Questo scorcio di agosto ci presenta in contemporanea due film già visti. Ma senza che la loro visione abbia evidentemente insegnato qualcosa. Il primo è l’improvvisa apparizione di una cordata italiana di 14 imprese per il salvataggio della morente ex Ilva di Taranto, capitanate da Federacciai, associazione delle industrie siderurgiche che fa parte di una Confindustria apertamente non ostile al governo di Giorgia Meloni.
Chi ha sufficiente memoria su quanto avvenuto 18 anni fa non potrà che notare una sorprendente similitudine con la vicenda della cordata italiana per rilevare l’Alitalia. All’epoca, commissariata come l’Ilva e al pari della più grande acciaieria d’Europa ormai tecnicamente fallita. Sappiamo com’è andata a finire (malissimo) e pur non augurandoci il medesimo esito non possiamo fare a meno di cogliere nel copione elementi non così diversi. Un copione nel quale lo Stato è ovviamente destinato a caricarsi sulle spalle il peso maggiore di un’operazione nata per ragioni non del tutto chiare, considerati i problemi e la fragilità delle prospettive industriali. Con in aggiunta una ulteriore analogia con quella vicenda. Così come la cordata italiana per l’Alitalia spunta alla vigilia delle elezioni politiche del 2008, anche i salvatori italiani dell’ex Ilva spuntano quando già c’è odore di elezioni politiche. Stimolando la stessa domanda: dov’erano prima, quasi tutti? Soltanto una coincidenza, ovvio, e con una semplice manifestazione d’interesse non vincolante: a differenza dell’Alitalia, poi, senza una spinta politica definita. In quella situazione, il motore dell’iniziativa era Silvio Berlusconi. Che oggi non c’è più. Ma certe coincidenze, fatte le dovute differenze, è impossibile ignorarle.
Il secondo film è quello del Ponte sullo Stretto di Messina, che per paradosso ha anche qualche punto di contatto con il primo. Basterebbe ricordare la promessa del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che tutto l’acciaio necessario per realizzare il Ponte avrebbe salvato l’acciaieria di Taranto. Peccato che anche qui le cose non vanno proprio per il verso giusto. Il 6 agosto il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha sfornato un parere sull’opera che era stato richiesto molti mesi fa. Un lavoro certosino e immane, affidato a una commissione di 76 esperti, affiancati da un gruppo di supporto di altre 35 persone. Ma è sufficiente scorrere l’elenco dei nomi per apprezzarne la qualità, distribuita su ben 353 pagine nelle quali nulla sembra lasciato al caso oppure, peggio ancora, a una qualsiasi forma di condizionamento politico. Sulla carta il parere si conclude in modo positivo: dice che il «processo progettuale dell’opera», cioè il passaggio alla fase di progettazione esecutiva, può «proseguire».
Però «nel rispetto delle prescrizioni formulate nel presente parere». E qui viene il bello. Perché quelle prescrizioni sono letteralmente una valanga, e riguardano anche gli aspetti più delicati. Una quarantina di pagine, per esempio, è dedicata alla questione sismica: lì si argomenta con dati di fatto che tutte le analisi effettuate finora devono essere pesantemente integrate con studi ben più approfonditi. Lo stesso vale per gli effetti del vento e il comportamento della struttura in circostanze critiche. Una osservazione su tutte: considerando che «il bacino del Mediterraneo è uno dei principali "climate change hotspots" a scala globale, caratterizzato da un incremento della frequenza e dell'intensità degli eventi estremi e da una crescente variabilità meteorologica e da una maggiore probabilità di eventi composti» (pagina 113), il Consiglio superiore evidenzia che nelle relazioni progettuali il tema dei possibili effetti dei cambiamenti climatici è sostanzialmente ignorato. Non mancano poi osservazioni tecniche, dai cavi di ormeggio e fino all’altezza dell’impalcato sul livello del mare in rapporto alle dimensioni delle navi sempre più grandi che vi dovrebbero passare sotto. Insomma, le prescrizioni sono talmente cruciali e numerose da smorzare radicalmente l’ottimismo sulla tempistica del concreto avvio dell’opera, pur volendo sorvolare sugli altri aspetti critici già sottolineati nella bocciatura della Corte dei Conti, a cominciare dai costi e dal possibile aggiramento delle norme sulla necessità di rifare la gara. Ma anche per il Ponte le elezioni incombono. Con il leader politico che ci ha messo la faccia, Salvini, sempre più in difficoltà: pressato com’è a destra dalla concorrenza di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e nel suo stesso partito dalla fronda dei colonnelli nordisti. E un conto sarebbe presentarsi al voto con i cantieri aperti, mentre un conto ben diverso arrivarci con le ruote sgonfie della solita promessa sfumata. Ecco allora che sta prendendo corpo la suggestione di utilizzare il via libera alla progettazione esecutiva «per fasi», su cui concorda anche il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, cominciando non dal Ponte, i cui problemi richiederebbero ancora molto tempo per essere risolti, ma dagli svincoli a terra. A quel punto i cantieri sarebbero formalmente aperti, magari potendo contare su un atteggiamento non del tutto negativo della Commissione Europea e la promessa rispettata. Evviva. Ma il Ponte? Quanta fretta, una cosa per volta: prima si devono vincere le elezioni, poi vedremo. E se malauguratamente dopo il voto la storia si complicasse di nuovo, c’è sempre un bel risarcimento (miliardario?) pronto per i costruttori. (riproduzione riservata)