I prezzi del petrolio si avviano a chiudere la settimana sopra la soglia di 100 dollari al barile per la prima volta in quasi quattro mesi in scia all’aumento degli attacchi lungo le principali rotte marittime del Medio Oriente che alimenta i timori di un’interruzione delle forniture. E questo anche se l’11 settembre il future sul Brent cala dell’1,54% a 105,97 dollari al barile e quello sul Wti dell’1,35% a 101,08 dollari al barile dopo che il Financial Times ha riferito che i principali diplomatici dei sei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo prevedono di incontrare lunedì 14 settembre la loro controparte iraniana, nell’ambito di un’iniziativa di Oman e Iran volta a ottenere il consenso per un accordo che gestisca temporaneamente la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Comunque con la guerra tra Stati Uniti e Iran entrata nel suo settimo mese entrambi i benchmark sono comunque ancora in rialzo di quasi il 13% su base settimanale, il guadagno più forte dalla settimana terminata il 17 luglio, segnala Reuters. In particolare il Brent è in rialzo di quasi l’80% dall’inizio del 2026, anche se rimane al di sotto del massimo di aprile poco sopra 126 dollari.
Alcune esportazioni di petrolio continuano ad attraversare lo Stretto, spesso su petroliere con i transponder spenti per evitare di essere individuate, anche se le navi continuano ad affrontare la costante minaccia di attacchi. La Uk Maritime Trade Operations ha ricevuto una segnalazione secondo cui due navi sono state colpite da proiettili non identificati a ovest di Khasab, in Oman, il 10 settembre, evidenziando i pericoli continui per il traffico marittimo. «Sebbene volumi significativi di petrolio stiano ancora transitando attraverso lo Stretto di Hormuz, i flussi rimangono ben al di sotto dei livelli prebellici, evidenziando quanto la situazione sia diventata fragile», affermano gli analisti di Ing.
Nel frattempo gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistano la strategica città portuale di Mocha e l'isola di Zuqar, sul Mar Rosso, mettendo le mani direttamente sullo stretto di Bab el-Mandeb, una delle rotte mondiali più importanti per il trasporto di petrolio dal Golfo verso il Mediterraneo. Il controllo di Bab el-Mandeb rischia di allargare e aggravare il conflitto in Medio Oriente e far salire ancora di più i prezzi del greggio. Anche perché gli Houthi hanno conquistato pure l'isola di Zuqar. Quindi ora sono in grado di esercitare una coercizione marittima sulla rotta su cui l'Arabia Saudita, il maggior esportatore mondiale di petrolio, aveva fatto affidamento dopo che il conflitto Usa-Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz.
L’Arabia Saudita ha avvertito che la produzione petrolifera è di nuovo diminuita il mese scorso, raggiungendo il livello più basso dal 1990. Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha chiamato due volte Trump, esortandolo a lanciare attacchi contro gli Houthi mentre guadagnavano terreno nello Yemen. «La ripresa di una guerra su vasta scala tra Arabia Saudita e Houthi sarebbe un potenziale catalizzatore affinché il nostro scenario di prezzi elevati del petrolio si concretizzi», avvertono gli analisti di Rbc Capital Markets.
Più conosciuti per la loro enorme produzione di greggio, i Paesi del Golfo sono anche importanti raffinatori, con l’Agenzia Internazionale dell’Energia che ha stimato che il Medio Oriente abbia rappresentato il 10% dei prodotti petroliferi mondiali lo scorso anno. Il conflitto ha causato danni a più raffinerie, riducendo la capacità di lavorazione del carburante. Alcune di queste raffinerie stanno ora gradualmente tornando operative.
Secondo IIR Energy, alla fine del mese scorso rimanevano chiusi circa 1,6 milioni di barili al giorno di capacità complessiva nell’area. La IEA ha stimato che a un certo punto durante la guerra siano rimasti chiusi quasi 3 milioni di barili al giorno. Intanto, però, il Bahrein ha iniziato alcune esportazioni dalla sua unica raffineria, secondo Bloomberg.
Anche Saudi Aramco sta esportando 500.000 barili al giorno di prodotti petroliferi, anche se la maggior parte di questi viene spedita dalle raffinerie situate sulla costa saudita del Mar Rosso. Finora ha esportato quantità limitate di carburanti dal suo principale punto di esportazione di Ras Tanura, sul Golfo Persico, perché è ancora difficile noleggiare petroliere disposte a servire quella rotta. Mentre la raffineria Jazan di Aramco, con una capacità di 400.000 barili al giorno, ha interrotto le operazioni dopo un attacco degli Houthi a luglio e non è ancora ripartita.
Il Medio Oriente sta attualmente spedendo almeno 1 milione di barili al giorno di prodotti petroliferi attraverso la via d’acqua contesa, secondo Russell Hardy, amministratore delegato di Vitol Group, rispetto ai 4 milioni di barili al giorno di spedizioni prima della guerra, escludendo il gas di petrolio liquefatto. La ripresa più lenta delle esportazioni di prodotti petroliferi rispetto al greggio, che è salita a circa metà dei livelli prebellici, sta provocando un’impennata dei prezzi dei carburanti come il diesel, che hanno un impatto diretto sull’inflazione e sul costo della vita. Anche gli attacchi dell’Ucraina contro le raffinerie russe hanno amplificato le carenze sul mercato. Tanto che il 10 settembre il prezzo medio nazionale del diesel negli Stati Uniti ha superato quota 6 dollari al gallone per la prima volta in assoluto.
Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mostrato alcun segnale di voler allentare gli attacchi contro Teheran. Anzi, ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero colpire la Montagna Pickaxe dell’Iran, vicino all’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, gravemente danneggiato. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran ha dichiarato che intensificherà la propria risposta a qualsiasi ulteriore attacco.ù
«Con gli eventi che stanno sfuggendo al controllo e l’Iran che dimostra di essere disposto ad allargare questo conflitto il più possibile, sia geograficamente sia nel tempo, diventa sempre più probabile che il greggio Wti torni a testare il massimo di 119,48 dollari raggiunto all’inizio di marzo», ha previsto Tony Sycamore, analista di IG.
A determinare l’entità del rialzo sarà la Cina, il più grande importatore mondiale di greggio. Se Pechino continuerà ad acquistare greggio, potrebbe amplificare l’impatto delle interruzioni delle forniture e spingere le quotazioni ancora più in alto.
L’Opec ha abbassato la propria previsione sulla crescita della domanda mondiale di petrolio nel 2026 a 380.000 barili al giorno, segnando la quinta revisione consecutiva al ribasso. La produzione petrolifera dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio è diminuita di 640.000 barili al giorno nel mese di agosto, secondo un sondaggio Reuters. Ora «la domanda è se il mercato riuscirà a stabilizzarsi sotto i 120 dollari oppure se un’altra ondata di interruzioni delle forniture spingerà il greggio verso un regime di prezzi completamente nuovo», avverte Priyanka Sachdeva, analista di Phillip Nova. (riproduzione riservata)