Il nucleare salverà le bollette, e insieme i portafogli, degli italiani? Forse, ma non prima di sette-otto anni, come da previsione del governo all’indomani del via libera definitivo alla legge delega che prepara il ritorno dei reattori. Nel frattempo, bisogna convivere con la volatilità impressa dallo shock energetico ai costi delle materie prime e altre voci di spesa. L’ultima congiuntura flash di Confindustria è la perfetta fotografia della situazione a fine settembre, con la quasi completa chiusura di Hormuz: Brent a 101 dollari al barile, con picco a 109 dollari; gas europeo a 77 euro per Megavattora, il livello più alto da fine 2022; prezzi energetici al consumo in aumento del 17,1%. La pressione si riflette sull’inflazione, salita ad agosto al +3,3% annuo, dal +1% di inizio 2026.
Come muoversi allora in un quadro di totale incertezza? Se la bolletta toglie, un investimento selettivo in titoli del settore può restituire opportunità, stando ai report più recenti delle banche d’affari. Nei primi nove mesi 2026 le major europee hanno messo a segno rialzi fino a quasi il 90%. Eni guadagna il 47% da inizio anno, Repsol l’87,6% e Neste il 71,5%. A spingere il settore non è stato soltanto il greggio. La scarsità di diesel, benzina e carburante per aerei ha fatto impennare i margini di raffinazione, e questo è uno dei motivi per cui le banche d’affari continuano a guardare al settore anche dopo i rally. Jp Morgan, nel report Eu Oils Back to School, descrive scorte di materie prime vicine a livelli di allarme e indica per il trimestre margini europei di raffinazione intorno a 40 dollari al barile, contro una media storica sotto a 10. Secondo le simulazioni della banca, ogni dollaro in più di margine di raffinazione aumenta di circa 30 punti base il rendimento del free cash flow del settore.
Con il Brent a 75 dollari, Jp Morgan stima per le major europee un rendimento medio del free cash flow 2027 del 9,3%. Ogni 10 dollari in più del greggio aggiungono circa 150 punti base. Tra i pesi massimi, Eni e Shell restano nel paniere dei titoli da sovrappesare, mentre tra i gruppi di dimensioni inferiori la preferenza va a Galp rispetto a Omv. Il 23 settembre Jp Morgan ha aggiunto Bp, con target price alzato da 550 a 675 pence (scambia a 553), mentre TotalEnergies è scesa a neutral. Anche Hsbc ha promosso Bp, insieme a TotalEnergies, dopo la correzione al rialzo dei prezzi attesi di petrolio, gas e margini di raffinazione.
Eni resta tra i titoli più in evidenza. Nell’ aggiornamento di settembre, Goldman Sachs ha alzato il target price da 25 a 26 euro (ora vale circa 24). Anche Barclays ha portato il target a 30,5 euro. Più prudente Rbc, che ha prezzo obiettivo a 28 euro.
Il vantaggio di Eni nello scenario attuale non passa soltanto dal prezzo del petrolio. Il gruppo è esposto al gas, alla produzione upstream e alla raffinazione, mentre l’aumento dei prezzi delle commodity sostiene la generazione di cassa. Per Goldman Sachs, il gruppo italiano e quello spagnolo Repsol sono anche tra le big oil con i ritorni per gli azionisti più elevati nel 2026. Nel caso di Eni, c’è in ballo anche un dividendo straordinario da distribuire a dicembre, oltre un certa soglia dei prezzi delle commodity e, appunto, del margine di raffinazione,
Repsol, nel primo semestre 2026, ha visto l’utile rettificato della divisione industriale, che comprende le raffinerie, balzre a 1,68 miliardi di euro dai 235 milioni di un anno prima. Il rally ha però diviso gli analisti. Barclays mantiene overweight e a settembre ha indicato un target di 32 euro, sostenendo che il mercato continui a sottovalutare la forza e la flessibilità del sistema di raffinazione del gruppo. Berenberg, invece, l’11 settembre ha fissato un obiettivo ancora più alto, 37,5 euro con buy dagli attuali 30,7. Per BofA è invece underperform con target a 25 euro. La divergenza si spiega con le diverse letture del settore: prezzi elevati di greggio e prodotti raffinati migliorano i risultati, ma dopo rialzi molto forti aumenta il peso della valutazione raggiunta dal titolo. Lo stesso vale per Equinor, che dall’inizio dell’anno ha guadagnato quasi il 68% e beneficia direttamente del ruolo della Norvegia come principale fornitore europeo di gas via tubo. Goldman Sachs ha alzato il target da 320 a 350 corone norvegesi, comunque al di sotto delle quotazioni attuali a 410 nok, mantenendo la raccomandazione sell; il 22 settembre anche Abg Sundal Collier è passata a sell (da hold) con target invariato a 360 corone. Il terzo sell è arrivato il 24 settembre da Sb1 che considera i prezzi dell’energia incorporati nelle quotazioni già da troppo tempo.
Il caro-gas apre un secondo fronte sulle utility. Bank of America ha alzato il 22 settembre la previsione sul Ttf, il riferimento europeo del gas, a 100 euro per Øvh nel quarto trimestre 2026 dai precedenti 73 e a una media di 55 euro nel 2027, contro 39. Di conseguenza ha rivisto al rialzo anche le stime sui prezzi dell’elettricità: 9 euro per Mwh in più nel 2027 e 4 euro nel 2028 (qui le stime di Intesa Sanpaolo sui prezzi). Per diverse utility le nuove previsioni di utile 2027 della banca sono così salite dal 6 al 9% sul consenso.
I nomi su cui BofA vede più spazio sono Edp ed Endesa, controllata spagnola di Enel, per le quali indica possibili revisioni significative degli utili. Rwe e Sse potrebbero invece arrivare ai risultati di novembre con stime 2027 superiori del 7-8% al consenso. La banca ha poi promosso a neutral da underperform Verbund ed Erg: in entrambi i casi le sue previsioni sugli utili superano di oltre il 15% quelle del mercato. C’è però un’incognita che accompagna tutto il comparto. Se i prezzi resteranno elevati, BofA non esclude che alcuni Paesi europei possano tornare a intervenire con tetti ai prezzi o prelievi sugli extraprofitti.
Sulle rinnovabili, infine, si sviluppa l’alternativa più immediata per gli investitori. Goldman Sachs nel suo Back to school: a bias for renewables elenca le sue preferenze. Tra i buy ci sono Edp Renováveis, Ørsted, Solaria, Ppc e Rwe, che è anche nella Conviction List. Per chi preferisce puntare sui produttori di turbine, la banca indica invece Vestas e Nordex, tutti buy come Siemens Energy, sempre nella Conviction List. Su Vestas a settembre sono arrivati altri giudizi positivi: Jefferies ha confermato buy e alzato il target da 215 a 255 corone danesi (quota a 200), mentre Nordea lo ha portato a 285. Anche Ørsted, un tempo penalizzato dalla crisi dell’eolico offshore, è tornata nei radar: oltre a Goldman, ora è buy anche per Abg Sundal Collier, che ha promosso il titolo alzando il tp da 160 a 180 corone rispetto alle attuali 137. (riproduzione riservata)