Con la nuova guerra del Golfo, Piazza Affari è stata attraversata da crolli velocissimi e intensi, ribassi del 20% nel giro di poche ore, fino al -50% in alcuni casi. Ondate di vendita concentrate su titoli specifici presi di mira nonostante il Ftse Mib magari fosse in rosso ma non troppo. Ultimo caso, in ordine di tempo, quello di Inwit dopo l’annuncio congiunto di Tim e Vodafone (Swisscom) di un accordo per costruire da sole 6.000 torri di trasmissione: il titolo ha ceduto il 20% in due giorni. Amplifon, per esempio, il 23% nell’ultima settimana dopo aver annunciato l’acquisizione della danese GN Hearing. Nel segmento Egm delle pmi, Misitano Stracuzzi, per esempio, ha perso un giorno il 30%, un altro il 50% dopo che la pmi sicula specializzata in oli essenziali e succhi di agrumi naturali ha presentato alle banche una proposta di manovra finanziaria per stabilizzare il debito. La tensione finanziaria deriva da un elevato costo delle materie prime e il petrolio a 110 dollari non aiuta. Fra i grandi crolli, Fidia ha perso l’82% circa, The Italian Sea Group il 77%. Come si è visto, spesso questi ribassi sono legati a storie specifiche nelle quali la guerra e la fiammata di petrolio e gas si inseriscono come acceleratori della caduta. Ora il mercato si chiede: a questi prezzi quali azioni iniziano a essere interessanti in vista di un possibile investimento o gli angeli sono proprio caduti?
«No, non sono tutti angeli caduti destinati a restare tali», interviene Gabriel Debach, market analyst di eToro. Ma pensare che basti tornare indietro è «spesso un’illusione costosa, figlia dell’ancoraggio. Quando un titolo perde oltre il 70%, si esce dal territorio della volatilità e si entra in quello della frattura strutturale». Debach cita lo studio di Michael Mauboussin (Morgan Stanley) su oltre 6.500 azioni Usa che evidenzia bene questo fatto: con un calo mediano dell’85%, oltre il 54% dei titoli non torna mai ai massimi precedenti.
Il nodo è l’asimmetria, dato che dopo «un -70% serve un +233% per tornare al punto di partenza, dopo un -80% serve un +400%. Non è solo matematica, è selezione naturale», nota l’analista. Servono infatti anni, spesso decenni e soprattutto «serve che il business sia ancora intatto, condizione rara dopo shock così profondi». Il contesto attuale amplifica tutto. Il selloff non è solo emotivo, è sostenuto da fattori macro concreti: energia in forte rialzo, costi industriali sotto pressione, catena di fornitura fragile e investimenti rinviati. «I settori più esposti stanno vivendo una doppia compressione, margini in calo e domanda più incerta», riprende Debach.
Non tutti i ribassi raccontano quindi la stessa storia. Alcuni sono «ciclici e recuperabili, altri sono segnali di deterioramento strutturale. Parte del de-rating di molti titoli era poi già in corso prima dell’inizio del conflitto, ovvero la guerra ha solo accelerato un processo già avviato», mette sull’avviso l’analista.
Fabio Caldato, Portfolio Manager del fondo AcomeA Strategia Dinamica Globale, sottolinea che «il diario di guerra, dal punto di vista finanziario, mostra, a livello globale, dei prevedibili perdenti: Paesi senza materie prime petrolifere e settori energivori, così come aziende esposte all'area mediorientale». Nel panorama italiano possiamo individuare le stesse dinamiche. E come sempre accade, ricorda Caldato, «i mercati penalizzano, attraverso la vendita di basket di titoli, anche aziende che sono, in realtà, impattate solo marginalmente o che possono uscire solide dal periodo di volatilità».
Milano Finanza ha chiesto quindi agli specialisti di fare il punto della situazione sui maggiori titoli colpiti dai ribassi. Partendo da Inwit, che poche ore dopo l’annuncio della joint venture sulle torri di Tim e Vodafone, ha dovuto tagliare la guidance 2026. Equita ha scritto che «le nuove indicazioni puntano a una revisione di stime sul 2026 del -5,5% sul fatturato, -10% a livello di ebitda-aL (al netto dei costi per i contratti di leasing). Sul 2030, il taglio potrebbe essere dell’8% come ricavi e almeno 10% come ebitda aL, con un dividendo per azione – dps – ridotto di oltre il 20% (ipotizzando stabilità)». Target price confermato a 10,1 euro (il titolo è a 6,33 euro).
Su Brembo (-30% circa dalla guerra) Debach sottolinea i conti 2025 con ricavi in calo del 3,6%, margini al 16,5% e utile netto a -20,3%. «Numeri deboli, ma con una tenuta operativa importante. E soprattutto, il messaggio sull’outlook è più sfumato di quanto sembri. Brembo non sta promettendo una ripresa, ma nemmeno sta incorporando uno scenario di stress», ragiona Debach. La guidance 2026 è «condizionata all’assenza di ulteriore deterioramento geopolitico. In questo scenario base, il gruppo si attende ricavi in linea con il 2025, margini stabili intorno al 16,5%, investimenti per 350 milioni e debito sotto controllo. Una fotografia prudente, costruita su ipotesi conservative, non su un peggioramento ulteriore. Questo è il punto chiave». Il mercato oggi sembra invece prezzare qualcosa di più severo rispetto a quanto indicato dalla società, nota l’analista, non solo un contesto difficile, ma il rischio che peggiori.
Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, ritiene che tra i possibili angeli caduti che possono recuperare e sorprendere in caso di forte allentamento delle tensioni, Brembo possa comparire fra i nomi più interessanti accanto a Webuild, Ariston, De’ Longhi, Amplifon, Buzzi. Infatti la società dell’automotive «ha rivisto le attese per il 2026 citando l’impatto della crisi in Medio Oriente su commercio, logistica e materie prime».
Amplifon si muove su un piano diverso, avverte Debach: «Il titolo ha perso oltre il 39% dal 27 febbraio. Il 2025 ha deluso, con utile adjusted a 159 milioni (-15%), crescita organica piatta e margini in compressione, mentre le acquisizioni hanno aumentato il debito e la percezione di diluizione». Ma fermarsi alla fotografia del 2025 rischia di essere fuorviante per l’esperto. «Amplifon non è un ciclico puro, è esposta a un trend demografico strutturale. Il piano Fit4Growth è in anticipo rispetto alle tempistiche iniziali e l’outlook 2026 è costruttivo. Non parla di difesa, ma di recupero: miglioramento della domanda globale, crescita organica in accelerazione e redditività in risalita». Il conflitto in Iran e l’acquisizione di Gn Hearing ha accelerato un de-rating già in corso, «ma il business resta intatto. Non è detto il recupero dai massimi, ma la domanda è se sia stato punito già abbastanza», nota Debach.
Per Diodovich, Amplifon rappresenta un «caso delicato ma anche potenzialmente interessante: il mercato ha punito il titolo dopo l’acquisizione di GN Hearing, ritenuta costosa, ma l’operazione potrebbe rafforzare in modo strutturale il gruppo, soprattutto negli Stati Uniti, con importanti sinergie».
Quanto a Webuild (-34% nell’ultimo mese), interviene Caldato, è in negativo per la «forte esposizione geografica in termini di commesse e pur ritenendola vincente nel medio periodo, potrà rimanere sotto pressione, mente Telecom Italia, Italgas, Erg, Diasorin non hanno un impatto sostanziale dalle vicende della guerra e si mostrano bene impostate».
Caldato ritiene interessanti, dopo i cali, gruppi industriali come Fine Foods & Pharmaceuticals e Interpump «come industriali solidi e interessanti a questi livelli. Amplifon e Nexi, invece, dovranno mostrare agli investitori come invertire quello che sembra un declino strutturale. Infine, Bff Bank e Stellantis presentano le migliori prospettive se misurate attraverso un parametro di rischio-rendimento, ma solo per investitori abituati all'alta volatilità e a possibile periodo di prezzi in sofferenza».
Diodovich ritiene che, tra i possibili fallen angels che possono recuperare e sorprendere in caso di forte allentamento delle tensioni, i nomi più interessanti possano essere Webuild, Ariston, De’ Longhi, Amplifon, Buzzi e Brembo. «Webuild continua a essere sostenuta da numeri solidi, con i ricavi dell’ultimo anno in forte crescita: più che un titolo deludente, sembra un gruppo industriale temporaneamente penalizzato dal clima di riskoff», spiega l’analista, mentre «Ariston ha mostrato segnali di recupero operativo, con crescita organica e miglioramento dei margini, soprattutto grazie alla buona tenuta del business europeo».
Tra i fallen angels che possono recuperare, ma con maggiori difficoltà, Diodovich cita Stellantis e Nexi. Per il gruppo automobilistico «molto dipenderà dalla credibilità del nuovo piano industriale atteso il 21 maggio, oltre che dall’evoluzione del settore auto europeo che continua a fare i conti con domanda debole, forte pressione competitiva e margini sotto stress. Per Stellantis, quindi, servirà un chiaro cambio di narrativa industriale». Nexi, invece, è stata penalizzata da una «crescita meno brillante e dai dubbi del mercato sul settore dei pagamenti, ma conserva margini di recupero se riuscirà a rilanciare la generazione di cassa e a riconquistare fiducia sul piano operativo. Più che al contesto geopolitico, il suo destino resterà legato soprattutto all’esecuzione nei prossimi trimestri», ragiona Diodovich.
Tra i titoli che, invece, difficilmente possono essere considerati veri fallen angels e che appaiono più vicini a problemi strutturali profondi l’esperto cita Fidia, The Italian Sea Group e Risanamento. In questi casi «il nodo non è tanto la crisi geopolitica ed energetica, quanto piuttosto la debolezza del modello industriale, della governance o della struttura finanziaria».
Il settore bancario è probabilmente quello più penalizzato dalla narrativa, nota Debach. Rendimento del Btp in rialzo, spread in allargamento e timori di recessione colpiscono il comparto: «Il rischio resta, soprattutto sul costo del credito e sull’esposizione ai titoli di Stato, ma i bilanci sono più solidi rispetto al passato e la diversificazione dei ricavi offre protezione». Anche il lusso mostra una frattura al suo interno. Per i brand più forti, come Cucinelli o Moncler, il rallentamento è ciclico, conclude Debach: «Quando il contesto migliora, questi titoli tendono a reagire rapidamente». (riproduzione riservata)