Petrolio in rialzo con crisi Hormuz e Arabia Saudita: perché il rischio Medio Oriente resterà nei prezzi
Petrolio in rialzo con crisi Hormuz e Arabia Saudita: perché il rischio Medio Oriente resterà nei prezzi
Wti sopra 100 dollari con le preoccupazioni sulle forniture provenienti dall’Arabia Saudita e il traffico di petroliere sullo Stretto di Hormuz in gran parte paralizzato. Melville (Schroders): la ricostruzione delle riserve strategiche sosterrà i prezzi

di Francesca Gerosa 10/04/2026 12:15

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I prezzi del petrolio salgono, spinti dalle nuove preoccupazioni sulle forniture provenienti dall’Arabia Saudita e dal fatto che il traffico di petroliere attraverso lo strategico Stretto di Hormuz resta in gran parte paralizzato: solo 15 navi hanno attraversato il canale da quando, martedì 7 aprile, è stato annunciato il cessate il fuoco. Normalmente circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio transitano attraverso lo Stretto, ma questo volume è sceso a 2-3 milioni di barili al giorno, per lo più petrolio iraniano diretto verso la Cina.

L’interruzione ha portato i prezzi del petrolio a 120 dollari al barile con il greggio mediorientale e i prodotti raffinati scambiati a livelli mai visti prima. Il carburante per jet a Singapore a un certo punto ha raggiunto i 220 dollari al barile rispetto agli 82 dollari al barile prima del conflitto.

La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran

I prezzi dell’oro nero sono, comunque, destinati a chiudere questa settimana in calo, mentre si attenuano le tensioni grazie alla fragile tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, con Israele pronto ad avviare il prima possibile colloqui diretti con il Libano.

Il future sul Brent guadagnano lo 0,88% a 96,80 dollari al barile e quello sul Wti lo 0,92% a 98,77 dollari al barile dopo un massimo intraday a 100,40 dollari al barile. Nel corso della settimana, entrambi i contratti hanno perso finora l’11%, la maggior flessione settimanale da giugno del 2025, quando i precedenti attacchi israelo-statunitensi contro l’Iran erano stati sospesi.

L’impatto sulle infrastrutture saudite 

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite hanno ridotto la capacità produttiva la capacità produttiva di petrolio del Regno di 600.000 barili al giorno e il flusso attraverso l’oleodotto Est-Ovest di 700.000 barili al giorno, come ha riferito l’agenzia di stampa statale saudita Spa, citando una fonte ufficiale del Ministero dell’Energia. Il che non fa altro che aumentare le preoccupazioni per ulteriori interruzioni dell’offerta di greggio.

Il traffico navale attraverso lo Stretto si è mantenuto ben al di sotto del 10% dei volumi normali, nonostante la tregua. Gli analisti ritengono che il Pakistan cercherà di promuovere un accordo di pace più duraturo, ma potrebbe non avere la leva necessaria per imporre la riapertura dello Stretto.

Le richieste di Teheran e le previsioni degli analisti

Anche perché un funzionario di Teheran ha dichiarato a Reuters il 7 aprile che l’Iran vuole introdurre tariffe per le navi che attraversano il canale nell’ambito dell’accordo di pace. Naturalmente i leader occidentali e l’agenzia marittima delle Nazioni Unite hanno respinto quest’idea.

«I prezzi del Brent potrebbero arrivare a 190 dollari al barile se i flussi attraverso lo Stretto rimanessero ai livelli attuali», ha avvertito John Paisie, presidente della società di consulenza energetica Stratas Advisors. «E anche se l’Iran consentisse un aumento dei flussi, il prezzo del petrolio resterebbe comunque ben al di sopra dei livelli precedenti alla guerra», ha aggiunto.

La situazione è complessa e potrebbe cambiare in qualsiasi momento, ma alcune cose sono chiare. Il numero di navi che attraversano lo Stretto deve aumentare rapidamente nelle prossime due settimane affinché il mercato petrolifero si convinca che la crisi è finita. Non è sufficiente se le navi salgono a 20 o 30 unità, considerando che prima della guerra erano circa 130-150, spiega Malcolm Melville, Fund Manager Commodities di Schroders. «Se il traffico navale raggiungesse il 75% dei livelli pre-bellici, ciò rappresenterebbe una quasi normalizzazione dei flussi, anche considerando l’attuale utilizzo delle pipeline che prima non operavano a piena capacità».

I tempi per il ripristino della produzione

Tuttavia, mentre il traffico marittimo potrebbe tornare rapidamente alla normalità, ci vorranno settimane o addirittura mesi affinché la produzione torni ai livelli precedenti, dato il blocco di 10 mb/g e i danni ad alcune infrastrutture. Questo significa che i prezzi del petrolio a breve termine (per una consegna immediata) difficilmente torneranno rapidamente ai livelli pre-conflitto, avverte Melville. «L’incertezza sui tempi di ripresa della produzione della produzione dovrebbe sostenere i prezzi. Inoltre», aggiunge l’esperto di Schroders, «l’esito di eventuali negoziati è incerto: ci sono già stati due tentativi falliti, quindi, non vi è alcuna garanzia di successo».

La ricostruzione delle riserve sosterrà i prezzi

Nel lungo periodo, il conflitto ha evidenziato sia la vulnerabilità del sistema energetico sia la carenza di riserve strategiche in molti Paesi. Questo rappresenta un fattore positivo per i prezzi del petrolio nel lungo termine. Solo la riserva strategica di Petrolio degli Stati Uniti dovrebbe acquistare 1 mb/g (milioni di barili al giorno) per 18 mesi per tornare ai livelli normali. Considerando che la domanda globale di petrolio è cresciuta mediamente di 1 mb/g negli ultimi anni, si tratta di un aumento significativo della domanda.

«Non è certo che gli Stati Uniti ricostituiranno la riserva strategica di Petrolio a questo ritmo, ma il conflitto ha messo in evidenza la vulnerabilità di molti Paesi. Non sarebbe sorprendente se i Paesi asiatici ed europei, più colpiti e con riserve limitate, cercassero di rafforzarle nei prossimi anni», prevede Melville, convinto che questi fattori di lungo periodo dovrebbero sostenere i prezzi nel medio termine», prevede Melville.

Il petrolio manterrà un premio Medio Oriente

Lo Lo scenario più ribassista per il mercato petrolifero, prosegue Melville, sarebbe la completa rimozione delle sanzioni all’Iran, mantenendo però quelle alla Russia. Se il mercato fosse convinto che l’Iran abbia un governo orientato verso l’Occidente, il premio di rischio legato al Medio Oriente scomparirebbe. L’offerta futura di petrolio migliorerebbe significativamente, poiché l’Iran ha la capacità di aumentare la produzione, in un modo che il Venezuela, ad esempio, non possiede.

«Continueremo ad adeguare le posizioni man mano che il conflitto in Medio Oriente evolve. Qualunque sia l’esito», conclude Melville, «riteniamo fortemente che questi eventi abbiano innalzato il livello minimo del prezzo del petrolio di lungo periodo in tutti gli scenari, a eccezioni di uno, quello in cui l’Iran diventi un Paese orientato verso l’Occidente, un esito che riteniamo improbabile». (riproduzione riservata)