Private equity, nel primo semestre in Italia frena la raccolta (-60%): le ragioni del rallentamento
Private equity, nel primo semestre in Italia frena la raccolta (-60%): le ragioni del rallentamento
Gli investimenti rimangono sostanzialmente invariati rispetto al 2025, a quota 5,1 miliardi. E il 72% dell’ammontare arriva da fondi internazionali. I dati Aifi-PwC Ialia

di Marco Capponi 21/09/2026 11:40

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Suona un campanello d’allarme nell’industria italiana del private equity. Nel primo semestre l’ecosistema dei private capital (che include anche il venture capital) mappato da Aifi e PwC Italia ha raccolto 674 milioni di euro. Si tratta di una contrazione del 60% rispetto allo scorso anno, nonostante gli investimenti siano rimasti sostanzialmente in linea (-2%) a quota 5,1 miliardi.

Le ragioni dietro al rallentamento

Nel presentare i dati, non a caso, il presidente di Aifi Innocenzo Cipolletta ha ricordato come sia necessario «intervenire con misure forti e immediate per invertire questa tendenza». A livello puramente tecnico, il dato della raccolta non rappresenta un tracollo sostanziale in grado di mettere in discussione tutta l’industria private equity nel suo complesso.

Semplicemente, nel corso del semestre i grandi attori del settore non hanno aperto grandi finestre di raccolta. Solo 21 fondi hanno raccolto capitali (erano stati 29 lo scorso anno), e gli afflussi sul mercato sono stati pari a 574 milioni (contro gli 1,2 miliardi del 2025).

Il vero problema è che «ci sono ancora pochi attori di dimensione significativa che diano stabilità al mercato», ha spiega Anna Gervasoni, direttore generale dell’associazione. «Abbiamo parecchi operatori piccoli che fanno fatica a raccogliere, e pochi grandi operatori che quando aprono delle finestre sono in grado da soli di muovere il mercato. Bisogna lavorare su questo». 

Le principali fonti di raccolta

Gervasoni ha quindi auspicato «che il ciclo di aggregazioni in atto crei un po’ di massa critica generando campioni in grado di fare raccolta nazionale e internazionale».

A livello di fonti che hanno contribuito agli afflussi del settore, il report di Aifi e PwC Italia (curato tra gli altri da Francesco Giordano, private equity leader della società di consulenza strategica) mostra come il grosso (29%) sia arrivato da fondi pensione e casse di previdenza con 164 milioni, seguiti da investitori individuali e family office (100 milioni, 17%). Terzo gradino del podio per il settore pubblico e fondi di fondi istituzionali (13%, 75 milioni). Minore il contributo di banche e assicurazioni, intorno ai 65 milioni a testa. 

Investimenti: il 72% viene dall’estero

Più segnali di ottimismo arrivano invece dai dati relativi agli investimenti. Al di là dell’ammontare in lievissima flessione, il rapporto segnala la presenza di sette operazioni sopra i 150 milioni, contro le cinque registrate nello stesso periodo dell’anno scorso.

Se si considerano solamente gli investimenti di ammontare inferiore ai 150 milioni, il dato di quest’anno risulta pari a 2,1 miliardi, in in flessione dai 2,7 del 2025. Mentre il numero di operazioni si è attestato a 291, in diminuzione del 21% rispetto alla prima parte del 2025 (370 investimenti), distribuite su 207 società.


Interessante infine lo spaccato degli investitori: quelli internazionali hanno investito 3,7 miliardi, pari al 72% del totale, a testimonianza di una sempre maggiore appetibilità delle aziende e startup italiane fuori dai confini nazionali, mentre i soggetti domestici hanno realizzato il 69% del numero di operazioni, pari a 201. (riproduzione riservata)