Petrolio in rialzo, Barclays punta sul Brent: ecco i target 2026 e 2027
Petrolio in rialzo, Barclays punta sul Brent: ecco i target 2026 e 2027
Il greggio sale per la terza seduta consecutiva in seguito alla segnalazione di un nuovo attacco a una nave nello Stretto di Hormuz. Barclays spiega cosa indica la discesa del rapporto tra riserve e produzione al di sotto della soglia dei 10 anni

di Francesca Gerosa 18/08/2026 14:25

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I prezzi del petrolio salgono per la terza seduta consecutiva, con la possibilità di porre fine alla guerra in Medio Oriente sempre più lontana in seguito alla segnalazione di un nuovo attacco a una nave nello Stretto di Hormuz. L'Iran ha annunciato un approccio al conflitto più offensivo, mentre gli Stati Uniti hanno escluso la proroga del cessate il fuoco, alimentando i timori di interruzioni più prolungate delle forniture energetiche. 

Brent e Wti sui massimi di luglio

Anche perché l’Iran sta negoziando separatamente con l'Oman un accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz ma il presidente statunitense, Donald Trump, ha minacciato di bombardare lo Stato del Golfo, partner di lunga data degli Usa in materia di sicurezza. Così il future sul Brent guadagna lo 0,33% a 91,17 dollari il barile (+15% dall’inizio di agosto) dopo un massimo a 91,84, il livello più alto dal 30 luglio, mentre quello sul Wti lo 0,68% a 84,31 dollari in seguito a un top intraday a 84,84, il livello più elevato dal 31 luglio.

In mattinata un proiettile ha colpito una nave mentre era in uscita dallo Stretto di Hormuz, riportando danni alla sala macchine e causando il ferimento di un membro dell’equipaggio, l’ultimo di una serie di attacchi che hanno mantenuto il numero giornaliero di transiti a cifra singola (sei navi cisterna hanno attraversato il canale, di cui tre in uscita dal Golfo e tre in arrivo, rispetto alla media a 10 giorni di 11 navi). In altre zone del Medio Oriente gli Houthi yemeniti hanno lanciato missili nel Mar Rosso contro quella che hanno descritto come una nave militare saudita e quattro navi di scorta.

Tutto questo mentre Saudi Aramco ha ripreso le operazioni di carico di petrolio all’interno dello Stretto di Hormuz e sta offrendo carichi da imbarcare tramite trasferimenti da nave a nave al largo di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Il greggio Brent ha guadagnato il 50% quest’anno, mentre la guerra si trascina e ostacola i flussi energetici provenienti dal Medio Oriente. Tuttavia, i produttori del Golfo Persico sembrano diventare sempre più abili nel far transitare il petrolio, spostando clandestinamente parte dei propri barili al di fuori dello Stretto.

I trader sono inoltre particolarmente attenti ai nuovi dati sulle scorte petrolifere statunitensi, dopo che i dati della scorsa settimana hanno mostrato un aumento inatteso, portando le scorte al livello più alto degli ultimi circa due mesi. Per tutti questi motivi Amarpreet Singh, esperto di Barclays, mantiene la sua previsione di un prezzo del Brent a 96 dollari al barile nel 2026 e a 85 dollari nel 2027 (a 90 e a 82 dollari al barile per il Wti, rispettivamente).

«È probabile che i recenti aumenti delle scorte si invertano nelle prossime settimane, quando il rallentamento dei flussi energetici provenienti dalla regione inizierà a riflettersi sulle scorte a terra», prevede Amarpreet Singh, esperto di Barclays. «Il nostro indicatore settimanale delle scorte globali complessive di petrolio mostra che, al netto della stagionalità, sono aumentate di 120 milioni di barili nelle ultime quattro settimane. Escludendo la Cina, di 110 milioni di barili».

Le esportazioni nette di greggio che transitano attraverso lo Stretto hanno avuto una media di 3,9 milioni di barili al giorno durante i primi 34 giorni della nuova fase di escalation (fino al 10 agosto). Nello stesso periodo, le esportazioni nette di prodotti raffinati che transitano attraverso lo Stretto hanno avuto una media di 1,1 mb/d. Mentre le esportazioni nette aggiuntive di greggio e prodotti raffinati provenienti da Yanbu e Fujairah hanno registrato, rispettivamente, una media di 3,5 mb/d e 0,4 mb/d. Tenendo conto anche dell’effetto dell’aumento dei volumi di petrolio che aggirano lo Stretto, le esportazioni petrolifere complessive nel periodo hanno avuto una media di 8,8 mb/d, pari al 42% dei livelli precedenti alla guerra, sulla base dei dati di Kpler.

Cosa indica la discesa del rapporto tra riserve e produzione sotto i 10 anni

Il recente aumento delle importazioni nette di greggio degli Stati Uniti è probabilmente destinato a invertirsi, facendo nuovamente pressione sulle scorte a terra. La domanda cinese rimane debole, ma nelle ultime settimane si è mantenuta stabile intorno a 14-15 mb/d. «Riteniamo che il rapporto tra riserve accertate e produzione sia generalmente un buon indicatore anticipatore della produzione alla bocca del pozzo. Negli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno rappresentato la stragrande maggioranza della crescita della produzione non-Opec, questo indicatore è sceso al di sotto dei 10 anni nel 2023 e si è attestato a 9,5 anni nel 2024, secondo l’Energy Information Administration.

Storicamente, la discesa del rapporto tra riserve accertate e produzione al di sotto della soglia dei 10 anni è stata un forte indicatore anticipatore di un punto di svolta nella produzione alla bocca del pozzo. Ad esempio, in Messico, il rapporto R/P (abbreviazione di proved reserves to production ratio, ovvero rapporto tra riserve accertate e produzione) è sceso al di sotto dei 10 anni nel 2002 e la produzione del Paese ha raggiunto il picco nel 2004.

In Nigeria nel 2011 e la produzione ha raggiunto il picco nello stesso anno. In Angola nel 2005 e la produzione ha raggiunto il picco nel 2008. In Malesia nel 2003 e la produzione ha raggiunto il picco nel 2004. Anche negli Stati Uniti, la produzione ha raggiunto un picco locale nel 1970, appena un anno dopo che il rapporto R/P era sceso al di sotto dei 10 anni. Tuttavia, i miglioramenti tecnologici nello sviluppo delle risorse hanno contribuito a invertire il calo della produzione alla fine degli anni 2000, in modo simile a quanto accaduto nel Regno Unito negli anni ’90, dopo che la produzione aveva raggiunto un picco locale nel 1985, tre anni dopo che il rapporto R/P del Paese era sceso al di sotto dei 10 anni.

Infine, in Norvegia, è sceso al di sotto dei 10 anni nel 1993 e la produzione ha raggiunto il picco nel 2000. «Pertanto, in assenza di un salto di livello nella tecnologia di sviluppo delle risorse, riteniamo che la produzione di greggio statunitense potrebbe raggiungere il proprio picco nei prossimi anni», osserva Singh.

Il profilo medio della produzione di questi sette Paesi nel periodo intorno al momento in cui il rapporto R/P è sceso per la prima volta al di sotto dei 10 anni suggerisce che la produzione continua a crescere per quattro anni dopo quel momento, registrando un aumento medio del 7%, per poi diminuire del 12% nei sei anni successivi. Per avere un termine di paragone, la produzione media di greggio statunitense è stata di 13 milioni di barili al giorno nel 2023, mentre nel 2025 la produzione è stata del 5% superiore al livello del 2023.

Barclays punta sul Brent

Dal punto di vista operativo «ribadiamo la nostra raccomandazione di puntare su un rialzo del Brent, utilizzando un call spread con strike a 90 e 100 dollari al barile, sulle scadenze dicembre 2026», conclude l’esperto di Barclays. (riproduzione riservata)