Petrolio, inflazione e paura sui mercati: l’arma dell’Iran e l’errore che gli Usa non devono fare
Petrolio, inflazione e paura sui mercati: l’arma dell’Iran e l’errore che gli Usa non devono fare
L'escalation militare si riflette ormai direttamente sull'economia globale. Il rialzo del petrolio alimenta le pressioni inflazionistiche, mentre Teheran punta a resistere alle sanzioni e agli attacchi facendo leva sul fattore tempo

di Mariano Giustino 23/07/2026 19:27

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L'escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran sta aggravando una crisi economica già profondissima, trasformando il fronte economico in uno dei principali terreni di scontro. Mentre Washington intensifica gli attacchi contro infrastrutture strategiche e rafforza le misure volte a limitare le esportazioni energetiche iraniane, Teheran risponde minacciando le principali rotte marittime della regione, con ripercussioni immediate sui mercati internazionali dell'energia. Il rialzo del prezzo del petrolio e dei carburanti testimonia quanto il confronto tra i due Paesi abbia ormai assunto una dimensione globale.

Sul piano diplomatico continuano a emergere tentativi di mediazione, ma la leadership iraniana alterna segnali di disponibilità e chiusure tattiche, nella convinzione di poter sostenere un conflitto più a lungo degli Stati Uniti. La Repubblica islamica ritiene infatti che il fattore tempo giochi a proprio favore: un sistema politico costruito sulla mobilitazione permanente contro i nemici esterni è disposto ad accettare sacrifici economici e sociali molto superiori a quelli che una democrazia occidentale può sostenere.

La storia della Repubblica islamica dimostra che il regime ha accettato compromessi soltanto quando si è trovato di fronte a una minaccia esistenziale. Accadde nel 1988, con la fine della guerra contro l'Iraq, e nel 2015 con l'accordo sul nucleare. In entrambi i casi il cedimento fu determinato dalla combinazione di una gravissima crisi economica e di un'uscita diplomatica che consentiva di preservare l'identità rivoluzionaria del sistema.

L'apparato militare e il programma nucleare

Oggi, tuttavia, la guerra con Stati Uniti e Israele rafforza la coesione dell'apparato militare e di sicurezza, alimentando il senso di accerchiamento e legittimando ulteriormente il potere dei Guardiani della Rivoluzione. Per questo motivo Teheran non mostra particolare urgenza nel raggiungere un accordo: la contrapposizione con l'Occidente e il mantenimento del programma nucleare rappresentano elementi centrali della dottrina strategica della Repubblica islamica.

Il deterioramento dell'economia e la crisi sociale

Nel frattempo le condizioni economiche e sociali del Paese continuano a deteriorarsi. Le infrastrutture sono state colpite dai bombardamenti, nelle province industriali si registrano pesanti razionamenti di energia elettrica e acqua, mentre la popolazione deve fare i conti con carenze di medicinali, beni di prima necessità e un'inflazione ormai fuori controllo. Il crollo della valuta nazionale ha ulteriormente impoverito famiglie e imprese, alimentando un diffuso malcontento.

Il rischio principale per il regime resta quello di una nuova ondata di proteste popolari. Per prevenirla, le autorità hanno intensificato la repressione, militarizzando le città, effettuando arresti preventivi e ricorrendo con crescente frequenza alle esecuzioni degli oppositori. I guardiani della rivoluzione hanno nel frattempo predisposto luoghi di istruzione, religiosi e di servizio a scopo repressivo, con la presenza di gruppi paramilitari basij e di milizie sciite mercenarie straniere fatte affluire dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia, che hanno l’ordine di sparare direttamente ai manifestanti con armi letali, quali Winchester e Kalashnikov.

L'esito della strategia americana dipenderà soprattutto dalla capacità di mantenere nel tempo una pressione economica e militare costante. Se questa dovesse attenuarsi prima di produrre effetti decisivi, la Repubblica islamica potrebbe recuperare margini di sopravvivenza, rafforzare ulteriormente il proprio apparato repressivo e prolungare un conflitto che continua a colpire non solo gli equilibri del Medio Oriente, ma anche la stabilità dell'economia mondiale. (riproduzione riservata)