La partita del petrolio ha ancora tante variabili da giocare ma un unico arbitro, anche vincitore: gli Stati Uniti. E non solo perché quotazioni del barile e persino i contratti e le speranze di recupero crediti delle compagnie petrolifere dipendono dalle decisioni di Donald Trump, quanto per il fatto che Washington ha già iniziato a incassare un premio sul petrolio venezuelano. Non è un’ipotesi basata sulle valutazioni future del greggio locale, ma proprio guadagni realizzati dalla sua vendita dopo la deposizione del presidente Nicolas Maduro. Come dichiarato da Chris Wright, il segretario americano all’Energia, all’U.S. Energy Association, gli Stati Uniti stanno piazzando il petrolio di Caracas a un prezzo più alto del 30% rispetto a prima del 3 gennaio, quando Maduro era ancora al suo posto. I primi incassi ammonterebbero a circa mezzo miliardo di dollari.
Sul mercato, intanto, la fase rialzista ha ceduto il passo a una parentesi ribassista e soprattutto alla volatilità. L’elemento più forte che può intervenire per riportare in alto i prezzi del barile è l’eventuale attacco degli Usa a Teheran. Mercoledì 14 gennaio, quando sembrava questione di ore, il Brent ha sfiorato i 67 dollari. Poi Trump ha messo in pausa il raid, quando la macchina delle esecuzioni di massa degli ayatollah si è fermata, risparmiando circa 800 manifestanti, e il petrolio è sceso di oltre il 4%. Ma l’equilibrio è sottile.
Tra Venezuela e polveriera Iran, gli analisti stanno ricavando ugualmente delle indicazioni. Equita, per esempio, guardando soprattutto agli impatti su Eni stima il Brent 2026 in calo a 65 dollari al barile (da 75 dollari), calcolando una riduzione dell’8% per l’Eps ma un aumento del 9% del prezzo obiettivo a 18 euro.
Decisamente più basse le stime di Julius Baer, che vede il prezzo del Brent sui 50 dollari al barile per gran parte del 2026. Le ragioni di questa previsione si basano sul surplus di mercato e sull’interesse di Trump a contenere l’inflazione, soprattutto in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre. Dal lato opposto si colloca Citi, con uno scenario base di breve termine che scommette su un rally del petrolio fino a circa 70 dollari al barile, calcolando perciò un crescente premio di rischio geopolitico che mette insieme più fattori: gli sviluppi in Iran ma anche in Russia/Ucraina, insieme a livelli ancora elevati di interruzioni delle esportazioni in Kazakhstan, Libia e Algeria.
Quota 65 dollari, invece, è la stima di Barclays: nella sua analisi parte dalla considerazione che il contesto in Venezuela è nettamente migliorato ma ammette che «i mercati sembrano concentrarsi soprattutto sull’intensificarsi dei disordini in Iran, in un contesto di retorica accesa e fondamentali ancora solidi». Questo ha introdotto un premio per il rischio geopolitico di circa 3–4 dollari al barile, che al momento però gli analisti di Barclays non ritengono opportuno scontare.
«La situazione venezuelana è passata da un potenziale rischio di interruzione dell’offerta, legato all’ipotesi di un blocco navale o quarantena da parte degli Stati Uniti, a un clima di cauto ottimismo su una possibile ripresa della produzione di greggio di un settore petrolifero segnato da oltre vent’anni di rischi politici», spiega la banca d’affari, ricordando gli incontri di Trump degli scorsi giorni alla Casa Bianca con i top manager dell’industria petrolifera per discutere di una svolta per il settore petrolifero venezuelano.
Il principale fattore alla base di questo andamento è il peggioramento della situazione in Iran, con l’ondata di proteste contro le condizioni economiche deteriorate dalle sanzioni occidentali: «Sebbene il regime abbia dichiarato di non voler arretrare, le ripetute dichiarazioni dell’amministrazione Usa sulle possibili conseguenze di una repressione violenta aumentano il rischio di un’escalation delle tensioni in Medio Oriente», riflettono gli analisti.
Secondo Barclays, comunque, i fondamentali restano più resilienti del previsto. Nel 2025 le scorte globali di petrolio sono aumentate a un ritmo di circa 650mila barili al giorno, contro stime di surplus più elevate. I dati preliminari per il 2026 indicano una riduzione delle scorte globali, in un contesto in cui la backwardation del Wti, ovvero il prezzo spot più alto per il petrolio a consegna immediata rispetto ai futures, non è stata accompagnata da accumuli significativi a Cushing, il principale sito di stoccaggio degli Usa.
Equita ricorda che l’Iran produce circa 3,3 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3,3% dell’offerta globale, e ne esporta tra 1,9 e due milioni. «Eventuali interruzioni effettive avrebbero quindi impatti significativi sui flussi, anche se al momento non emergono segnali concreti di tagli alle esportazioni». Al centro dell’analisi resta un contesto di mercato duale: «Da un lato il rischio di shock lato offerta sostiene i prezzi, dall’altro le prospettive di surplus nel 2026 limitano la portata rialzista. In questo quadro, il petrolio è guidato più da fattori geopolitici che da fondamentali di domanda e offerta, con una volatilità potenzialmente elevata anche in assenza di interruzioni reali», scrive Equita. Di conseguenza, «un’eventuale escalation o interferenza esterna rafforzerebbe il premio per il rischio nei prezzi del Brent, confermando il ruolo strategico dell’energia nello scenario globale e continuando a influenzare positivamente il sentiment sul settore Oil & Gas.
Nello scenario tratteggiato per i mercati energetici globali, Ubp (Union Bancaire Privée) ritiene improbabile che quanto sta accadendo in Venezuela possa avere un impatto significativo, almeno nel breve termine. «Attualmente il Paese esporta circa 800–900mila barili di greggio al giorno, pari a meno dell’1% dell’offerta globale», premettono gli analisti. «Le esportazioni petrolifere venezuelane hanno subito una battuta d’arresto a seguito di anni di sanzioni e sarà necessario un periodo prolungato di investimenti per aumentare la produzione in modo significativo. Ciò implica che non vi sono prospettive immediate di un forte aumento delle esportazioni venezuelane. A beneficiare della situazione dovrebbero essere invece le esportazioni petrolifere della Guyana».
Ubp allarga l’analisi alle compagnie petrolifere: in termini di esposizione corporate «le aziende già operative in Venezuela o con crediti in essere sembrano le meglio posizionate per beneficiare nel medio termine, qualora le condizioni consentissero nuovi investimenti». E qui vale la pena ricordare che, tra le europee, sia Eni sia Repsol sono rimaste operative in Venezuela e vantano crediti per circa tre miliardi di dollari ciascuna verso la compagnia statale Pdvsa.
Secondo indiscrezioni riportate dall’agenzia Reuters, Eni, Repsol e Maurel & Prom hanno fatto richiesta per avere l’autorizzazione Usa necessaria per riprendere l'esportazione di petrolio dal Venezuela, bloccate da marzo 2025 con la sola eccezione di Chevron.
Tornando alle stime di Ubp, le preoccupazioni vanno estese all’intera regione dell’America Latina, che svolge un ruolo cruciale nell’offerta globale di materie prime. Gli investitori, perciò, dovrebbero prepararsi alla possibilità di improvvisi rialzi dei prezzi anche in altri comparti, come i metalli di base, industriali e dei Platinum Group Metals. Una transizione politica credibile potrebbe invece «contribuire a ripristinare la fiducia nelle istituzioni e consentire il ritorno degli investimenti esteri».
Per gli analisti, gli eventi in Venezuela «segnalano una più ampia disponibilità degli Stati Uniti a perseguire obiettivi strategici legati all’accesso alle risorse. I casi di Iran, Cuba e Groenlandia mostrano come la pressione economica, la dipendenza energetica e gli asset strategici stiano incidendo sempre più sulle decisioni politiche e sulle valutazioni del rischio». (riproduzione riservata)