Petrolio in rally (+3%), cosa cambia con l’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec: l’impatto sui prezzi
Petrolio in rally (+3%), cosa cambia con l’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec: l’impatto sui prezzi
Il future sul Brent tocca i massimi degli ultimi trenta giorni a 107,9 dollari al barile con gli Usa che intendono estendere il blocco dei porti iraniani. Trump incontra i ceo dei colossi oil. Schizza anche il gas

di Francesca Gerosa 29/04/2026 12:50

Ftse Mib
47.789,81 16.59.45

-0,52%

Dax 30
23.995,52 16.59.49

-0,09%

Dow Jones
48.895,88 17.04.44

-0,50%

Nasdaq
24.692,71 17.00.00

+0,12%

Euro/Dollaro
1,1691 16.44.55

-0,20%

Spread
84,62 17.14.50

+3,27

I prezzi del petrolio schizzano di quasi il 3% con il future sul Brent che tocca i massimi degli ultimi trenta giorni in scia alle indiscrezioni del Wall Street Journal secondo cui gli Stati Uniti intendono estendere il blocco dei porti iraniani, prolungando, quindi, le interruzioni dell’offerta proveniente dall’Iran. Il presidente, Donald Trump, avrebbe scelto di intensificare gli sforzi per soffocare le esportazioni di petrolio iraniano e aumentare la pressione sul Paese per raggiungere un accordo di pace. 

Brent sui massimi degli ultimi trenta giorni

Il future sul Brent sale del 2,85% a 107,38 dollari il barile (top a 107,99 dollari), registrando l'ottavo giorno consecutivo di rialzi e raggiungendo il massimo dallo scorso 31 marzo. Il contratto di giugno scade domani e il contratto di luglio, più attivo, si attesta a 107,52 dollari (+2,9%). E il future sul Wti balza del 3,44% a 103,37 dollari il barile, ai massimi dal 13 aprile.

Anche il prezzo del gas naturale europeo ad Amsterdam sale del 2,59% a 44,72 euro. Per discutere delle conseguenze della guerra con l'Iran Trump ha ricevuto il 28 aprile alla Casa Bianca i top manager delle aziende del settore petrolifero e del gas, secondo il sito Axios, che ha citato tra i partecipanti il ceo di Chevron, Mike Wirth. Le discussioni hanno riguardato anche la produzione interna, la situazione in Venezuela, il gas naturale e il trasporto marittimo.

Cosa cambia con l’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec: l’impatto sui prezzi


In attesa alle 16:30 dei dati sulle scorte settimanali di greggio negli Stati Uniti, gli investitori valutano anche le ripercussioni dell'inaspettata decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l'Opec e l’Opec+ (sarà effettiva venerdì 1° maggio), un duro colpo per il gruppo dei Paesi produttori di oro nero in un momento in cui sta affrontando continue interruzioni a causa della guerra con l’Iran, «una delle fratture più gravi nella storia dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Segue le precedenti uscite dell’Ecuador nel 2020 e dell’Angola nel 2023», sottolinea l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo.

«Rappresenta uno degli sviluppi più rilevanti per il mercato petrolifero degli ultimi anni, in quanto mette in discussione la tenuta del sistema di controllo dell’offerta che negli anni ha sostenuto i prezzi», commenta Equita. «Indebolisce il cartello riducendo la capacità dell’Opec+ di agire come «price stabilizer», aprendo la strada a comportamenti meno disciplinati anche da parte di altri produttori».

Gli Emirati hanno dichiarato che la decisione permetterà al Paese di concentrarsi maggiormente sui propri «interessi nazionali». Tuttavia, questa scelta li mette in netto contrasto con la vicina Arabia Saudita, leader di fatto dell’Opec. Prima del conflitto in Medio Oriente, gli Emirati producevano 3,5 milioni di barili al giorno, il terzo Paese più importante dell’Opec dopo Arabia Saudita e Iraq, rappresentando il 15% dei volumi Opec (pre-conflitto).

In particolare, era uno dei tre Paesi con una spare capacity significativa (circa 1 milione di barili al giorno) insieme ad Arabia Saudita e Kuwait. Ora, all’interno del gruppo, solo l’Arabia Saudita, e in misura minore il Kuwait, avranno la capacità di «aprire i rubinetti», appunto la cosiddetta «spare capacity», fondamentale per rispondere a eventuali emergenze. Questo indebolisce senza dubbio l’Opec, che già fatica a controbilanciare la schiacciante dominanza energetica degli Stati Uniti.

Ora gli Emirati quasi sicuramente aumenteranno la produzione, dato che in passato hanno già contestato le quote di produzione del cartello. Tuttavia, con la navigazione nello Stretto di Hormuz ancora bloccata, qualsiasi aumento potrà avvenire solo dopo la riapertura del canale attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale. Uno scenario del genere non sembra imminente.

Implicazioni sui prezzi del petrolio, non nel breve ma nel medio termine

A detta di Kepler Cheuvreux l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec «rappresenta il primo danno collaterale della guerra Usa/Iran e/o la prova di una profonda divergenza tra gli Emirati e l’Arabia Saudita sul modo in cui verranno definite le future quote all’interno del cartello. Non avrà un impatto immediato sui mercati petroliferi, poiché l’attenzione è rivolta alla riapertura di Hormuz, ma avrà implicazioni nel medio termine, ovviamente ribassiste».

La capacità produttiva degli Emirati è aumentata costantemente da 3,8 milioni di barili al giorno nel 2018 a 4,3-4,5 milioni di barili al giorno nel 2026, con una frustrazione interna in aumento riguardo alle quote di produzione (soprattutto dalla fine del 2022). «Spesso abbiamo definito gli Emirati come un «free rider» all’interno dell’Opec, insieme a Iraq e Kazakistan», continua Kepler Cheuvreux.

La produzione degli Emirati era pari a 3,6 milioni di barili al giorno nel gennaio 2026, circa 0,2 milioni sopra le quote assegnate. Dal 2023, il Paese ha prodotto in media 300-400 mila barili al giorno sopra le proprie quote. «Un’uscita dall’Opec suggerisce che gli Emirati potrebbero aggiungere 0,8 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli di gennaio una volta (o se) lo Stretto di Hormuz verrà riaperto», prevede Kepler Cheuvreux. «La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l’Opec potrebbe aggiungere 0,7-1 milioni di barili di offerta nel 2027 e 1,4 milioni di barili al giorno nel 2030».

Nel medio-lungo periodo l’effetto è chiaramente più «bearish» per il petrolio. Infatti, secondo Equita, gli Emirati potrebbero puntare a raggiungere la piena capacità produttiva una volta riaperto Hormuz, ponendo il rischio di una transizione da un mercato gestito a uno più competitivo, caratterizzato da una maggior volatilità e da una minor capacità del cartello di sostenere i prezzi nei cicli di domanda più debole.

La decisione degli Emirati è positiva per gli Stati Uniti, osserva l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, in quanto rafforza il predominio del dollaro Usa rispetto alla valuta cinese. Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di concedere linee di swap non solo ad Abu Dhabi, ma anche ad altri Paesi del Golfo. Tutti questi Paesi hanno valute nazionali ancorate al dollaro.

Soprattutto, dispongono di flussi consistenti e regolari di entrate in dollari (derivanti dalle esportazioni di idrocarburi, attualmente in fase di rallentamento), che reinvestono in larga parte in titoli del Tesoro Usa e altri asset negli Stati Uniti. (riproduzione riservata)