l prezzi del petrolio si infiammano dopo gli attacchi mortali degli Houthi in Arabia Saudita. Aumentano i timori che l’intensificarsi delle ostilità in Medio Oriente possa compromettere le forniture, nonostante le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz stiano accelerando. Il future sul Brent sale dl 2,99% a 112,03 dollari al barile, mentre il Wti a 99,73 dollari (+2,66%).
Un attacco con droni contro il giacimento di Shaybah, di proprietà di Saudi Aramco, ha provocato la morte di due persone, senza tuttavia compromettere le attività. Un altro attacco all’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam ha invece causato una vittima. Gli Stati Uniti hanno, inoltre, ordinato la partenza di parte del personale e dei familiari dei dipendenti dalle ambasciate americane presenti nel Regno.
Dall’inizio dell’anno il petrolio è volato di oltre l’80%, dopo che i flussi provenienti dal Golfo Persico sono stati interrotti a causa della guerra tra Stati Uniti e Iran, che si avvicina al nono mese senza che si intravedano segnali concreti di una soluzione. Tuttavia, di recente le esportazioni di greggio sono aumentate e si stanno avvicinando ai livelli precedenti al conflitto, mentre le petroliere spengono i propri transponder per evitare di essere individuate.
Nelle ultime settimane, l’Iran ha intensificato gli attacchi contro il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, mentre i militanti Houthi, sostenuti da Teheran, hanno preso di mira l’Arabia Saudita. Secondo quanto riportato dal New York Times, che ha citato funzionari statunitensi, gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani per riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato americane del prossimo mese.
«La continua attività militare sul campo e il rischio di una nuova escalation dopo le elezioni di metà mandato sostengono i prezzi», afferma Rebecca Babin, senior trader di Cibc Private Wealth Group. «Il risultato è un mercato che fatica a mantenere i rialzi, ma nel quale anche le vendite al ribasso sono accompagnate da una convinzione limitata».
Il Kuwait è tra i produttori del Golfo quello che sta spedendo maggiori quantità di greggio ed esportando volumi pari a quelli precedenti all’inizio della guerra, secondo quanto dichiarato dallo sceicco Nawaf Al-Sabah, amministratore delegato della compagnia petrolifera statale del Paese. Ha tuttavia precisato che sono necessarie più petroliere per trasportare carburante per aerei e gasolio.
L’aumento dei flussi petroliferi provenienti dal Golfo continua comunque a essere esposto a rischi per la sicurezza. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniana ha dichiarato di aver colpito quattro petroliere che, a suo dire, stavano violando le regole mentre trasferivano carichi nella parte settentrionale del Golfo Persico. Difficile, quindi, che i prezzi del greggio correggano.
Il mercato petrolifero, sottolinea Bloomberg, non è mai stato veramente globale. È sempre stato, piuttosto, un insieme di mercati regionali collegati tra loro in modo relativamente debole. Quando i prezzi divergevano, i barili venivano trasferiti verso le destinazioni più redditizie. Ma, con le tariffe di trasporto marittimo schizzate a livelli proibitivi, i flussi da una regione all’altra sono stati interrotti. Il risultato è che il mercato petrolifero si sta frammentando.
L’equilibrio mondiale tra domanda e offerta, che storicamente determinava quello che si potrebbe definire il prezzo globale del petrolio, non esercita più la stessa influenza. Al suo posto, sono le caratteristiche specifiche di ciascuna regione a determinare i prezzi locali: il greggio raggiunge prezzi esorbitanti nei luoghi in cui scarseggia, mentre viene scambiato a prezzi stracciati nelle aree in cui è in eccesso. Di conseguenza, può essere contemporaneamente costoso ed economico.
L’effetto è evidente se si osserva quanto costa un barile nelle diverse aree geografiche: il greggio del Mare del Nord consegnato a Rotterdam 125 dollari al barile, il petrolio di scisto statunitense nel Golfo del Messico 100 dollari, il greggio canadese nel Midwest degli Stati Uniti 70 dollari, mentre il greggio dell’Oman spedito nella Cina meridionale si avvicina ai 150 dollari al barile. Prima della guerra le differenze di prezzo non superavano pochi dollari.
Oggi, invece, i costi di trasporto stanno distorcendo il mercato. Sebbene le tariffe marittime siano diminuite rispetto ai massimi storici registrati negli ultimi giorni, rimangono estremamente elevate. Il nolo medio globale del trasporto marittimo del greggio è infatti salito bruscamente, ha avvertito Goldman Sachs, passando da 3 dollari al barile a oltre 20 dollari al barile rispetto a un anno fa.
La crescita delle tariffe di trasporto del greggio è iniziata inizialmente nel segmento delle petroliere di grandissima capacità e sulle rotte mediorientali, ma si è successivamente estesa a tutte le principali rotte commerciali del greggio, interessando in particolare i viaggi a lunga distanza. Sebbene la maggior parte dei benchmark del greggio scambiati sui mercati non includa direttamente nei prezzi i costi di trasporto, poiché le quotazioni sono espresse su base «free on board», tariffe di trasporto elevate possono ridurre la domanda complessiva di greggio da parte delle raffinerie e/o orientarla verso fornitori situati più vicino.
Goldman Sachs ha quindi analizzato i fattori alla base delle tariffe di trasporto del greggio, ormai prossime ai livelli record, e le loro implicazioni per i produttori e le raffinerie. Infatti, sebbene negli ultimi giorni le tariffe globali di trasporto abbiano registrato una lieve diminuzione, probabilmente grazie all'attenuazione del premio per il rischio, il valore medio globale rimane sette volte superiore a quello di un anno fa.
Concentrandosi sui fattori fondamentali del mercato dei noli, Goldman Sachs ha individuato cinque cause alla base dell'aumento di 20 dollari al barile su base annua della tariffa media globale di trasporto del greggio, calcolata sulla media mobile a 14 giorni. Ed è probabile che questi fattori continuino a sostenere le tariffe globali finché persisterà il conflitto in Medio Oriente:
1) un elevato premio per il rischio guerra nello Stretto di Hormuz, che contribuisce per 7 dollari al barile, pari a un terzo dell'aumento della tariffa media globale di trasporto del greggio;
2) i trasferimenti di greggio da nave a nave al di fuori del Golfo Persico, che impegnano le petroliere per periodi più lunghi e contribuiscono per 4 dollari al barile;
3) l'aumento dei prezzi dei combustibili marittimi, che contribuisce per altri 4 dollari al barile;
4) l'allocazione inefficiente delle petroliere e l'incremento delle deviazioni di rotta, che spiegano 3 dollari al barile;
5) il blocco della flotta iraniana, che accresce la domanda di petroliere non soggette a sanzioni e contribuisce per 2 dollari al barile.
«Nel complesso, riteniamo che tariffe di trasporto elevate possano ampliare i differenziali di prezzo del greggio, modificando i flussi commerciali, e sostenere i prezzi dei prodotti raffinati, comprimendo al contempo i margini netti delle raffinerie», prevede la banca d’affari Usa, avvertendo che il mantenimento di tariffe di trasporto elevate per un periodo più lungo comporta alcuni rischi al rialzo per la sua previsione sul Brent (lo scenario base prevede una discesa del prezzo a 90 dollari al barile entro la fine dell'anno e un prezzo medio di 80 dollari al barile nel 2027), insieme ai rischi legati agli attacchi contro le navi, ai danni alle infrastrutture petrolifere e a un premio per il rischio geopolitico più persistente. (riproduzione riservata)