Dal 28 febbraio la quotidianità è stata dominata dalle notizie provenienti dal Medio Oriente. La durata del conflitto, l’accesso allo Stretto di Hormuz, la prospettiva di un cessate il fuoco, l’andamento dei prezzi del petrolio e il loro impatto sull’inflazione e, di conseguenza, sulla politica monetaria delle banche centrali, rappresentano tutte fonti di incertezza per i mercati finanziari. Alfredo Piacentini, managing partner di Decalia, spiega perché finora hanno mostrato tale resilienza. Secondo un vecchio adagio di Wall Street, i mercati «salgono le scale e scendono in ascensore». In altre parole, i prezzi tendono a salire gradualmente, ma a scendere bruscamente durante le correzioni.
Nel caso della guerra in Iran, tuttavia, è avvenuto il contrario: gli indici azionari hanno registrato solo un calo moderato e ordinato all’inizio delle operazioni militari Usa-israeliane, per poi rimbalzare con forza ad aprile, nota Piacentini. «Una chiave di lettura di questo comportamento di mercato insolito e, in parte, cinico, risiede nella fiducia degli investitori nella prosecuzione della crescita economica. Mentre i mercati reagiscono rapidamente ai rischi inflazionistici e mettono in discussione futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, sembrano ritenere che lo shock petrolifero avrà un impatto limitato sull’attività economica complessiva», sottolinea l’esperto di Decalia.
Al contempo gli indici Pmi manifatturieri, indicatori anticipatori dell’attività economica, sono migliorati negli ultimi due mesi. Il dollaro australiano, spesso considerato un termometro della salute economica globale, ha mantenuto il suo trend rialzista dall’autunno scorso. Nel frattempo, gli spread creditizi si sono ampliati solo marginalmente, segnalando che le preoccupazioni per i default societari restano contenute.
La relativa resilienza delle azioni cinesi rafforza ulteriormente quest’interpretazione orientata alla crescita. Finché le condizioni economiche globali restano solide, la Cina ha poco di cui preoccuparsi: le esportazioni di beni, pilastro del suo attuale modello economico, dovrebbero rimanere robuste, continua Piacentini. Sul fronte dell’inflazione, inoltre, Pechino gode di alcuni vantaggi rispetto alle economie occidentali. Non solo una parte limitata delle spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz era destinata proprio alla Cina, ma il Paese dispone anche di significative riserve di greggio e di una dipendenza molto inferiore da petrolio e gas. Ciò è il risultato di ingenti investimenti nelle energie rinnovabili negli ultimi anni, insieme al continuo utilizzo del carbone.
Un’altra spiegazione della resilienza dei mercati azionari risiede nella loro composizione. Il peso delle grandi società tecnologiche nell’S&P 500, circa un terzo, e anche negli indici dei mercati emergenti è diventato così rilevante che la loro performance determina in larga misura l’andamento complessivo dei mercati. Ed è evidente che i giganti tecnologici sono relativamente poco influenzati dagli eventi in Medio Oriente, almeno finché eventuali carenze energetiche non dovessero compromettere la costruzione o il funzionamento dei data center essenziali per l’intelligenza artificiale.
È inoltre possibile, secondo Pacentini, che attività di short covering abbiano contribuito al recente rimbalzo dei titoli tecnologici e, di conseguenza, del mercato nel suo insieme. Il settore aveva sofferto all’inizio dell’anno, quando le preoccupazioni degli investitori si erano concentrate sulla monetizzazione dei massicci investimenti nell’AI e sull’impatto disruptive di questa trasformazione tecnologica sulle società software.
La terza spiegazione, più soggettiva, risiede nell’attenzione che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dedica all’andamento dei mercati azionari. Questo fenomeno è stato definito «Trump put»: quando Wall Street mostra segnali di eccessiva debolezza o scende troppo rapidamente, la retorica presidenziale tende a diventare più conciliante sui social media e/o alcune decisioni politiche possono essere riviste. In mercati sempre più dominati dal trading algoritmico, dai fondi indicizzati e da piattaforme che incentivano la speculazione, questo «rumore» di breve termine spesso prevale sulle considerazioni fondamentali.
È chiaro che i dati economici devono essere monitorati attentamente. Se la crescita dovesse indebolirsi, potrebbe compromettere la resilienza dei mercati azionari, in particolare nel settore tecnologico e in Cina. In secondo luogo, la diversificazione del portafoglio dovrebbe avere la priorità rispetto ai tentativi di market timing. Ma questa diversificazione non dovrebbe necessariamente basarsi sui titoli di Stato, che combinano il rischio inflazione con preoccupazioni più strutturali legate alla sostenibilità del debito pubblico. «A nostro avviso, la diversificazione dovrebbe avvenire principalmente all’interno dell’allocazione azionaria, tra settori, aree geografiche e temi, includendo anche esposizione ad asset alternativi e all’oro», suggerisce Piacentini.
L’oro ha, infatti, perso terreno nelle ultime settimane, probabilmente a causa di vendite da parte delle banche centrali dei Paesi emergenti per difendere le proprie valute. Tuttavia, conclude il managing partner di Decalia, questo non deve essere interpretato come una perdita del suo ruolo di bene rifugio. La storia mostra che l’oro non si apprezza sempre immediatamente nei periodi di stress; nel lungo periodo, però, resta una delle migliori coperture contro i rischi estremi. (riproduzione riservata)