I prezzi del petrolio schizzano dopo che i tentativi di riprendere i colloqui di pace per la guerra in Iran si sono arenati, con lo Stretto di Hormuz che rimane praticamente impraticabile, estendendo le interruzioni in Medio Oriente che hanno sconvolto i mercati globali.
Il future sul Brent sale del 2,48% a 101,59 dollari al barile dopo un massimo intraday a 102,18 dollari al barile e quello sul Wti avanza del 2,20% a 96,48 dollari al barile, anche se Axios ha riferito che Teheran ha offerto agli Stati Uniti una nuova proposta per riaprire lo Stretto e porre fine alla guerra, con i colloqui sul nucleare rimandati a una fase successiva. Questo dopo che nel fine settimana il presidente statunitense, Donald Trump, ha annullato il viaggio programmato dei suoi principali inviati in Pakistan, mentre l’Iran ha affermato che non negozierà se viene minacciato. Stabile, invece, a 44,90 euro a megawattora il prezzo del gas.
Il cessate il fuoco è rimasto in vigore dall’inizio di aprile, ma il blocco dello Stretto di Hormuz da parte sia degli Stati Uniti sia dell’Iran ha ridotto il transito giornaliero quasi a zero. Lo shock dell’offerta ha interrotto le forniture di petrolio, carburante, gas naturale e fertilizzanti, aumentando le preoccupazioni per una crisi inflazionistica. «Lo Stretto è ancora sotto assedio, con il traffico bloccato», ha detto a Bloomberg Mona Yacoubian, direttrice del programma Medio Oriente presso il Center for Strategic and International Studies. «Sembra che nessuna delle due parti voglia tornare a un conflitto aperto. Siamo in una sorta di purgatorio, dove tutto è in stallo».
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che il conflitto sta causando il più grande shock dell’offerta nella storia. «Un consolidamento del prezzo del Brent sopra i 100 dollari è la direzione verso cui stiamo andando», ha previsto Robert Yawger, esperto di Mizuho Securities. «Man mano che passa ogni giorno, ci sono sempre meno possibilità di vedere un accordo a breve».
Più a lungo lo Stretto rimane chiuso, più i consumi dovranno ridursi per riallinearsi a un’offerta diminuita di almeno il 10%, secondo i trader. La perdita di 1 miliardo di barili è ormai praticamente certa, più del doppio delle riserve di emergenza rilasciate dai governi dopo il conflitto, con una distruzione della domanda destinata a diffondersi. A questo punto per i trader il Brent probabilmente si muoverà in un intervallo tra 100 e 115 dollari al barile, a meno che non ci sia una più ampia escalation in Medio Oriente.
In quest’ottica Daan Struyven , analista di Goldman Sachs, ha aggiornato le sue previsioni sul Brent e il Wti nel quarto trimestre 2026 a 90/83 dollari al barile, rispettivamente (contro 80/75 dollari stimati in precedenza), a causa della minor produzione nel Golfo Persico. «Ora assumiamo una normalizzazione delle esportazioni del Golfo entro fine giugno contro metà maggio previsto prima e una ripresa più lenta della produzione nell’area», spiega Struyven.
I rischi economici sono maggiori rispetto a quanto suggerisce lo scenario base dell’esperto sul greggio a causa anche dei prezzi insolitamente elevati dei prodotti raffinati e dei rischi di carenze di prodotti.
«Stimiamo che le perdite di produzione di greggio nel Golfo Persico pari a 14,5 milioni di barili al giorno stiano portando le scorte mondiali di petrolio a una riduzione record di 11-12 milioni di barili al giorno ad aprile. Assumiamo una ripresa della produzione di greggio nel Golfo pari al 70%/90% della produzione persa entro luglio/dicembre, per un totale cumulato di 1.830 milioni di barili di perdite a livello di produzione», precisa Struyven.
Inoltre, l’esperto ha previsto una riduzione permanente di 0,5 milioni di barili al giorno della capacità produttiva del Golfo, temporaneamente compensata da una produzione nel secondo semestre 2026 superiore ai livelli pre-guerra in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. E che il mercato passi da un surplus di 1,8 milioni di barili al giorno nel 2025 a un deficit di 9,6 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre 2026.
Struyven ha anche assunto che la domanda globale di petrolio diminuisca su base annua di 1,7 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre 2026 e di 0,1 milioni di barili al giorno nel 2026, a causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti raffinati. Poiché riduzioni estreme delle scorte non sono sostenibili, potrebbero essere necessari cali ancora più marcati della domanda se lo shock dell’offerta dovesse persistere più a lungo, avverte l’analista di Goldman Sachs la cui previsione per l’offerta globale 2026 escluso il Golfo è superiore di 1 milione di barili al giorno rispetto a prima dello shock di Hormuz, con contributi da Russia (+0,4 milioni di barili al giorno) e Stati Uniti (+0,3 milioni di barili al giorno).
Struyven ha simulato tre scenari:
1) scenario avverso: il Brent nel quarto trimestre del 2026 si attesterebbe poco sopra i 100 dollari al barile, assumendo una normalizzazione delle esportazioni del Golfo solo entro fine luglio.
2) scenario molto avverso: il Brent nel quarto trimestre 2026 si avvicinerebbe ai 120 dollari al barile, assumendo normalizzazione delle esportazioni entro fine luglio e una riduzione persistente di 2,5 milioni di barili al giorno della capacità del Golfo. Questa perdita di 2,5 milioni di barili al giorno equivale a un recupero dei flussi attraverso Hormuz non superiore al 70%.
3) scenario favorevole: il Brent nel quarto trimestre 2026 si collocherebbe poco sotto gli 80 dollari al barile, assumendo una normalizzazione delle esportazioni del Golfo entro metà giugno, nessuna riduzione di capacità e una risposta più forte dell’offerta da parte degli Stati Uniti e dei principali Paesi Opec.
Pur non essendo parte dello scenario base di Goldman Sachs, Struyven non esclude restrizioni statunitensi alle esportazioni di petrolio. «Tali restrizioni», conclude l’esperto, «potrebbero ridurre la produzione di greggio e di prodotti raffinati negli Stati Uniti e a livello globale, ampliando il divario di prezzo tra il mercato internazionale e quello statunitense». (riproduzione riservata)