Petrolio volatile, le azioni delle major oil europee più e meno esposte. L’analisi di JP Morgan
Petrolio volatile, le azioni delle major oil europee più e meno esposte. L’analisi di JP Morgan
L’ultimatum di Trump all’Iran riaccende la volatilità di petrolio e gas. Le oscillazioni dei prezzi impattano in modo diverso su cassa, utili e rendimenti delle compagnie petrolifere europee. I pochi buy di JP Morgan

di Francesca Gerosa 20/02/2026 20:00

Ftse Mib
46.472,98 6.58.53

+1,48%

Dax 30
25.260,69 23.30.22

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Dow Jones
49.625,97 3.48.48

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Nasdaq
22.885,06 23.50.58

+0,90%

Euro/Dollaro
1,1828 4.00.11

+0,33%

Spread
60,22 17.29.12

-0,49

Donald Trump ha lanciato un ultimatum all’Iran: «10-15 giorni, al massimo», perché accetti un accordo sul suo programma nucleare. Altrimenti «accadranno cose brutte». La posta in gioco è altissima. La risposta di Teheran a questa scadenza definirà il futuro dell’intera regione.

In questo clima di incertezza, il petrolio resta ostaggio della geopolitica con gli operatori pronti a reagire a ogni segnale proveniente dal Golfo Persico. La volatilità dei prezzi dei prezzi fa da padrona. In una settimana hanno guadagnato il 6%, registrando la corsa giornaliera (+4%) più rilevante dall’ottobre del 2025.

Il futures sul Brent è balzato sopra 71 dollari al barile e quello sul Wti oltre 66 dollari poiché una guerra metterebbe a rischio i flussi da una regione che produce circa un terzo del petrolio mondiale. Con i timori di un’escalation anche il prezzo del gas Ttf ad Amsterdam è salito in settimana di oltre il 3% fino a 33,5 euro a megawattora ma a differenza del greggio veniva da due settimane molto pesanti (-8,95% e -9,14%).

Proprio in seguito a queste forti oscillazioni dei prezzi di petrolio e gas da inizio 2026, Matthew Lofting, analista di J.P. Morgan, ha analizzato la sensibilità delle major petrolifere europee in diversi scenari.

Le major oil europee più e meno esposte alla volatilità del petrolio

Per quanto riguarda l’oro nero, una variazione del 10% implica un +6% del flusso di cassa operativo dei giganti petroliferi; +10 dollari al barile vale in media un +10% del flusso di cassa operativo, un +20% dell’utile per azione (eps) e +200 punti base sul rendimento del free cash flow (stimato in media all’8% nel 2026). In questo quadro, l’italiana Eni e la britannica Shell mostrano una sensibilità elevata ai prezzi di petrolio e gas, come si vede nella tabella sotto, la spagnola Repsol e l'austriaca Omv la più bassa.

In particolare, per quanto riguarda il colosso guidato da Claudio Descalzi con un prezzo del Brent a 50 dollari il free cash flow operativo a fine 2026 è stimato a 10,192 miliardi, ma può sfiorare i 14 miliardi con il greggio a 80 dollari e il rendimento si muoverebbe di pari passo: dal 5,3% balzerebbe all’11,3%. Stesso discorso per l’eps visto salire da 1,13 a 2,35 euro per azione (all’opposto il p/e si dimezzerebbe da 15 a 7,2).

E al gas

Invece, una variazione del 10% sia del prezzo Ttf ad Amsterdam sia dell’US Henry Hub implica un +1% del flusso di cassa operativo; una variazione di 1 dollaro/mmbtu (milioni di unità termiche) vale in media un +1% del flusso di cassa operativo, un +2,5% di eps e +30 punti base di rendimento del free cash flow. La norvegese Equinor è di gran lunga la più esposta al gas naturale europeo, mentre Repsol a quello Usa.

Viceversa, la portoghese Galp e Shell presentano l’esposizione più bassa. Quanto ai margini di raffinazione, una variazione di 1 dollaro al barile implica un +1% del flusso di cassa, un +3% di eps e un +30 bp di rendimento del free cash flow. La raffinazione è la copertura più efficace in Europa contro il prezzo del petrolio nel medio termine. Repsol e Galp sono le più esposte, decisamente meno Equinor e Shell.

Focus sui buyback

Naturalmente anche la distribuzione del capitale agli azionisti si adatta agli scenari sopra delineati con programmi flessibili di riacquisti di azioni proprie (buyback) e dividendi garantiti fino a un prezzo del greggio a 50 dollari al barile (40 dollari nel caso di Shell). Nello scenario base di Lofting (Brent a 62 dollari nel 2026 e a 63 nel 2027), le previsioni riviste sui buyback per il primo trimestre 2026 delle super major sono 3 miliardi di dollari per Shell (dalla stima precedente di 3,5 miliardi), 1 miliardo per TotalEnergies (da 1,5 miliardi) e 750 milioni per BP (da 1,75 miliardi).

Più underweight che overweight nel settore oil europeo

Nel suo outlook 2026 Lofting ha una posizione prudente sui fondamentali del settore Oil & Gas europeo, poiché i fattori alla base della divergenza positiva tra l’andamento delle azioni e il petrolio nella seconda metà del 2025 stanno perdendo forza, poi si profila un eccesso di offerta e le stime del consenso sugli utili appaiono un po’ tirate «tanto che abbiamo più raccomandazioni underweight che overweight. Consigliamo di sovrappesare in portafoglio Shell e Repsol, con target price, rispettivamente a 3.200 pence e a 18 euro, mentre Equinor, Eni (tp a 15,50 euro) e Omv sono da sottopesare», suggerisce Lofting che ha, invece, un rating neutral su TotalEnergies, BP e Neste.

Super rendimento per Shell

In particolare, Shell offre un profilo rischio/rendimento più forte nelle attuali condizioni macroeconomiche, resilienza del bilancio, un tasso medio annuo di crescita dell’1% nella produzione upstream fino al 2030, un’ottimizzazione del portafoglio nel business chimico, un programma di riduzione dei costi da 5-7 miliardi di dollari entro il 2028 e un ritorno di cassa competitivo: intorno all’11%, con la società che ha consolidato l’abitudine a riacquistare azioni proprie per oltre 3 miliardi di dollari ogni trimestre. 

Lofting a fine 2026 si attende un utile netto adjusted di 19,158 miliardi di dollari, in aumento dai 18,823 miliardi stimati per fine 2025, un cash flow operativo a 43,388 miliardi (da 37,933 miliardi) e un dividendo di 1,50 dollari per azione (1,45 la stima per l’esercizio 2025) con un rendimento del 4,2% che sale al 10,5% considerando il buyback.

Repsol un paracadute

Repsol vanta un’esposizione superiore al diesel, la sensibilità elevata dell’eps, pari al 7% per 1 dollaro al barile di margine di raffinazione, offre una copertura contro le fluttuazioni macro del settore. In più il gruppo spagnolo è il principale beneficiario dell’allargamento dei differenziali di prezzo tra il petrolio leggero e quello pesante. E l’accelerazione della riduzione dei tagli volontari da parte dell’Opec+ può portare sul mercato un maggior volume di greggio pesante (di minor valore), ampliando così i differenziali.

Senza dimenticare la forza del business della raffinazione e del marketing che contribuisce per il 40-50% all’utile operativo della società. Questa divisione sta performando bene e rappresenta una copertura significativa e probabilmente sottovalutata, a detta di Lofting che a fine 2026 si attende un utile netto adjusted di 2,754 miliardi di euro, in aumento dai 2,532 miliardi stimati per fine 2025, un cash flow operativo a 5,810 miliardi (da 5,182 miliardi) e un dividendo di 1,12 euro per azione (1,04 la stima per l’esercizio 2025) con un rendimento del 6,6% che sale all’11,3% considerando il buyback.

Perché Eni è da sottopesare in portafoglio

Non si può dire lo stesso per Eni per la quale Lofting vede il rischio di una revisione al ribasso delle stime di eps. «Le nostre previsioni 2026/2027 sugli utili sono più basse di quelle del consenso e con l’eccesso di offerta di petrolio che incombe, i fondamentali suggeriscono che il profilo rischio/rendimento stia diventando negativo. Il momentum delle dismissioni è destinato a rallentare con un aumento della leva finanziaria nel 2026/2027. Infine, il titolo a questi prezzi è correttamente valutato», spiega Lofting che a fine 2026 si attende da Eni un utile netto adjusted di 4,610 miliardi di euro, in calo dai 4,756 miliardi stimati per fine 2025, un cash flow operativo a 11,562 miliardi (da 11,66 miliardi) e un dividendo in leggero aumento a 1,08 euro per azione (1,05 euro la stima per l’esercizio 2025) con un rendimento del 6,6% che sale al 9,6% considerando il buyback. In realtà sono Omv ed Equinor i più generosi con gli azionisti con un rendimento della cedola dell’8,6% e del 6,8%.

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