Petrolio russo, l’Ue studia il congelamento del price cap per frenare i profitti di Mosca
Petrolio russo, l’Ue studia il congelamento del price cap per frenare i profitti di Mosca
L’impennata del greggio causata dalle tensioni in Medio Oriente rischia di far scattare l’adeguamento automatico del tetto a 65 dollari. Bruxelles accelera sul 21° pacchetto di sanzioni contro la flotta ombra e le criptovalute 

di Anna Di Rocco 01/06/2026 11:20

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Evitare un autogol normativo e impedire che la crisi in Medio Oriente finisca per alimentare le casse del Cremlino. È questo il dossier economico su cui i diplomatici dell’Unione Europea stanno lavorando a porte chiuse. Secondo quanto rivelato dall’agenzia Bloomberg, Bruxelles sta valutando il congelamento temporaneo del price cap (il meccanismo di adeguamento del tetto massimo al prezzo del greggio europeo) attorno ai 44,10 dollari attuali, impedendo il rialzo a 65 dollari previsto a luglio. 

Il meccanismo e i ricavi di Mosca 

L’Ue aveva introdotto lo scorso anno un meccanismo dinamico che fissava il tetto al 15% sotto il prezzo di mercato del greggio Urals, poiché il precedente cap fisso a 60 dollari era diventato inefficace. Tuttavia, con il petrolio che ad aprile ha sfiorato i 95 dollari al barile, le entrate di Mosca sono tornate a salire. 

Secondo il centro di ricerca Crea, ad aprile 2026 i ricavi russi da combustibili fossili sono aumentati del 4% su base mensile, raggiungendo i 733 milioni di euro al giorno: il dato più alto degli ultimi due anni e mezzo. Se il congelamento del cap non scattasse, in estate il tetto salirebbe a 65 dollari, superando il limite originario del G7. 

La misura è al vaglio all’interno del 21° pacchetto di sanzioni. Il provvedimento prevede anche nuove restrizioni contro banche, trader petroliferi, raffinerie e operatori crypto di Paesi terzi che aiutano Mosca. Dal Cremlino, il consigliere presidenziale Kirill Dmitriev ha commentato su X sostenendo che «l’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere». 

I dati europei mostrano però che la dipendenza si è ridotta al 2,2% delle importazioni nel 2025 (dal 25% pre-invasione), con forniture residue concentrate quasi solo in Ungheria e Slovacchia tramite l’oleodotto Druzhba, mentre in Italia sono ormai marginali. (riproduzione riservata)