I prezzi del petrolio salgono (futures sul Brent +1,95% a 82,99 dollari al barile) mentre l'escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a interrompere le forniture, spingendo alcuni dei principali produttori a ridurre la produzione e altri ad adottare misure per garantire la sicurezza dell'approvvigionamento.
Ma tra chi prevede un prezzo del greggio a 120 dollari al barile (150 dollari al barile la stima di Federpetroli) e quello che finisce davvero nei forzieri delle Big Oil c'è di mezzo la contabilità, osservano in un report gli esperti di Banca Patrimoni Sella & C., banca del gruppo Sella specializzata nella gestione e amministrazione dei patrimoni della clientela privata e istituzionale.
Ebbene, se si vuole interpretare i numeri bene bisogna smettere di guardare sui terminali il prezzo spot del petrolio che «è il prezzo di oggi per una consegna domani. Ma le major oil non sono dei trader frenetici, sono molto caute e conservative nel contabilizzare la materia prima», osservano gli analisti di Banca Patrimoni Sella & C.
In realtà bisogna guardare al prezzo realizzato medio: gran parte della produzione è vincolata a contratti a lungo termine. Se il petrolio passa da 80 a 120 dollari in una settimana, il bilancio del trimestre dei colossi petroliferi non registrerà 120 dollari, ma una media ponderata. Quindi si vedranno i profitti salire con «calma» il che spesso delude chi cerca il colpo speculativo, ma che protegge quando il vento cambia.
Non solo. Molte aziende oil bloccano i prezzi di vendita a 85-90 dollari per stare tranquille. Se il petrolio vola a 150 dollari al barile, loro continuano a incassare 90 dollari. Hanno meno guadagno extra, ma dormono sonni tranquilli.
Gli analisti di Banca Patrimoni Sella & C. si soffermano anche sul «Tesoro» nei serbatoi. Quando il prezzo sale velocemente, si creano i cosiddetti inventory gains. Le aziende vendono oggi a 110 dollari barili che hanno estratto mesi fa quando il costo era la metà.
Chi vuole muoversi sul mercato, deve sapere cosa sta comprando. In quest’ottica gli analisti di Banca Patrimoni Sella & C. hanno diviso il campo in tre gruppi tra Europa e Usa.
Le major integrate sono giganti che controllano tutto dal pozzo alla pompa di benzina. Sono i più solidi. In Europa Eni (fortissima in Africa), Shell (il re del gas naturale liquefatto), TotalEnergies (la più avanti nella transizione elettrica) e Bp.
Negli Stati Uniti ExxonMobil (efficienza pura), Chevron (disciplina finanziaria estrema), ConocoPhillips, Occidental Petroleum (la scommessa di Buffett).
I minatori sono società che estraggono e vendono. Qui il prezzo del barile influisce al 100%. Se il petrolio sale, loro volano; se scende, soffrono subito. Chi sono? EOG Resources, Devon Energy e Diamondback.
I raffinatori comprano il greggio, che per loro è un costo, e lo trasformano in benzina. L’occhio degli analisti di di Banca Patrimoni Sella & C cade su Valero Energy, Marathon Petroleum, Phillips 66.
Non tutte le aziende del settore brindano allo stesso modo quando il petrolio sale. Per le società E&P (upstream) ogni dollaro in più sul Brent (impatto massimo) va quasi dritto nell'utile, ma sono i titoli più volatili e aggressivi, avvertono gli esperti. Invece, il bilancio delle major integrate è un «ammortizzatore»: guadagnano molto, ma in modo più lineare e prevedibile (impatto moderato). Sono «macchine da dividendi».
L’impatto più critico/negativo lo si vede nelle raffinerie perché se il greggio sale troppo in fretta e la gente smette di viaggiare perché la benzina costa troppo, i margini di queste aziende spariscono. Guadagnano solo se la benzina sale più del petrolio (il famoso crack spread).
«Per l’investitore che vuole cavalcare l'onda emotiva, i nomi sono EOG Resources (rendimento del dividendo del 3,19%) o Diamondback Energy (2,38%). Ma se si sta parlando di proteggere e far crescere i patrimoni con giudizio, i nomi restano Eni (rendimento del dividendo del 5,2%), Exxon (2,75%), Shell (3,56%), Chevron (3,83%) e TotalEnergies (5,07%) perché non hanno bisogno che il petrolio resti a 120 dollari al barile per sempre», spiegano a Banca Patrimoni Sella & C. «A loro basta che stia sopra i 60 dollari per pagare dividendi e ricomprare le proprie azioni (buyback). In questo momento, stanno accumulando una montagna di free cash flow e lo vedrete tra sei mesi nelle trimestrali, non domani mattina». (riproduzione riservata)