Petrolio sull’ottovolante tra Venezuela e Opec+: fino a dove può arrivare nel 2026
Petrolio sull’ottovolante tra Venezuela e Opec+: fino a dove può arrivare nel 2026
Brent e Wti viaggiano prima in deciso calo, poi in recupero dopo l’attacco Usa al Venezuela. Le maggiori raffinerie del Paese non sono state colpite, ma restano in vigore le sanzioni. In bilico i contratti che Maduro ha sottoscritto con i colossi cinesi e russi

di Elena Dal Maso 05/01/2026 09:20

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Il petrolio recupera a fine mattinata i cali iniziali mentre gli investitori valutano le conseguenze della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi sull’offerta globale di greggio. Il Brent scambia in rialzo intorno ai 60,8 dollari al barile, dopo aver alternato rialzi e ribassi nelle prime fasi della seduta, mentre il West Texas Intermediate (Wti) si attesta attorno ai 57,44 dollari. A Piazza Affari corrono Tenaris e Saipem (+4% circa).

Petrolio a 50 dollari?

Nonostante l’attacco Usa di sabato in Venezuela, il Paese dell’Opec+ rappresenta solo una piccola quota dell’offerta globale e il mercato sta già facendo i conti con un eccesso di produzione. «Un’interruzione di breve periodo della produzione venezuelana può essere facilmente compensata da un aumento dell’offerta in altre aree», commenta Neil Shearing, capo economista di Capital Economics. «Prevediamo che la crescita dell’offerta globale nel prossimo anno spingerà i prezzi del petrolio verso i 50 dollari».

Un tempo potenza petrolifera, il Venezuela ha visto crollare la produzione negli ultimi due decenni e oggi contribuisce a meno dell’1% delle forniture mondiali, esportate in gran parte verso la Cina. Il mercato si prepara inoltre a un forte surplus nel corso dell’anno, mentre l’Opec+ e altri produttori aumentano l’output a fronte di una domanda in rallentamento.

L’Opec+ intanto sospende gli aumenti di produzione

Domenica l’Opec+ ha confermato i piani per sospendere gli aumenti della produzione nel primo trimestre. Il gruppo, guidato da Arabia Saudita e Russia, non ha discusso del Venezuela durante una videoconferenza durata circa dieci minuti. Nonostante gli attacchi statunitensi di sabato, le infrastrutture petrolifere venezuelane — tra cui il porto di Jose, la raffineria di Amuay e le principali aree produttive della Fascia dell’Orinoco — non sono state colpite. Tuttavia, le recenti pressioni americane sul regime di Maduro, comprese le confische di petroliere, hanno costretto il Paese a iniziare la chiusura di alcuni pozzi.

Eccesso di offerta

Il presidente Donald Trump ha dichiarato sabato che le sanzioni contro il settore energetico venezuelano resteranno in vigore, aggiungendo però che le aziende statunitensi contribuiranno alla ricostruzione dell’industria e al rilancio della produzione, un processo che si preannuncia lungo. «Gli investimenti statunitensi e un reale allentamento delle sanzioni richiedono tempo e i barili non tornano sul mercato dall’oggi al domani», osserva Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital. «Per ora sembra che sia l’eccesso di offerta a dettare le regole, più della geopolitica, mantenendo i prezzi sotto controllo».

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha dichiarato domenica che Washington userà la leva del petrolio per forzare ulteriori cambiamenti nel Paese latinoamericano. Dal canto suo, la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha chiesto agli Stati Uniti di collaborare con il suo Paese, adottando un tono più conciliante dopo l’iniziale indignazione per la cattura di Maduro.

I diritti petroliferi stranieri in Venezuela dopo l’intervento Usa

Il futuro di miliardi di barili di petrolio venezuelano spettanti a società straniere in base agli accordi in vigore è diventato incerto dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte di Washington.  Le compagnie statali cinesi e russe vantano alcune delle maggiori rivendicazioni sulle risorse petrolifere del Paese, secondo Morgan Stanley. Tuttavia, gli asset restano di gran lunga inferiori rispetto agli oltre 200 miliardi di barili detenuti da Petróleos de Venezuela (PDVSA).

«La questione è cosa accadrà ora alla produzione venezuelana ed è difficile fare previsioni», scrivono gli analisti. «Nel medio termine, però, i rischi per la produzione sono chiaramente orientati al rialzo, almeno dal punto di vista delle risorse e delle capacità tecniche».

China Petroleum & Chemical (Sinopec) avrebbe diritti su circa 2,8 miliardi di barili di petrolio in Venezuela, seguita da Roszarubezhneft e China National Petroleum, secondo Morgan Stanley, che cita dati della società di consulenza Wood Mackenzie. Roszarubezhneft ha acquisito gli asset venezuelani di Rosneft nel 2020. Anche le società indiane ONGC Videsh e Indian Oil Corp. detengono diritti (più limitati) sulle risorse petrolifere venezuelane.

Diverse aziende cinesi di dimensioni minori hanno inoltre firmato accordi di condivisione della produzione con Pdvsa, tra cui Anhui Guangda Mining Investment, Anhui Erhuan Petroleum Group e China Concord Resources, secondo Michal Meidan, responsabile della ricerca sull’energia cinese presso l’Oxford Institute for Energy Studies. «È probabile che il governo cinese e le imprese adottino un atteggiamento attendista, osservando l’evolversi degli eventi», spiega Meidan. «Nel breve periodo potrebbero perdere flussi e asset, ma nel tempo potrebbero riuscire a tornare in Venezuela». (riproduzione riservata)