Pirelli, per ChemChina e Sinochem la Bicocca è un tesoro: ecco quanto ha investito e incassato in oltre 10 anni
Pirelli, per ChemChina e Sinochem la Bicocca è un tesoro: ecco quanto ha investito e incassato in oltre 10 anni
Resta lo stallo tra Camfin e il fronte di Pechino sulla questione Usa. Ma intanto il valore del 34% in possesso del colosso cinese è oscillato tra 2,2 e 2,3 miliardi

di di Alberto Mapelli 31/01/2026 06:00

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Sono ormai passati quasi 11 anni dal primo comunicato con cui fu annunciato che Pirelli avrebbe iniziato anche a parlare mandarino. Allora l’ingresso di Pechino, nella figura del gruppo industriale chimico ChemChina, avveniva in alleanza con la Camfin a trazione Marco Tronchetti Provera con l’obiettivo di delistare l’azienda degli pneumatici.

I rapporti tra le parti si sono progressivamente deteriorati fino ad arrivare ai contrasti che tengono ancora oggi banco: la via condivisa tra Sinochem e Camfin sembra tutt’altro che vicina e il governo tramite golden power sarà chiamato a trovare un punto di incontro tra interessi divergenti.

A cambiare le carte in tavola è stata la profonda trasformazione dell’azionista cinese: da gruppo a cui era garantita una certa indipendenza nelle scelte, qual’era ChemChina, a conglomerato statale a diretto riporto di Pechino qual è Sinochem, con cui ChemChina ha completato la fusione nel 2021.

Tra investimenti…

Ma in questi oltre dieci anni l’investimento in Pirelli del fronte cinese, rappresentato prima da ChemChina e poi da Sinochem, ha fruttato ritorni interessanti a fronte ovviamente di un importante impegno finanziario.

L’opa lanciata nel 2015 per delistare Pirelli da Piazza Affari vedeva come protagonisti ChemChina e Camfin attraverso il veicolo Marco Polo. ChemChina controllava il 65% delle quote del veicolo, Camfin il restante 35%. All’interno della fetta cinese non tutto era in mano a ChemChina: il 25% della società a monte, infatti, apparteneva al fondo Silk Road, poi resosi indipendente dopo la nuova quotazione e uscito dal capitale di Pirelli a metà 2024.

L’opa valorizzava Pirelli ben oltre 7 miliardi di euro con un prezzo per azione di 15 euro ed è stata finanziata per 4,2 miliardi da debito e per il resto con equity. La quota di equity in capo a ChemChina quindi si dovrebbe essere assestata intorno a 1,6 miliardi, a cui andrebbero aggiunti circa 340 milioni di euro per altre operazioni sul mercato.

… e corposi ritorni

I primi ritorni ottenuti dall’investimento in Pirelli sono arrivati dall’incasso legato alla riquotazione del gruppo della Bicocca, arrivata nel 2017. Gli oltre 2,2 miliardi raccolti hanno consentito di ripagare una fetta di debito e in parte di valorizzare una società in trasformazione. Il prezzo di ipo si è attestato a 6,5 euro per azione per una valorizzazione complessiva di Pirelli di 6,5 miliardi e per un provento netto di Sinochem che si avvicinerebbe a 580 milioni.

Al momento della riquotazione a Piazza Affari, a differenza di quando era stata delistata due anni prima, Pirelli aveva avviato lo spinoff del business Industrial (diventata Prometeon) per concentrarsi esclusivamente sul mercato consumer, specializzandolo poi ulteriormente negli anni successivi sul segmento High Value. Il valore della partecipazione di Prometeon rimasta sotto il controllo di ChemChina al momento dello spinoff si attestava intorno a 340 milioni. Sinochem è poi salita fino al 100% del gruppo dei pneumatici industriali.

Nel tempo si è inoltre affiancato il corposo flusso di cedole di cui prima ChemChina e poi Sinochem, in qualità di primo socio, hanno beneficiato. Il dividendo più consistente versato nelle casse cinesi per un singolo anno è stato quello relativo all’esercizio 2024: oltre 92 milioni. In totale, considerando anche che nei primi anni sotto il cappello di ChemChina c’era anche la quota in mano a Silk Road, il flusso di dividendi fluito da Milano a Pechino dovrebbe essere arrivato intorno a 340 milioni.

Un tesoro nel pacchetto

Non va dimenticato poi che la capitalizzazione di Pirelli, grazie anche all’operato del management italiano che sta guidando il gruppo con la sua strategia concentrata sul settore High Value, è tornata vicina ai valori di quotazione. Oggi Sinochem controlla il 34% del capitale a seguito della diluizione avvenuta a fine dicembre 2025 con la conversione di bond per quasi 500 milioni, ma la quota continua a rappresentare un discreto tesoro nelle mani del colosso di Pechino.

Negli ultimi mesi il valore del pacchetto azionario in mano al gruppo industriale cinese è stato piuttosto stabile, nonostante da una parte sia stato soggetto alle speculazioni generate da eventuali riassetti nel capitale per risolvere il contrasto tra azionisti e dall’altra sia stato influenzato da alcuni fattori esterni, come i dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump al resto del mondo. In questo panorama il titolo Pirelli nell’ultimo mese ha mantenuto un prezzo medio di 6,24 euro, mentre allargando la forbice a tre mesi (6,09 euro) e sei mesi (6,01 euro) resta comunque solido. Il valore del pacchetto di Sinochem quindi negli ultimi sei mesi si è attestato tra 2,2 e 2,3 miliardi.

Stallo complicato

A fronte della redditività di Pirelli si può intuire come dietro la volontà di Sinochem di esplorare tutte le vie alternative a una cessione di tutta o di una parte della sua quota ci sia la voglia di difendere un investimento dagli ottimi ritorni. Per risolvere il blocco alla tecnologia CyberTyre negli Usa generato dalle nuove norme americane sui veicoli connessi il fronte cinese ha avanzato la proposta di segregare quelle attività sensibili in un veicolo al 100% di Pirelli e dalla gestione italiana.

Un’idea che però Camfin ha già bocciato perché la ritiene non compliant alle norme Usa e perché distruggerebbe valore, con perdite di ricavi, possibili effetti negativi per il business anche al di fuori del mercato americano e una duplicazione dei costi.

Negli ultimi giorni era emersa anche l’ipotesi blind trust per la quota cinese. Una soluzione che potrebbe anche essere valutata dal fronte italiano e dal comitato golden power, ma che ha visto la netta opposizione cinese. A Palazzo Chigi toccerà l’arduo compito di trovare una soluzione condivisa.(riproduzione riservata)