni di fatto fallite e il ritorno sotto l’ombrello pubblico che hanno necessitato di successivi interventi di immissione di denaro per decine di miliardi costantemente bruciati. Il caso Ilva è tuttora irrisolto e continua a pesare fortemente sul bilancio pubblico con iniezioni-ponte di denaro pubblico.
Per il resto un bilancio della grande operazione di cessione di asset concentrata a cavallo degli anni Novanta per centrare l’obiettivo dell’ingresso nell’euro e poi proseguita con un passo più lento, non può che essere positivo. Positivo per i conti dello Stato che (si veda tabellone in pagina) dalle cessioni ha incassato complessivamente in oltre 20 anni di campagna ben 110 miliardi di euro.
E come ha rivelato il vecchio “Libro bianco delle privatizzazioni” ha consentito nel periodo clou dal ’96 al 2000 di portare il deficit dal 7% all’1,5% del pil e il debito pubblico passare dal 122% al 110%. Certo nel conto però vanno messi gli effetti collaterali. L’incasso liquido a fronte però dell’impoverimento patrimoniale dalle cessioni delle quote e la rinuncia alla quota parte di utili e dividendi.
E poi, ma questo esula, una conseguito l’obiettivo dell’Italia di entrare nell’euro, sia il deficit che il debito hanno ripreso a salire, vanificando buona parte dello sforzo di risanamento dei conti pubblici. Ma i benefici pubblici dalle cessioni nella grande parte dei casi si sono anche tradotti in buoni guadagni per chi è entrato nel capitale, siano stati grandi investitori istituzionali che piccoli risparmiatori.
Significativi i poderosi guadagni nel tempo di una delle migliori campagne di privatizzazione, quella dell’Eni, avvenuta a più riprese con almeno cinque tranche messe sul mercato a partire dal primo sbarco in borsa con il primo blocco del 1995. Cui si sono succedute altre tranche. La lenta ma progressiva discesa fino a toccare il 30% ancora in mano allo Stato ha comportato l’incasso solo per le prime quattro tranche di oltre 20 miliardi di euro.
Ed è significativo il valore che Eni ha continuato a creare. Basti pensare che nel lontano 2002, il 30,33% della quota Eni detenuta dallo Stato pesava allora 21 miliardi di euro, pari al valore dell'intera azienda nel 1995, evidenziando il successo della privatizzazione nella creazione di valore. Del resto Eni, il grande colosso del petrolio e gas, è un grande produttore di cassa anche se sottoposto alla ciclicità del prezzo del greggio. La cassa in eccesso finisce in dividendi che strutturalmente nel tempo vantano un rendimento sopra il 5% annuo. Per gli investitori la società petrolifera è stata un grande affare. Dalla prima ipo del ’95 il prezzo del titolo è quintuplicato, pur con grandi oscillazioni.
Anche Enel va annoverata come una grande operazione di successo per lo Stato che dalle cessioni a più riprese ha incassato 40 miliardi di euro, ma anche per gli investitori che hanno visto il titolo passare da una capitalizzazione di 50 miliardi ai 94 miliardi attuali. Oltre che ovviamente avere un total return a tre cifre percentuali.
Anche le privatizzazioni di Terna e Snam sono state un buon viatico sia per le casse pubbliche che per gli azionisti. Basti pensare che il total return, dividendi reinvestiti, supera il 1.500% per Terna e poco meno per Snam. Del resto i colossi dell’energia e le infrastrutture energetiche sono dei business più che sicuri. Soprattutto le reti dell’elettricità e del gas che agendo da monopolisti e con tariffe che coprono investimenti e inflazione oltre a un quid di redditività, garantiscono profittabilità elevate e costanti nel tempo.
Stesso discorso per Poste che ormai opera come un Giano Bifronte con il business finanziario molto redditizio e cresciuto negli anni che sopperisce e sopravanza alla grande i costi del servizio postale universali che invece per anni hanno viaggiato in perdita. Dai collocamenti ripetuti nel tempo le casse pubbliche hanno incassato oltre 6,5 miliardi di euro, mentre gli azionisti (tra cui lo Stato che ora scenderà se l’opas su Telecom andrà in porto a poco più del 50%) hanno potuto beneficiare di un apprezzamento di oltre il 200% in 10 anni. A cui vanno aggiunti i copiosi dividendi. (riproduzione riservata)