Il petrolio estende le perdite per la terza seduta consecutiva mentre si rafforzano i segnali sul fronte diplomatico tra Iran e Oman per riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico mondiale. Il Brent è sceso sotto gli 87 dollari al barile, arrivando alle 10:00 a 86,28 dollari in calo del 2,6%, mentre il Wti è calato a 80,29 dollari (-2,7%). I due benchmark avevano già perso oltre il 3% nella seduta di martedì 25 agosto.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, al centro delle trattative c’è la possibilità di creare un «corridoio marittimo congiunto temporaneo» attraverso Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il suo omologo omanita, Badr Albusaidi, hanno discusso l’iniziativa, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa omanita.
I colloqui tecnici proseguiranno con l’obiettivo di arrivare a un corridoio permanente. Sul tavolo ci sono la futura gestione dello Stretto, i meccanismi di scambio delle informazioni, la gestione del traffico marittimo e la fornitura dei servizi di sicurezza necessari. Secondo l’agenzia iraniana semiufficiale Tasnim, le due parti puntano a negoziare una nuova rotta permanente per il traffico marittimo entro 30-60 giorni.
Per il momento, dunque, si tratta di un’intesa temporanea, mentre restano da definire tempi e modalità della soluzione definitiva. Iran e Oman hanno inoltre discusso la possibilità di liberare lo stretto dalle mine. Reuters riferisce che la proposta di un corridoio temporaneo e le operazioni di sminamento fanno parte dei colloqui in corso sulla gestione del passaggio.
La prospettiva di un allentamento delle restrizioni sul traffico attraverso Hormuz ha immediatamente avuto ripercussioni sul mercato petrolifero. Prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, lo stretto gestiva circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Il traffico, tuttavia, rimane ancora fortemente ridotto. Secondo dati preliminari di Kpler citati da Reuters, martedì 26 agosto hanno attraversato lo stretto appena cinque navi commerciali legate alle materie prime: due petroliere per gas di petrolio liquefatto, una nave per bitume e due navi vuote per prodotti petroliferi. La media dei dieci giorni precedenti era di 15 transiti.
Il mercato sta quindi iniziando a incorporare l’ipotesi di una de-escalation. «Sembra che il greggio stia iniziando a prezzare un accordo di pace più vicino nel tempo», ha osservato Dennis Kissler, senior vice president per il trading di Bok Financial Securities, citato da Bloomberg. La possibilità che una parte del petrolio continui a transitare attraverso Hormuz suggerisce, secondo l’analista, che Iran e Stati Uniti siano entrati in una nuova fase di de-escalation.
Anche la lettura di Reuters va nella stessa direzione: le speranze di una riapertura dello Stretto stanno riducendo i timori sulle restrizioni all’offerta energetica nella regione. L’incertezza, tuttavia, resta elevata e potrebbe continuare a limitare l'entità della discesa dei prezzi.
Sul fronte americano, l’American Petroleum Institute ha rilevato un aumento delle scorte di greggio di circa 4,2 milioni di barili nella settimana terminata il 21 agosto. Gli analisti interpellati da Reuters si aspettavano in media un incremento molto più contenuto, pari a circa 600 mila barili. I dati ufficiali dell’Energy Information Administration sono attesi alle 16:30 del 26 agosto.
Il calo del petrolio si inserisce in un quadro più ampio di mercati che stanno progressivamente riducendo il premio per il rischio legato al conflitto. Nella seduta di martedì 25, Wall Street ha chiuso in rialzo, con il Dow Jones a +0,30%, il Nasdaq a +0,66% e l’S&P 500 a +0,32%. Secondo l’analisi di ActivTrades, il movimento è stato sostenuto dal comparto tecnologico e dei semiconduttori, dalla discesa del petrolio e dal calo dei rendimenti obbligazionari.
Sempre secondo ActivTrades, il Brent è tornato sotto i 90 dollari, contribuendo a ridurre almeno nell’immediato la pressione inflazionistica. Il mercato ha inoltre interpretato il possibile ritorno dei diplomatici americani in Medio Oriente come un segnale di minore rischio di un conflitto su vasta scala.
Resta però alta l’attenzione sul fronte energetico. Secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, il gas europeo è risalito in area 68 euro per megawattora (-2,9% a 64,63 il 26 agosto), tornando sui livelli osservati durante la fase più acuta della crisi iraniana di febbraio e marzo. Al 23 agosto le scorte europee risultavano al 62,99%, il livello più basso registrato a questa data in ciascun anno dal 2011, da quando sono disponibili dati comparabili.
«L’inverno è ancora lontano, ma abbastanza vicino da trasformare la ricostruzione degli stoccaggi in una nuova fonte di domanda», osserva Debach, mentre l’offerta resta esposta alle tensioni geopolitiche. Il problema, quindi, non riguarda soltanto il petrolio: il mercato europeo dell’energia continua a incorporare un premio per il rischio legato alla possibilità che le tensioni in Medio Oriente si riflettano sui flussi energetici. (riproduzione riservata)