Private equity, ecco quanto hanno reso nel 2025 i disinvestimenti dei fondi italiani
Private equity, ecco quanto hanno reso nel 2025 i disinvestimenti dei fondi italiani
Oltre ai rendimenti cresce il periodo di detenzione. Nei portafogli istituzionali più peso per infrastrutture e private debt. Lo studio di Aifi con Terzi & Partners

di di Marco Capponi 24/09/2026 07:00

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Private equity e venture capital italiani hanno messo a segno nel corso del 2025 un rendimento lordo del 23%. Il valore, calcolato dall’indicatore Irr (Internal Rate of Return o Tasso Interno di Rendimento) e relativo ai disinvestimenti di fondi italiani e internazionali, pone lo scorso anno quasi ai vertici della serie storica. Nell’ultimo decennio solo il 2020, con un Irr del 32,1%, ha mostrato una performance migliore. Il dato emerge da uno studio di Aifi, visionato in anteprima da MF-Milano Finanza.

«A livello di disinvestimento il 2025 è stato un ottimo anno», commenta Giovanni Fusaro dell’Ufficio Studi di Aifi.

L'impatto dei tempi di detenzione sulle performance

Una buona parte di questo rendimento, spiega, «è rappresentata da deal significativi, ed è importante il fatto che l’holding period sia un po’ più lungo, cinque-sette anni o anche superiore». Questo fattore relativo al periodo di detenzione delle società nei portafogli dei fondi «spiega perché sono in diminuzione gli Irr a cinque anni (10,4% contro il 12,2% del 2024, ndr), mentre a dieci anni (13,6% contro 16,1%, ndr) «c’è un fattore tecnico perché non si considera un anno particolarmente positivo che era stato il 2015». Dopo il 2020, evidenzia Fusaro, «a livello di exit c’era stata un po’ di difficoltà. Nel 2025 il mercato ha premiato il valore creato dai fondi, e probabilmente è stato possibile grazie al maggiore periodo di detenzione».

La survey su fondi pensione e casse

Lo studio di Aifi, che verrà presentato oggi nel corso di un webinar, è stato condotto in tandem con una survey della piattaforma di advisory indipendente Terzi & Partners, che si concentra sulle aspettative di investimento dei principali investitori istituzionali, quindi fondi pensione e casse di previdenza. «I private market sono ormai parte integrante della strategia di investimento dei previdenziali italiani ma nel 2025 i nuovi commitment si sono ridotti del 12%, mentre a livello globale il fundrasing si è contratto di circa il 5%», segnala Giovanni Di Salvo, partner della società. «La prima dinamica a cui pensiamo è un rallentamento delle exit e quindi delle distribuzioni a favore degli investitori che ritardano il lancio di nuovi fondi».

Il tema del fundraising, aggiunge, «si collega con quello dei multipli. Bisogna capire se il 2025 sia stato un anno di transizione o un nuovo punto di equilibrio. Con tassi più alti, minore accesso alla leva, multipli bassi gli holding period si allungano e le distribuzioni rallentano». Un altro punto importante, secondo Di Salvo, «è che sta crescendo l’interesse da parte degli investitori previdenziali verso asset class più liquide, specialmente private debt e infrastrutture. L’aspettativa per il 2026 è simile, soprattutto per la parte di infrastrutture».

Il ruolo crescente del mercato secondario

Focus infine sul mercato secondario. Qui le evidenze, argomenta Di Salvo, «dimostrano che l’asset class fa ormai parte delle strategie e delle allocazioni dei previdenziali, anche grazie al rapporto rischio-rendimento più conveniente. Viene apprezzata la caratteristica di riuscire a restituire liquidità più velocemente di quanto non faccia il mercato primario».

Il problema del secondario però «è nel numero di operazioni. Solo un intervistato ha venduto una porzione di portafoglio illiquido nello scorso anno, e solo due prevedono di farlo quest’anno. Il mercato è ancora immaturo e poco conosciuto dagli operatori, in realtà è un utile strumento che permette di generare liquidità reinvestibile in nuovi commitment». (riproduzione riservata)