Nel 2012 il governo Monti stimò in un punto di pil il contributo che l’Ilva dava all’economia italiana. Si era all’inizio della lunghissima questione giudiziaria sull’acciaieria all’epoca più grande d’Europa. Spegnere gli altiforni significava finire in recessione. Tredici anni dopo il mondo è cambiato e l’attuale Acciaieria d’Italia, finita in amministrazione straordinaria, vive momenti drammatici, in bilico tra chiusura e un bando di vendita che non riesce a trovare compratori tra Jindal, Baku Steel e Bedrock.
Per la verità anche un altro soggetto si era fatto a avanti. Veniva dal Canada e Milano Finanza può rivelare l’offerta che la società ha avanzato: un euro per mantenere al 40% la produzione. La proposta, incredibile, è stata scartata ma non si fa mistero nel governo Meloni che anche le altre aziende sondate per il passaggio di controllo del colosso di Taranto potrebbero arrivare a chiedere una dote per rilevare la società.
Insomma essere pagati per comprare. Da un punto di pil ad un euro il passo è stato enorme e tragico allo stesso tempo e al ministero dell’Economia sono molto preoccupati perché la situazione è davvero in bilico e l’ingresso dello Stato, tramite il Mef, sembra essere la solita ultima spiaggia che resta sullo sfondo come spesso accade in questi casi.
La questione Ilva è però anche paradigmatica di un mondo, quello delle partecipate statali, in evoluzione e che negli ultimi tempi sembra mettere più in difficoltà lo Stato eludendo le sue indicazioni. La Repubblica Italiana continua ad avere un grosso ruolo nel mercato e in alcuni casi ottiene grandi rendimenti dai suoi gioielli, pur essendo ormai lontani anni luce dal big bang delle privatizzazioni avviato nel 1992 dal governo di Giuliano Amato.
Sulla carta, come ha certificato un recente studio di CoMar, avere partecipazioni qualificate conviene allo Stato e a Via XX Settembre, dove il ministro Giancarlo Giorgetti cerca di tenere insieme la stabilità con la strategia. Al 1° luglio 2025, le 13 società del Mef quotate capitalizzavano 263,5 miliardi di euro, rappresentando il 28,5% dell’intero listino. Un peso che è cresciuto di un altro +19,1%, di 42,2 miliardi la capitalizzazione, che era al 1° gennaio 2025 di 221,2 miliardi di euro.
L’andamento azionario delle partecipate statali è stato dunque superiore a quello complessivo della borsa, il cui indice nel primo semestre è cresciuto invece del 13,9%.Questo risultato, che ovviamente ora è messo a repentaglio dall’entrata in vigore dei dazi al 15% di Donald Trump, è dovuto al trascinamento positivo soprattutto di Fincantieri, Leonardo, Poste Italiane, Italgas, Snam, Enel.
I dati sono relativi a tutte le tredici società dello Stato quotate, attive nella finanza, nell’industria e nei servizi: Banca Mps, Enav, Enel, Eni, Fincantieri, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Raiway, Saipem, Snam, STMicrolectronics, Terna. CoMar ha calcolato anche il valore teorico totale della quota che lo Stato detiene nelle sue tredici società: 89,8 miliardi di euro, sempre al 1° luglio 2025.
Tutto bene? A vedere i rendimenti sì, manca però strategia nazionale. Se si vanno a vedere altre società partecipate si nota un discreto movimentismo a volte anche fuori dalla missione principale. È il caso delle Ferrovie dello Stato, che, come rivelato da Milano Finanza, stanno ampliando il loro bacino d’azione verso imprese di segnaletica ferroviaria (la società guidata da Stefano Donnarumma sta trattando l’acquisto di Mermec) o attive nel settore delle costruzioni. L’obiettivo è quello di velocizzare l’imponente mole di quota del Pnrr che l’azienda deve mettere a terra ma impone una trasformazione di un’azienda storica per il nostro Paese.
Molto attiva è anche Poste. Tempo fa questo giornale dedicò all’azienda guidata da Matteo Del Fante una copertina intitolata C’è Poste per tutti. Si esagerava, allora. Oggi, la partecipata statale e campione di borsa, controlla anche Tim, dopo essere subentrata al posto di Cdp, vorrebbe utilizzare il danish compromise, tipico strumento nel settore bancario-assicurativo che migliora i requisiti di capitale, e ha riorganizzato il mondo delle sue app utilizzate da 16 milioni di italiani.
Poste Italiane è di fatto una banca, vende prodotti finanziari e polizze, è attiva nel settore dell’energia e delle telecomunicazioni. Un colosso. Come grande è il compito della nuova Aspi, ora detenuta in maggioranza dallo Stato attraverso Cdp, che deve però sempre risolvere la convivenza con i fondi Blackstone e Macquarie. Lo Stato, che è subentrato ai Benetton dopo il crollo del Ponte Morandi, vuole giustamente rinnovare la rete autostradale, i fondi reclamano i dividendi. Quanto durerà questo connubio? Una strada poteva essere l’ipo ma per ora è stata scartata. L’altra possibilità è l’uscita degli stranieri, ma per far posto a chi?
Tutti questi esempi di aziende importanti quali Ilva, Fs, Poste, Autostrade, che hanno costruito e trasformato l’Italia, fanno emergere con forza la necessità di un maggiore coordinamento a livello centrale, tanto che qualcuno arriva ad auspicare la necessità di rifondare l’Iri, che è stato sostituito (e solo di recente) da un Dipartimento per le partecipate di Stato. Troppo poco.
Qualche tempo fa al Mef si studiò anche la possibilità di far risorgere l’Istituto per la ricostruzione industriale all’interno della Cassa Depositi e Prestiti dividendone i compiti e creando un’apposita divisione con tutti i gioielli di Stato, ma poi l’idea finì nel cassetto. Con i tanti chiari di luna sui mercati che si riverberano nella politica industriale, scossa da guerre e dazi, non sarebbe il caso di riaprire il dossier? (riproduzione riservata)