Piazza Affari, come portare 60 società l’anno in borsa per arrivare a 1.000 quotate
Piazza Affari, come portare 60 società l’anno in borsa per arrivare a 1.000 quotate
Sessanta ipo all’anno per arrivare a mille non sono una provocazione: è un decimo delle operazioni straordinarie in Italia. Ora servono conti defiscalizzati per attirare il risparmio privato, spiegano Caselli e Centemero. I settori che ora possono correre di più

di di Elena Dal Maso 25/09/2026 20:00

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Sessanta nuove società all'anno per dieci anni. È questo il ritmo necessario per portare il numero delle quotate italiane dalle attuali 398 a 1.000. Un obiettivo che Stefano Caselli, dean della Sda Bocconi, definisce tutt'altro che provocatorio. «Mille società quotate in Italia sono un obiettivo concreto», spiega. Caselli ha coordinato la ricerca «L'Italia delle 1000 quotate, 2026», realizzata dalla Sda Bocconi per Euronext, il gruppo che controlla Borsa Italiana e che ha presentato a fine settembre a Montecitorio.

L’Italia parte svantaggiata

Il punto di partenza dello studio è il confronto con gli altri grandi mercati europei e, soprattutto, il rapporto tra capitalizzazione di borsa e prodotto interno lordo. L'Italia parte da circa il 47% e lo scenario elaborato dalla ricerca punta a un rapporto del 100%, con una capitalizzazione complessiva nell'ordine di 2.279 miliardi. Per raggiungere questo risultato non basta però aumentare il numero delle società quotate. Servono nuove ipo di dimensioni significative e una crescita delle società già presenti sul listino.

«Per la prima volta lo studio vede che cosa accadrebbe all'economia se l'Italia arrivasse a un rapporto tra capitalizzazione e pil vicino a quello degli altri Paesi europei. Se arriviamo al 100%, ci sono effetti strutturali sull'economia», osserva Caselli. Il percorso indicato dalla ricerca prevede 602 nuove quotazioni nette in dieci anni, pari a un aumento del 151% rispetto alle 398 società attuali.

La matematica dell'obiettivo, dunque, è semplice. Più complessa è la composizione del nuovo listino. Le 602 società non dovrebbero essere prevalentemente micro e small cap: 313 nuove quotazioni, pari al 52% del totale, dovrebbero riguardare imprese grandi e grandissime. Queste sole società contribuirebbero all'88% della nuova capitalizzazione. Il modello prevede infatti 63 società con capitalizzazione media di 2,96 miliardi. Nel complesso, le 602 nuove quotazioni porterebbero 489 miliardi di nuova market cap.

Mancano le quotate fra 100 e 250 milioni

È il cosiddetto missing middle uno dei nodi che la ricerca prova a colmare. L'obiettivo è aumentare di circa 4,5 volte la presenza in borsa delle imprese con ricavi compresi tra 100 e 250 milioni, affiancandole a un bacino più ampio di aziende grandi e grandissime. La logica è che il mercato non può crescere soltanto per numero di matricole, ma deve aumentare anche in profondità, liquidità e capacità di attrarre investitori internazionali.

Anche la distribuzione settoriale delle nuove quotazioni racconta quale potrebbe essere la borsa del futuro. Il comparto industriale è quello destinato a fornire il maggior numero di nuove società: 161, che porterebbero il totale da 95 a 256, con circa 145 miliardi di euro di nuova capitalizzazione. I Beni di consumo ciclici dovrebbero aggiungere 107 società, mentre tra i comparti oggi più sotto-rappresentati spiccano i Beni di consumo difensivi e il comparto Salute. Il primo passerebbe da 16 a 112 società, con 96 nuove quotazioni e un incremento del 600%, il secondo da 20 a 70, con 50 nuove società e una crescita del 250%.

Troppa finanza a Piazza Affari: la situazione deve cambiare


Il riequilibrio sarebbe particolarmente significativo perché oggi Piazza Affari presenta una forte concentrazione settoriale. I finanziari valgono il 43,14% della capitalizzazione a fronte di un contributo del 4,2% al pil, mentre gli industriali rappresentano l'11,16% della borsa contro il 15,8% del pil. Per Caselli, il bacino da cui pescare esiste. «Se guardo alle operazioni di private equity in Italia, ce ne sono ben più di 60 in un anno e possono essere molto più costose e complicate rispetto a una ipo». Lo studio mostra in effetti un mercato corporate molto attivo: tra il 2015 e il 2026 le società private italiane hanno partecipato a 5.477 operazioni straordinarie, pari a circa l'80% delle 6.830 operazioni complessive, per un valore dichiarato di 556 miliardi di euro. Le società quotate, pur rappresentando appena lo 0,01% delle società italiane, hanno partecipato al 20% delle operazioni e generato circa il 30% del valore complessivo dichiarato, con 218 miliardi.

Il contributo dei conti defiscalizzati

È qui che la borsa può diventare anche una naturale via d'uscita per il private equity. «I fondi hanno bisogno della borsa: il listino è una exit way naturale, offre liquidità e dà ritmo alle valutazioni», sottolinea Caselli. Il private equity, del resto, rappresenta già uno dei canali attraverso cui viene finanziata la crescita delle imprese: secondo lo studio, fornisce ogni anno tra 15 e 20 miliardi di euro. Ma per trasformare questo potenziale in nuove quotazioni occorre anche intervenire sulla domanda. «Il nostro studio offre strumenti concreti per aiutare il sistema a raggiungere questi risultati. Parliamo della spinta del risparmio delle famiglie sul mercato finanziario e pensiamo al meccanismo svedese dell'Isk, dei conti di investimento defiscalizzati». Il tema è quello di riportare una quota maggiore dell'enorme risparmio italiano verso le imprese domestiche. «Ma lo sa che gli stranieri vengono in Italia a investire in borsa e noi non lo facciamo? Ci sono più soggetti esteri che credono a Piazza Affari degli italiani», osserva Caselli. «Non servono riforme strutturali, mancano norme per creare un quadro fiscale stabile che incentivi i privati a investire».

Giulio Centemero, capogruppo della Lega in commissione Finanze alla Camera, ha sottolineato a Montecitorio che l'Italia dispone di «quasi 6.500 miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie», ma che soltanto una parte arriva alle imprese. La questione non è «trattenere» il risparmio, ma creare «strumenti e opportunità competitivi» perché una quota maggiore possa scegliere l'economia produttiva. In questo quadro, Centemero vede per Milano un ruolo nella nuova architettura europea dei mercati dei capitali, «una possibile European Growth Platform specializzata nelle pmi, nelle scale-up e nelle imprese ad alto potenziale». Per arrivare alle mille quotate, quindi, la filiera deve partire prima dell'ipo. Venture capital, growth capital, private equity, investitori istituzionali e strumenti dedicati al risparmio devono alimentare un bacino di imprese quotabili, mentre la borsa deve offrire liquidità e capacità di accompagnarle nella crescita, conclude Centemero. (riproduzione riservata)