Il petrolio è tornato protagonista dei mercati dall’inizio delle tensioni Usa-Iran, causate dal blocco dello Stretto di Hormuz, con il prezzo del greggio Brent che oscilla stabilmente tra i 100 e i 110 dollari al barile. Come c’era da aspettarsi, i titoli oil ne hanno beneficiato, mettendo a segno da inizio anno performance borsistiche fra il 10 e l’80%. Per l’investitore si pone quindi la scelta se avere fiducia in ulteriori rialzi, dato che il tema energia resta molto attuale, oppure trarre profitto dai guadagni finora realizzati.
Per Alessio Garzone, portfolio manager di Gamma Capital Markets, bisogna innanzitutto distinguere tra società integrate, produttori più esposti al prezzo del greggio, raffinatori e servizi petroliferi. «Alcune aziende hanno ancora fondamentali solidi, bilanci forti e capacità di generare cassa anche con un petrolio più basso. Altre, invece, rischiano di essere molto più vulnerabili se il prezzo del barile dovesse normalizzarsi. Quindi la mia view è che sì, il settore resta investibile, ma non è più una storia da comprare in blocco», dice il gestore.
Dopo la corsa del greggio, bisogna quindi chiedersi titolo per titolo quanto dello scenario positivo sia già nelle quotazioni e quanta protezione esiste se il premio geopolitico dovesse sgonfiarsi. Proprio partendo da un’accurata selezione, i tre titoli energetici tra Europa e Stati Uniti che presentano il maggiore potenziale di crescita e valutazioni a sconto, secondo Saverio Berlinzani, chief analyst di ActivTrades, sono Bp, TotalEnergies e Devon Energy. Il primo ha potenzialtà guidate da buyback aggressivi e ristrutturazione energetica, mentre il secondo scambia a forte sconto rispetto ai concorrenti. Devon Energy invece è un produttore di shale gas ampiamente sottovalutato. Berlinzani fa infatti notare che con il Brent a questi livelli, «le multinazionali del comparto generano un free cash flow (fcf) straordinario, che si traduce in dividendi ricchi e piani di riacquisto di azioni proprie (buyback) a sostegno delle quotazioni. Nonostante i forti rialzi da inizio anno, molti titoli del settore scambiano a multipli prezzo/utili (p/e) inferiori rispetto alla media del mercato globale, offrendo un buon margine di sicurezza. Va però ricordato che comprare sui massimi storici di un ciclo guidato dalle materie prime espone al rischio».
Devon Energy è il titolo Usa preferito anche dal manager di Gamma Capital. In Europa, la sua scelta cade invece su Shell, «perché probabilmente offre il miglior rapporto tra rischio e rendimento. Shell non è solo petrolio, ha una posizione molto forte nel gas naturale liquefatto, genera molto cash flow, fa buyback importanti e ha un bilancio solido». «Il terzo nome che guarderei», prosegue Garzone, «è Repsol, che non è solo legata al prezzo del petrolio, ma soprattutto alla raffinazione. In questa fase il mercato rischia di focalizzarsi troppo sul Brent e troppo poco su quello che succede “dentro il barile”, a valle». Il consumatore finale, infatti, non compra petrolio grezzo, ma compra benzina, diesel, jet fuel, Gpl e nafta.
Se il settore dell’energia è tornato al centro delle strategie degli investitori, secondo Lorenzo Batacchi, strategist di Assiomforex, rispetto ai cicli passati c’è una differenza sostanziale: «Oggi il greggio non si muove più solo correlato alla domanda e offerta, ma sempre più come funzione diretta della geopolitica. Partendo da questo presupposto, analizzare oggi i titoli oil comporta un radicale cambiamento rispetto all’approccio che gli analisti hanno avuto nel passato». Proprio per questo motivo, con un indice Stoxx Oil&Gas in rialzo del 31%, l’investimento deve essere più selettivo, «preferendo società integrate con forte generazione di cassa e downstream» dice Batacchi. Inoltre, a suo parere, per un investitore privato, la priorità deve essere la diversificazione del rischio, privilegiando nell’esposizione al settore fondi specializzati o Etf settoriali. Qualora si decidesse invece di investire in singoli titoli, sono preferibili le società che mostrano revisioni al rialzo degli eps (utili per azione) negli ultimi tre mesi e target price medi ancora significativamente superiori alle quotazioni attuali.
Il settore dei servizi petroliferi si trova in una fase di forte crescita ciclica e strutturale. Se le compagnie petrolifere tradizionali estraggono il greggio, le aziende di servizi forniscono la tecnologia, le infrastrutture, le piattaforme di trivellazione e i software necessari per farlo. «Quando il prezzo del barile sale, le compagnie prima accumulano cassa e solo in un secondo momento aumentano gli investimenti in nuove esplorazioni, generando un'ondata di contratti per le aziende di servizi», spiega Berlinzani.
Anche a parere di Maria Shkolnik, investment specialist Oil & Gas di Ubp, «i servizi e le attrezzature per i giacimenti petroliferi rimangono il segmento più promettente al di là della crisi attuale: la ricostruzione immediata delle infrastrutture energetiche danneggiate sta generando ricavi con ottime prospettive e prezzi sostenibili nel tempo». Le fasi di correzione dovute alla volatilità del petrolio possono rappresentare quindi opportunità per aumentare l’esposizione a questo business. (riproduzione riservata)