Il petrolio ferma la sua corsa in una sessione volatile mentre si avvicina la scadenza (le 20 ora di Washington di martedì 7 aprile) imposta dagli Stati Uniti per costringere l’Iran ad aprire lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale normalmente transita circa un quinto dell’offerta petrolifera globale di greggio, o «sarà l’inferno», con il presidente statunitense, Donald Trump, che ha minacciato attacchi ai ponti e alle centrali elettriche iraniane. I futures sul Brent, dopo un massimo intraday a 111,79 dollari al barile, scendono dello 0,21% a 109,54 dollari al barile, mentre quelli sul Wti statunitense salgono dello 0,48% a 112,95 dollari al barile dopo un top a 116,55.
Teheran ha respinto la proposta di tregua degli Stati Uniti e le pressioni per riaprire lo Stretto. Intanto gli attacchi alle infrastrutture energetiche (l’Arabia Saudita ha intercettato e distrutto sette missili balistici con detriti caduti vicino a strutture energetiche) e marittime continuano e i trader temono che, anche se la guerra finisse, i danni alle infrastrutture possano mettere fuori uso il trasporto di petrolio per mesi, non giorni. Le esportazioni di diversi produttori del Golfo sono già crollate a causa dei flussi limitati attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve pronunciarsi il 7 aprile su una bozza di risoluzione edulcorata che richiede lo sblocco dello Stretto di Hormuz. Questo voto, il cui esito resta incerto su un testo indebolito, dopo che la Cina si è opposta all’autorizzazione dell’uso della forza, nel tentativo di evitare una bocciatura, è previsto per le 11 (le 17 in Italia), poche ore prima della scadenza dell'ultimatum del presidente americano.
Il conflitto ha ridotto l’offerta globale di greggio, facendo salire a livelli record i premi spot del Wti statunitense, mentre le raffinerie asiatiche ed europee cercano di assicurarsi forniture alternative. La compagnia petrolifera statale saudita Aramco ha aumentato il prezzo ufficiale di vendita del suo petrolio Arab Light destinato all’Asia per maggio, fissando un premio record di 19,50 dollari al barile rispetto alla media di Oman/Dubai. Le preoccupazioni sull’offerta sono aumentate anche per l’attacco con droni ucraini al terminal del Cian Pipeline Consortium sul Mar Nero, che gestisce l’1,5% dell’offerta petrolifera globale. La Russia ha riportato danni alle infrastrutture di carico e ai serbatoi di stoccaggio.
È così caduta nell’acqua la decisione dell’Opec+ di aumentare le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno a maggio perché i membri chiave non possono incrementare la produzione a causa della chiusura dello Stretto che limita le esportazioni. «Con poco meno di 15 milioni di barili al giorno di offerta nel Golfo fuori servizio, l'aumento delle chiusure delle raffinerie e i rischi infrastrutturali in aumento, prevediamo che il Brent si attesterà in media intorno a 125 dollari al barile ad aprile, con possibili picchi verso 150 dollari al barile», sottolinea Mike Haigh, Head of FIC & Commodity Research di Societe Generale.
Non solo. Il rapido calo delle scorte significa che i livelli torneranno alle medie quinquennali solo entro la fine dell'anno, «portando la nostra previsione per il Brent a fine 2026 da 65 a 80 dollari al barile. In sintesi, il mercato è strutturalmente più rigido, più fragile e altamente sensibile a ulteriori shock», avverte Haigh, stimando un deficit di 15 milioni di barili al giorno alla fine di marzo con un miglioramento solo marginale ad aprile grazie ai rilasci delle riserve petrolifere regionali (1,1 milioni di barili al giorno), ai prelievi cinesi (0,8 milioni di barili al giorno) e a piccoli reindirizzamenti che forniscono, però, solo un sollievo parziale.
Le misure politiche e la riduzione della domanda attenuano, ma non eliminano, il deficit. Sul fronte della domanda, la scarsità e i prezzi elevati hanno portato alla chiusura di impianti petrolchimici in tutto il Nord Asia, mentre le compagnie aeree riducono le rotte a causa dell'impennata dei costi del carburante. I governi stanno reintroducendo misure restrittive sulla mobilità per limitare il consumo di benzina.
«Stimiamo una riduzione strutturale della domanda di circa 2 milioni di barili al giorno. Il Sud-est asiatico sta prelevando circa 130 milioni di barili dalle scorte commerciali, aggiungendo circa 1 milione di barili al giorno per diversi mesi. Queste misure ridurranno il deficit di aprile a circa 8 milioni di barili al giorno a metà/fine mese, un valore comunque estremamente elevato», indica Haigh.
La ripartenza della produzione comporta rischi tecnici, dalla rimozione delle ostruzioni alla riparazione dei danni ai giacimenti. Il Kuwait ha previsto che la ripresa completa possa richiedere 3-4 mesi anche in caso di pace immediata. Il movimento delle petroliere subirà rallentamenti a causa dei danni ai porti, delle navi affondate, dell'aumento dei premi assicurativi contro i rischi di guerra e della necessità di una sicurezza costante. Smaltire l'attuale coda di navi richiederà circa due settimane una volta che la situazione sarà sicura.
Anche le raffinerie asiatiche riprenderanno lentamente. Di conseguenza, il deficit di aprile persisterà e le scorte inizieranno a ricostituirsi solo a partire da metà maggio. «Il nostro scenario centrale ora include una chiusura di due mesi del giacimento di Hormuz con conseguenti danni permanenti all'offerta. Ipotizziamo perdite dell’Opec pari a 15 milioni di barili al giorno a marzo e perdite e aggiustamenti ad aprile che si traducono in un deficit finale di 8 milioni di barili al giorno entro la metà/fine del mese. Mentre l’Iran dovrebbe perdere 2 milioni di barili al giorno di capacità di esportazione per il resto del 2026. L'offerta aggiuntiva dell'Opec», conclude Haigh, «dovrebbe ritornare gradualmente a partire da maggio, insieme ai flussi delle riserve strategiche di petrolio del G7 e alla ripresa degli acquisti cinesi». (riproduzione riservata)