Petrolio sopra 100 dollari, rischio o opportunità? Otto azioni e 18 Etf per cavalcare il rally del Brent in portafoglio
Petrolio sopra 100 dollari, rischio o opportunità? Otto azioni e 18 Etf per cavalcare il rally del Brent in portafoglio
Il petrolio in corsa è un ostacolo per i mercati ma nel portafoglio può diventare un’opportunità. Ma attenzione alla volatilità: gli strumenti e le strategie per mitigarla

di di Marco Capponi 18/09/2026 20:00

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I mercati finanziari, si sa, sono stati sempre in grado di trasformare anche i più grandi rischi in opportunità di investimento. E non c’è dubbio che, da qualche mese a questa parte, il vero elefante nella stanza sia il petrolio, spinto alle stelle dal conflitto in Medio Oriente e dal blocco dei principali canali di transito, lo stretto di Hormuz nel Golfo Persico e ora anche Bab el-Mandeb sul Mar Rosso.

A inizio settimana il Brent – principale benchmark per il greggio del Mare del Nord – ha sfiorato nell’intraday i 110 dollari al barile (era a 60 a inizio anno), generando un effetto domino che ha investito in negativo azioni e bond in tutto il mondo. Il nesso logico è evidente. Prezzi del petrolio più alti significano, soprattutto per i Paesi importatori come l’Italia, maggiore inflazione. E più inflazione significa (sta già succedendo) tassi più alti per contrastarla. Con rischi per economia, consumi e produzione industriale. Senza dimenticare le stangate alle pompe di benzina. E non finisce qui: i canali marittimi bloccati sono anche le rotte dei fertilizzanti agricoli, così come del gas naturale, il cui prezzo è ulteriormente sotto pressione da quando è scoppiata la guerra Usa-Iran.

Una crisi, un’opportunità

Nei giorni successivi, complici alcune buone notizie sulla futura rimessa in funzione dell’oleodotto saudita East-West, colpito dagli Houthi, che funge da bypass per il greggio che non può attraversare Hormuz, il prezzo del Brent è tornato a scendere, ma rimane ancora sopra i 100 dollari. La volatilità rimane elevata, e basta una cattiva notizia (o una semplice dichiarazione sulla guerra in Iran da parte di Donald Trump) per far balzare di nuovo la commodity.

Morale della storia: per i mercati azionari e obbligazionari il rally del greggio è un fattore di rischio elevato e anche un elemento di destabilizzazione del portafoglio. Ma in chiave di allocazione tattica può trasformarsi in un’opportunità. In primis, per esporsi all’aumento del prezzo. In secondo luogo, per decorrelare il portafoglio dall’andamento di azioni e bond globali, in modo da essere più tutelati nel caso in cui ulteriori fiammate delle materie prime mettano ulteriormente sotto pressione il nucleo duro strategico (cosiddetto core) dell’allocazione complessiva.

Prima opzione: gli Etp sul petrolio

Una prima via, quella più intuitiva, consiste nell’esporsi direttamente al prezzo delle materie prime tramite strumenti appositi, di cui i più semplici in assoluto sono gli Exchange-Traded-Products (Etp, la macro-categoria che include anche gli Etf). Tecnicamente i prodotti di questo tipo su petrolio e gas si chiamano Etc (Exchange-Traded Commodities) e sono titoli di debito che replicano l’andamento delle materie prime, nel caso di petrolio e gas generalmente attraverso contratti futures.

Al di là dei tecnicismi, si tratta di strumenti che consentono di avere un’esposizione al prezzo della materia prima. L’offerta per investitori europei – escludendo gli strumenti a leva che hanno una logica di trading e non di investimento di lungo periodo – è piuttosto limitata, ma in generale (tabella in basso) da inizio anno questi prodotti sul petrolio si sono apprezzati anche del 100%, mentre quelli sul gas naturale europeo hanno addirittura triplicato il loro valore.

Non manca il rovescio della medaglia: la volatilità estrema di questi prodotti. La concentrazione su una singola commodity, unita alle oscillazioni dei prezzi, ha prodotto su orizzonti triennali una volatilità superiore al 30% per gli Etp sul petrolio e, nell’ultimo anno, perfino del 75% per l’unico disponibile sul gas Ttf di Amsterdam. L’esposizione diretta alle commodity, spiega Marco Mencini, head of research di Plenisfer, «risponde a una logica differente» rispetto a quella di un investimento azionario, «maggiormente legata all’andamento dei prezzi, con una volatilità potenzialmente elevata e, per gli strumenti basati su futures, rendimenti che possono divergere dal prezzo spot».

L’alternativa: gli Etf sulle materie prime

Sempre più gettonati dai consulenti finanziari per costruire una diversificazione del portafoglio rispetto ad azioni e bond, gli Etf sulle materie prime sono un’alternativa agli Etp su greggio o gas tanto che in molti portafogli questi strumenti stanno trovando spazio come elemento complementare (o addirittura sostitutivo) rispetto all’oro per la costruzione della quota di materie prime.

I prodotti di questo tipo sono perlopiù Etf Ucits: rispettano cioè i requisiti europei di diversificazione e concentrazione e replicano panieri di diverse materie prime. I più grandi per masse in gestione, raccolti nella tabella in alto, registrano da inizio anno performance comprese tra il 39,5% e il 43%, con una volatilità a tre anni tra il 15% e il 18%: meno della metà rispetto agli Etp sulle singole commodity.

A livello di composizione, questi Etf permettono di esporsi in modo ampio alla maggior parte delle commodity disponibili sul mercato: prendendo come riferimento l’Invesco Bloomberg Commodity Ucits Etf (quasi 4 miliardi di euro di masse in gestione, costi annui dello 0,19%) la componente energetica (quindi petrolio, ma anche gas) è pari al 37%. Seguono i cereali al 21%, metalli industriali e preziosi (compreso l’oro) entrambi intorno al 14,5%, e poi beni deperibili (come il caffè) al 7,9% e bestiame da allevamento al 4,8%.

Nella logica di un portafoglio diversificato, una composizione di questo tipo permette – rinunciando a parte del potenziale rendimento – di esporsi al rally del greggio, mitigando però la volatilità e le perdite in caso di ritracciamento. Al contempo, gli Etf sulle materie prime possono essere utilizzati come strumenti di decorrelazione del portafoglio dall’andamento di azioni e bond in presenza di shock energetici come quello attuale e il precedente del 2022: in quell’occasione, infatti, il Bloomberg Commodity ha guadagnato quasi il 22%, mentre azioni globali e bond governativi dell’Eurozona registravano entrambi pesanti perdite a doppia cifra.

Azioni energetiche: il fattore dividendi

La terza via per esporsi al rally del petrolio, sebbene un po’ più indiretta, è quella delle azioni energetiche. La tabella nella pagina a fianco elenca un paniere di titoli proposto da BG Saxo. Per ognuno di essi sono stati indicati capitalizzazione, performance da inizio anno, valutazioni prospettiche (rapporto tra prezzo e utili attesi a 12 mesi) e rendimento da dividendo.

Nell’elenco compaiono l’italiana Eni, ma anche la sua controllata Vår Energi, insieme ai giganti Usa Exxon Mobil e Chevron e a colossi come Shell, TotalEnergies, Equinor e Bp. «Per gli investitori il richiamo delle azioni energetiche è evidente», segnala Ruben Dalfovo, investment strategist di BG Saxo. «Molte società del settore generano molta cassa, distribuiscono dividendi interessanti e continuano a riacquistare azioni proprie».

«Il rovescio della medaglia però», avvisa l’esperto, «è altrettanto importante. I profitti dipendono ancora molto dai prezzi delle materie prime, che le aziende non possono controllare». Dopo il forte rally quindi «è importante capire quali società hanno bilanci robusti, costi di produzione contenuti, disciplina negli investimenti e dividendi sostenibili anche in uno scenario meno favorevole». Proprio i dividendi rappresentano un’altra caratteristica di questi titoli. «L’energia può continuare a offrire reddito, diversificazione e una certa protezione dall’inflazione», conclude Dalfovo. Il paniere selezionato ha un rendimento da dividendo medio del 4,3%: un ulteriore modo per giocare in difesa contro un mercato volatile e incerto.

Guida alla scelta dei titoli

L’esperto di Plenisfer, dal canto suo, guarda con interesse a quelle società «che dispongono di asset produttivi di qualità, costi di estrazione competitivi e bilanci solidi». Tra i produttori di petrolio e gas, spiega Mencini, «la capacità di generare flussi di cassa anche in scenari di prezzi meno favorevoli rappresenta un elemento di differenziazione importante». Un rialzo delle commodity infatti «può sostenere i ricavi, ma non garantisce automaticamente un aumento del valore delle imprese».

Un secondo ambito di analisi, prosegue il money manager, «riguarda le società che rendono possibile l’espansione della capacità energetica: operatori dei servizi, fornitori di tecnologie e infrastrutture necessarie alla produzione e al trasporto». In presenza di vincoli agli investimenti e tempi lunghi di realizzazione dei progetti, «alcune di queste imprese possono beneficiare della necessità di ampliare e rendere più affidabile il sistema energetico».

Fondi ed Etf: il boom delle performance

Per chi volesse esporsi al settore senza cercare a tutti i costi la scommessa vincente su un singolo titolo, l’opzione più gettonata è quella dei fondi ed Etf energetici. La tabella Fida in basso ordina per ogni categoria i migliori cinque da inizio anno. Il rendimento medio è del 45%, con punte sopra il 48% per i fondi e addirittura oltre il 52% per gli Etf. Su un orizzonte quinquennale i rendimenti cumulati arrivano addirittura al 170% medio, anche se con costi molto variabili tra comparti attivi (con commissioni fino al 2%) e passivi (0,22% medio). Nota a margine: da inizio anno il miglior prodotto di risparmio gestito in assoluto, un Etf di Amundi (Global Bioenergy, costi dello 0,35%), non è esposto al petrolio ma ai titoli impegnati nella produzione e stoccaggio di etanolo, biodiesel e carburanti rinnovabili. Un dato interessante che mostra come, oltre al greggio, stiano correndo anche le sue alternative. (riproduzione riservata)