La Bce ignora lo shock energetico e mantiene un atteggiamento di vigilanza «meeting dopo meeting». Ma con i prezzi elevati dell’energia (Brent ai massimi da quattro anni a 126 dollari al barile), a causa del blocco dello Stretto di Hormuz, destinati a spingere ulteriormente al rialzo l’inflazione in Eurozona (ad aprile è salita al 3% dal 2,6% di marzo, oltre la stima del consenso al 2,9%) e in Italia (+1,2% su base mensile e +2,8% su base annua, dal +1,7% del mese precedente, a causa della tensione sui prezzi dell’energia a +9,5% da -2,1%), i mercati continuano ad aspettarsi due/tre aumenti dei tassi di interesse nel corso del 2026, a partire dalla riunione dell’11 giugno (+25 punti base). Questo vorrebbe dire che il costo del denaro dal 2% (sui depositi) potrebbe salire al 2,75%.
«I mercati scontano entro la fine dell’anno quasi tre aumenti dei tassi di interesse da parte della Bce, di cui uno con ogni probabilità di 25 punti base a giugno, che, secondo noi, è un po' eccessivo», sottolinea a Milano Finanza Gianmarco Bonacina, Head of Research di Banca Akros. «La strategia più sensata per la Bce è quella di aspettare, vedere se effettivamente Stati Uniti e Iran troveranno un accordo per la pace in Medio Oriente e poi agire di conseguenza. Una mossa troppo rapida potrebbe avere un ulteriore effetto negativo, Francoforte non può commettere l’errore di uccidere l’economia (nel primo trimestre la crescita in Eurozona si è smorzata a +0,8% e in Italia a +0,7% su base annua, ndr), motivo per cui l’incremento del costo del denaro potrebbe arrivare anche dopo l’estate».
Tutto ruota attorno allo Stretto di Hormuz da cui transita il 20% circa dell’offerta mondiale di petrolio e gas naturale. Se riapre, i prezzi del greggio si normalizzeranno, anche se non torneranno nel breve ai livelli precedenti il conflitto in Iran, e quindi l'inflazione sarà molto transitoria, secondo Bonacina. In teoria. Visto che già a marzo, secondo l’indagine mensile della stessa Bce, si è registrato un forte aumento delle aspettative di inflazione tra i consumatori della zona euro, balzate al 4% dal 2,5% del mese precedente, ben al di sopra del target a medio termine del 2% della Bce.
Fino ad oggi la prospettiva di una morsa dei tassi non ha intaccato i bilanci delle imprese, ma è questione di tempo. Anche perché non solo il costo dei nuovi prestiti per le imprese a marzo era pari al 3,26% ma nel primo trimestre le banche dell’Eurozona hanno inasprito del 10% le condizioni di tutti i tipi di prestito alle aziende, la stretta più forte dal terzo trimestre del 2023. E per il secondo trimestre si attendono un ulteriore e più ampio inasprimento dei criteri di concessione del credito.
Per cui tassi di interesse e inflazione più elevati cominceranno a mordere i bilanci delle società, costrette a pagare interessi più alti sul debito. Milano Finanza ha, quindi, individuato le società quotate più resistenti, poco indebitate e in grado di generare cassa. Tre gli indicatori presi in considerazione nella tabella in pagina creata da Banca Akros.
Il primo, il più importante, secondo Bonacina, è il rapporto tra il debito netto e l’ebitda. Misura la capacità di un’azienda di ripagare i propri debiti con i flussi di cassa generati dall’attività operativa.
In pratica esprime in quanti anni potrebbe estinguere i suoi debiti finanziari se utilizzasse interamente l’ebitda per questa finalità. Valori bassi o negativi (assenza di debito), come nel caso di Avio, Danieli, Technoprobe, De’ Longhi, Tenaris, Cementir e Buzzi, indicano maggior solidità, sopra 6 un rischio finanziario elevato.
Il secondo parametro è l’interest coverage ratio o indice di copertura degli interessi (n.s in tabella indica non significativo). Misura quante volte un'azienda riesce a coprire gli interessi sul suo debito usando gli utili che genera dalla sua attività principale. Più è alto (nella tabella Eni, Moncler, Carel Industries e Reply hanno valori superiori a 40) maggiore è la capacità dell’impresa di sostenere il costo del debito. Il terzo indicatore è il free cash flow e il relativo rendimento. Rappresenta il flusso di cassa disponibile dopo aver coperto le spese operative e gli investimenti. Un numero elevato (Eni 21%, Saipem 15% e Gas Plus 14%) significa che una società sta generando liquidità sufficiente per soddisfare debito e dividendi.
Chiaramente le azioni più resistenti a un aumento di tassi e inflazione sono tutte quelle che hanno cassa: «possono reinvestire gli attivi, magari in titoli di Stato che hanno rendimenti più alti. Possono essere più o meno cicliche», spiega Bonacina. Ad esempio, Stm ha cassa e non ha deluso nel primo trimestre del 2026 con ordini robusti e livelli di scorte nella distribuzione normalizzati. Anche Avio resta un titolo interessante, a maggior ragione dopo che nelle ultime settimane ha corretto insieme agli altri titoli del settore della difesa che quotavano su valutazioni elevate rispetto alla loro media storica.
«Sono, inoltre, destinate a crescere Reply, De’ Longhi e Moncler, titolo, quest’ultimo, che di recente abbiamo inserito tra i nostri best pick alla luce dei numeri molto solidi del primo trimestre de 2026 con un fatturato ben oltre le attese a 881 milioni, oltre il 10% della capitalizzazione di mercato in cash, margini al top del settore e opportunità di crescita anche nel mercato statunitense», continua l’esperto di Banca Akros.
E proprio Moncler, come tutte le aziende del settore del lusso con pricing power, in caso di un aumento dell’inflazione, può ribaltare al consumatore l’incremento dei costi delle materie prime. Lo stesso non si può dire, invece, tra gli industriali puri, per Buzzi, Danieli e Tenaris per cui è più difficile farlo. Meglio Eni, aggiunge Bonacina, uno dei pochi con un basso leverage, capacità strutturale di trasferire l’inflazione nei ricavi e nei flussi di cassa grazie all’esposizione diretta alle commodity energetiche, all’integrazione verticale e all’elevata disciplina di capital allocation.
Mentre Rai Way, che opera come owner e gestore di infrastrutture di broadcasting critiche, combina contratti indicizzati e una struttura di costi controllata, configurandosi come un’azione difensiva e parzialmente inflation-linked nel panorama italiano delle infrastrutture quotate. Invece, tra le società che hanno debito ma un business poco ciclico è interessante, ad esempio, Lottomatica che tra l’altro, di recente, ha collocamento con successo un bond a un tasso fisso del 4,625% per allungare le scadenze e migliorare il costo medio del debito.
«C’è anche chi come Amplifon, su cui abbiamo un rating neutral, ha un debito elevato a seguito dell’ultima acquisizione (Gn Hearing pagata 2,3 miliardi), ma un business poco ciclico. Viceversa», conclude l’esperto, «le utility hanno debiti elevati e sono le più impattate se il costo del denaro sale, anche se quelle esposte alla generazione sono in parte, al netto delle coperture, compensate dai prezzi energetici più alti, mentre le utility regolamentate come Snam, Terna e Italgas avranno nel 2027 una compensazione derivante dall’aumento della Rab (il capitale investito). In realtà quelle più a rischio sono le società che hanno una leva alta e un business ciclico, mentre tra i titoli su cui abbiamo neutral che hanno un livello di debito elevato e un business abbastanza esposto al mondo consumer c’è Nexi, già sotto pressione per la concorrenza forte». (riproduzione riservata)