Il private equity italiano archivia il mese di marzo con 48 investimenti: un incremento annuo del 71% rispetto ai 28 dello scorso anno, che permettono all’industria di archiviare il primo trimestre del 2026 a quota 145 deal. Anche in questo caso l’aumento rispetto al 2025 (un anno da record per il private equity) è molto marcato, nell’ordine del 35%.
A calcolare i numeri dell’industria è l’osservatorio Pem di Liuc-Business School, realizzato in collaborazione con Aifi e con il contributo di Advant Nctm, Deloitte, Equita, Equity Factory, Fondo Italiano d’Investimento sgr, Riello Investimenti sgr, Soevis e Valori Am.
«Il primo trimestre di quest’anno», commenta Luca Bonifazi, ad di Valori Am, «non fa altro che confermare come il private equity ricopra un ruolo sempre più strategico nella crescita dell’economia reale, fornendo un contributo fondamentale nel favorire una maggiore competitività e internazionalizzazione delle aziende». Non a caso il Private Equity Monitor Index, elaborato dai ricercatori dell’osservatorio, mostra per il primo trimestre un valore di 1.208 punti, livello record per il periodo gennaio-marzo e seconda miglior performance trimestrale di sempre. Peraltro, il primo posto è occupato dal quarto trimestre dello scorso anno, a testimonianza dello slancio preso da tempo dall’industria.
Guardando allo spaccato di marzo, le operazioni di buy out hanno rappresentato l’81% del totale, seguite da quelle collegate al mondo infrastrutture. Gli add-on (cioè le operazioni di aggregazione aziendale) sono arrivati al 71%, segnale che gli operatori continuano a concentrarsi anche sul potenziamento e la crescita per linee esterne delle proprie società in portafoglio, pur ricercando nuove opportunità di investimento.
Degna di nota infine l’attività di investimento degli operatori internazionali nelle imprese tricolore, che ha rappresentato quasi due operazioni su tre (64%): un dato significativamente sopra la media rispetto agli ultimi anni. (riproduzione riservata)