Piazza Affari riavvolge il nastro e si ritrova di nuovo a 50 mila punti, massimo storico toccato 26 anni fa e mai più eguagliato. La prima volta in vetta è datata marzo 2000, ma è durata poco per colpa della bolla dot.com. Anche ora il Ftse Mib ha diversi ostacoli sul suo cammino, ma ha già dimostrato di saper navigare in acque agitate: l’indice italiano è tornato a livelli record nonostante due guerre (Ucraina e Iran) in corso, resistendo anche all’ultima fiammata del petrolio. Ma Piazza Affari non è sola. In Europa chi non è sui massimi ci è molto vicino, mentre Wall Street macina record giorno dopo giorno grazie alla spinta del tech.
Per tutti la sfida è non indietreggiare, per chiudere una parentesi che nel caso di Milano è rimasta aperta un quarto di secolo. Dal 2000 a oggi hanno dominato le borse americane: il solo Nasdaq 100 è salito del 563%, garantendo un total return (dividendi compresi) del 705%, e l’S&P 500 ha guadagnato il 439% (771% con la cedola). In Europa, invece, la corona è finita in testa al Dax, indice già di per sé total return (+206%). A salvare Piazza Affari sono stati proprio i dividendi, perché conteggiandoli il Ftse Mib ha reso il 134%. Senza, sarebbe rimasto invariato.
In realtà l’andamento della borsa italiana è stato poco uniforme. Per rendersene conto basta concentrarsi sui primi dieci titoli per performance, che dal 2000 hanno reso come minimo il 616%. Il record appartiene a Recordati con il 3.687%, che con i dividendi balza al 4.686%. Completano il podio la piccola Cembre e Sol, poi Banca Ifis, le due Danieli (ordinaria e risparmio), Interpump, Erg, Alerion e Brembo (+616%).
Se si guarda al passato, insomma, c’è ancora molta industria fra i cavalli da corsa di Piazza Affari. Oggi, invece, il peso è più spostato sul settore finanziario con i re di capitalizzazione Unicredit (107 miliardi) e Intesa Sanpaolo (99 miliardi), tallonate da un’utility come Enel (97 miliardi). Ci sono loro dietro il ritorno ai massimi di Piazza Affari, che quindi ha protagonisti e caratteristiche diverse rispetto al record del 2000. Ma è un livello sostenibile?
Le azioni globali sono rimbalzate con decisione da aprile (+12% per il Ftse Mib), nota Chiara Robba, head of ldi equity di Generali Am, recuperando le perdite accumulate a marzo dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran. Dietro la ripartenza delle borse ci sono fattori più concreti di quelli del rally di inizio millennio, soprattutto i numeri di «una stagione delle trimestrali complessivamente resiliente, in particolare nei settori della tecnologia e dell’AI». Profitti accompagnati dalla «fiducia sulla possibile de-escalation del conflitto in Medio Oriente» e da «condizioni di liquidità ancora favorevoli».
Gli altri trend invece sono più settoriali. Come l’appeal speculativo che da due anni accompagna le banche italiane grazie al risiko. O le fiammate di gas e petrolio provocate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che hanno rimesso il turbo a utility e big dell’energia. E allora non è un caso che Piazza Affari abbia riagganciato quota 50 mila punti proprio ora, nonostante dazi, tensioni geopolitiche e guerre.
«Istituti di credito, assicurazioni e asset manager valgono insieme il 30% del listino e sono saliti di oltre il 12% da fine marzo (Unicredit quasi il 20%)», sottolinea Robba. «Nel settore delle utility, che incide per il 15%, Enel ha guadagnato il 4% mentre nell’energy Saipem è salita del 9,5% da marzo ed Eni del 44% da inizio anno». Ma sul Ftse Mib la vera sorpresa del 2026 è arrivata dai chip con la performance stellare di Stm, che si è messa alle spalle gli anni bui della crisi dell’auto. Così il gruppo italo-francese ha guadagnato il 123% da gennaio, merito di un business più diversificato con satelliti e data center per l’AI.
Sono questi i titoli che hanno alimentato un rally partito nel 2022 e che sembra non volersi fermare. A favore di Piazza Affari c’è anche un altro fattore perché il principale listino italiano «scambia a un multiplo relativamente contenuto rispetto a quelli europei e statunitensi», ricorda Robba, con un rapporto prezzo/utile a 12 mesi di 12,7 volte rispetto alle 17,6 volte dell’Eurostoxx 600 e alle quasi 30 volte dell’S&P 500. Milano insomma viaggia a sconto del 27,8% rispetto all’indice europeo e del 57,7% su quello americano. Senza contare che gli utili delle quotate italiane dovrebbero aumentare del 10-12% nel biennio 2026-27, «trainati proprio da banche ed energia». Altra benzina per il rally.
Molto dipenderà dalla durata del conflitto in Iran, anche se Robba pensa che non sarà prolungato: «Le pressioni saranno in larga parte temporanee. Inoltre le recenti dinamiche di mercato indicano che gli asset rischiosi possono recuperare rapidamente in presenza di segnali di de-escalation e di condizioni di liquidità favorevoli che ancora persistono». Così sul lungo periodo l’esperta consiglia di focalizzarsi su trend strutturali come la «difesa, specialmente dopo lo storno attuale». E sulle utility, «che stanno beneficiando degli investimenti in AI e della necessità di garantire la futura indipendenza energetica grazie ai rinnovati investimenti nelle energie rinnovabili».
Da Generali Am, quindi, non credono in un rischio bolla per i mercati, anche se ci sono due settori su cui l’attenzione resta alta. Da un lato l’energia, trainata della corsa del prezzo del petrolio (+70% da inizio anno), perché «se la guerra in Iran dovesse concludersi con un accordo, una parte del premio per il rischio sul greggio potrebbe venir meno». E di conseguenza «il settore potrebbe stornare dopo aver guadagnato il 30% da inizio anno, senza tuttavia parlare di bolla visto che i prezzi delle azioni sono saliti grazie all’esplosione degli utili, non perché i multipli si sono espansi». Dall’altro lato c’è la tecnologia, dove il segmento AI (capitanato da Nvidia) potrebbe pagare dazio se «le aspettative saranno deluse».
Questo però è un punto a favore di Piazza Affari, i cui livelli record «sono meno in pericolo di quelli raggiunti dagli indici più esposti sull’AI. Anche se il tech sta vivendo un momento di euforia borsistica che poggia su una rivoluzione concreta», spiega Fabio Caldato, portfolio manager del fondo AcomeA Strategia Dinamica Globale. «Il Ftse Mib invece ingloba titoli finanziari, energetici e industriali, che spesso hanno trend asincroni» in grado di compensare le eventuali crisi di un singolo settore. In ogni caso Caldato invita a essere sempre «più prudenti» man mano che le valutazioni crescono. E mette l’accento su un comparto dimenticato, l’healthcare, «dove vediamo molte opportunità di investimento in Europa».
Altre occasioni potrebbero arrivare da settori che «intercettano trend di medio-lungo periodo come le infrastrutture energetiche, elettriche e digitali, healthcare e difesa», spiega Francesco De Astis, responsabile italian equity di Eurizon Capital Sgr. Le banche potrebbero invece rallentare perché, «dopo aver trainato il mercato negli ultimi anni, pensiamo che non si possa più contare su una crescita significativa a multipli contenuti come nel recente passato», osserva De Astis.
Questo «anche se parliamo di un settore che, traendo beneficio ancora oggi da tassi relativamente elevati, presenta utili solidi e ottimi dividendi». Nemmeno per l’esperto di Eurizon il listino italiano o alcuni suoi settori sono a rischio bolla, ma questa ipotesi «potrebbe presentarsi per alcuni titoli se si continuerà a estrapolare l’aspettativa di forti utili non sostenibili in futuro. Lo abbiamo visto con i titoli del lusso e della difesa, i cui multipli sono rientrati dopo aver raggiunto dei livello di eccesso».
In generale «un’eventuale forte correzione del mercato potrebbe essere innescata da una recessione, che non rappresenta il nostro scenario base, o da una perdita di fiducia degli investitori legata a rischi di natura finanziaria», commenta Alberto Villa, responsabile equity research di Intermonte. Una spia è accesa anche sul private credit e sull’esplosione delle richieste di rimborsi dai fondi del settore. Ma «per ora è un rischio gestibile e ben monitorato dalle banche centrali», spiega il money manager, «che continueranno a svolgere un ruolo rilevante nel rispondere a eventuali tensioni».
Incertezza e volatilità insomma saranno due costanti anche in futuro. «Bisognerà essere pronti a reagire a imprevisti e cambi di scenario, ma i mercati possono anche rispondere con reazioni contenute, come insegnano il Liberation Day e la guerra in Iran», sintetizza Villa. «Una crisi di fiducia finanziaria avrebbe un esito diverso per i corsi di borsa, ma rispetto al passato la resilienza patrimoniale ed economica delle quotate italiane è nettamente migliorata». (riproduzione riservata)