Il petrolio accelera al rialzo oltre il 2%, mentre la crisi tra Stati Uniti e Iran torna a infiammare i mercati energetici globali. Le quotazioni salgono dopo nuove tensioni sul programma nucleare di Teheran e il deterioramento delle prospettive diplomatiche, in un contesto già segnato da forte instabilità geopolitica.
A pesare sono le indiscrezioni stampa, secondo cui la Guida suprema iraniana avrebbe imposto che l’uranio arricchito resti in Iran, irrigidendo ulteriormente la posizione negoziale di Teheran. Secondo fonti citate da Reuters, infatti, l’ayatollah Mojtaba Khamenei avrebbe formalizzato questa linea, mentre sul fronte statunitense, il presidente Donald Trump ha dichiarato di aver sospeso imminenti attacchi aerei per dare spazio alla diplomazia, su richiesta degli alleati del Golfo.
In questo scenario, giovedì 21 maggio, il WTI sale del 2,4% a 100,57 dollari al barile e il Brent guadagna quasi il 2% fino a 107,05 dollari.
Il movimento dei prezzi si inserisce in un quadro già definito critico dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. Il direttore esecutivo Fatih Birol ha avvertito, infatti, che il mercato petrolifero potrebbe entrare in una fase di «red zone» tra luglio e agosto, a causa del rapido esaurimento delle scorte globali e dell’aumento della domanda estiva.
Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio e del gas mondiale. Birol indica la riapertura completa e incondizionata del passaggio come condizione necessaria per evitare un nuovo shock energetico globale.
La crisi nell’area ha già ridotto in modo significativo i flussi marittimi, mentre le riserve strategiche utilizzate nei mesi precedenti stanno diminuendo rapidamente.
L’Iea sottolinea che il sistema energetico mondiale aveva inizialmente assorbito lo shock grazie alle scorte, ma quel cuscinetto si sta esaurendo. L’agenzia ha già coordinato il rilascio di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche e si dice pronta a intervenire nuovamente se necessario.
Secondo analisti internazionali, la crisi ha già rimosso o ridotto oltre un miliardo di barili di produzione globale, con tempi lunghi di normalizzazione anche in caso di de-escalation.
Il rischio più alto riguarda i Paesi in via di sviluppo, in particolare in Asia e Africa, dove l’impatto potrebbe estendersi anche alla sicurezza alimentare.
In questo contesto, i mercati restano molto sensibili agli sviluppi geopolitici, con il petrolio tornato rapidamente sopra quota 100 dollari e con forte volatilità attesa nelle prossime settimane. (riproduzione riservata)