Petrolio, prezzi volatili. Goldman Sachs lancia l'allarme: cosa succede se Hormuz si blocca di nuovo
Petrolio, prezzi volatili. Goldman Sachs lancia l'allarme: cosa succede se Hormuz si blocca di nuovo
Il traffico nello Stretto di Hormuz rallenta quasi fino a fermarsi dopo gli attacchi di Stati Uniti e Iran. Goldman Sachs intravede rischi in entrambe le direzioni per i flussi petroliferi del Golfo Persico e per i prezzi nel breve termine

di Francesca Gerosa 09/07/2026 09:20

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L’escalation del conflitto tra Washington e Teheran potrebbe durare uno o due giorni, una settimana o un mese, a seconda che l'Iran continui o meno i suoi attacchi contro le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Lo riporta il sito Axios, citando un funzionario americano. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, le forze statunitensi hanno lanciato una serie di potenti attacchi contro l'Iran, colpendo 90 obiettivi. 

Le forze iraniane hanno risposto con attacchi di rappresaglia contro due basi statunitensi in Kuwait e due in Bahrein, riducendo le speranze di negoziati per porre fine alla guerra iniziata lo scorso 28 febbraio e per la completa riapertura dello Stretto di Hormuz, un passaggio strategico attraverso il quale, prima della guerra, transitava un quinto delle forniture mondiali di petrolio. D’altra parte il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che l’accordo provvisorio firmato a giugno per porre fine al conflitto con l’Iran è «finito» e questa settimana ha reintrodotto le sanzioni sul petrolio iraniano.

Le navi passano con il contagocce nello Stretto di Hormuz

Mercoledì 8 luglio soltanto 14 navi adibite al trasporto di materie prime hanno attraversato lo Stretto in entrambe le direzioni, il numero più basso dall'accordo di pace provvisorio raggiunto a metà giugno. Inoltre i movimenti lungo il più importante corridoio energetico del mondo si sono svolti principalmente lungo la rotta approvata dall'Iran, più vicina alla parte settentrionale dello Stretto, mentre il corridoio dell’Oman sostenuto dagli Stati Uniti è rimasto pressoché inattivo, secondo gli ultimi dati sul monitoraggio navale.

Tra le imbarcazioni di grandi dimensioni, nello Stretto è stata osservata soltanto una superpetroliera soggetta a sanzioni statunitensi in uscita dal Golfo Persico, insieme a una nave porta container battente bandiera iraniana. È tuttavia possibile che alcune navi stiano attraversando lo Stretto con i transponder spenti. Per il momento, quindi, è terminato il flusso eccezionale di petrolio che nelle ultime settimane aveva attraversato lo Stretto anche perché gli armatori hanno adottato un atteggiamento più prudente.

Prezzi del petrolio volatili

Così il prezzo del greggio Brent, già in corsa (+6%) l’8 luglio, nella seduta del 9 si è spinto fino a quota 79,54 dollari al barile, salvo poi stornare e scendere dello 0,18% a 77,88 dollari al barile. E ritornare su alle 12:50 (+0,85% a 78,68 dollari al barile) in scia alla notizia che il presidente russo, Vladimir Putin, starebbe respingendo le richieste di avviare negoziati di pace con l’Ucraina.

Stesso copione per il future sul Wti, salito fino a 74,79 dollari al barile poi arretrato dello 0,12% a 73,42 dollari al barile e ora in crescita dello 0,75% a 74,07 dollari al barile, comunque entrambi i benchmark restano al di sotto dei picchi di fine marzo. «L’ultima escalation ha minato la fiducia nel fragile cessate il fuoco», hanno dichiarato gli analisti di Ing.

Quindi per gli esperti l'incertezza legata al conflitto continuerà a sostenere i prezzi dell’oro nero nel breve. «Riteniamo che l'Iran abbia tutti gli incentivi a prolungare questi colloqui, il che suggerisce che il premio per il rischio di guerra incorporato nei prezzi del petrolio potrebbe non scomparire completamente per diversi mesi, determinando una continua volatilità nonostante una traiettoria complessivamente ribassista dei prezzi nel medio termine», ha spiegato Suvro Sarkar, analista di DBS Bank.

Prossimo rialzo dei tassi Fed atteso a ottobre

La riaccensione delle tensioni in Medio Oriente e l'impennata dei prezzi del petrolio hanno ravvivato i timori sull'inflazione, inducendo i mercati monetari ad anticipare le aspettative sul prossimo rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed, previsto ora per ottobre anziché dicembre. Ciò ha aumentato la pressione sui mercati, già alle prese con valutazioni azionarie elevate dopo il forte rialzo dei titoli legati all'intelligenza artificiale registrato quest'anno. 

I verbali della riunione della Fed del 16-17 giugno, pubblicati mercoledì 8 luglio, hanno mostrato che alcuni membri del board ritenevano opportuno un aumento dei tassi, anche se alla fine hanno sostenuto la decisione di non modificarli. Anche il noto economista americano Ed Yardeni ha affermato che la rottura del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran rischia di provocare una nuova accelerazione della crescita dei prezzi, che potrebbe costringere la Fed ad aumentare i tassi.

Secondo gli strategist di Bloomberg, i trader del reddito fisso stanno scontando la possibilità che un numero maggiore di banche centrali si unisca al rialzo dei tassi effettuato dalla Reserve Bank della Nuova Zelanda. Attualmente si prevedono aumenti dei tassi entro la fine dell'anno da parte della Fed, della Bce, della Bank of England, della Bank of Japan e altri due rialzi in Nuova Zelanda. Per Dilin Wu, strategist di Pepperstone Group, «se il petrolio continuerà a salire e trascinerà con sé le aspettative di inflazione, anche i rendimenti dei Treasury aumenteranno. Questo pone la Fed in una posizione sempre più scomoda».

Goldman Sachs: la nuova crisi a Hormuz può ritardare la ripresa delle forniture di greggio

A questo punto è chiaro che la ripresa delle forniture di petrolio dal Medio Oriente potrebbe subire un rallentamento se il riaccendersi delle tensioni dovesse interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Secondo Goldman Sachs, la produzione di greggio del Golfo Persico a giugno era ancora inferiore di 10,5 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli precedenti alla guerra. 

«Sebbene i produttori del Medio Oriente abbiano iniziato nell'ultimo mese a riaprire i pozzi precedentemente chiusi, eventuali interruzioni nello Stretto potrebbero rallentare la ripresa della produzione», ha avvertito la banca d’affari americana, stimando che i flussi di petrolio attraverso il Golfo Persico siano già tornati a circa il 71% dei livelli normali dopo i recenti attacchi alle petroliere, dopo essersi ripresi in precedenza fino a oltre l'80% dei livelli pre-guerra nei primi dieci giorni dalla riapertura di Hormuz.

Attualmente, secondo Goldman Sachs, i rischi per i flussi di petrolio e per i prezzi sono bilanciati in entrambe le direzioni. Le spedizioni dovrebbero riprendersi entro la fine di luglio se i negoziati della durata di 60 giorni continueranno, se verranno fornite garanzie di sicurezza agli armatori e se sarà concessa una nuova esenzione per le esportazioni di greggio iraniano. Tale scenario richiederebbe un aumento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz pari a 6,6 milioni di barili al giorno.

Al contrario, i flussi potrebbero diminuire ulteriormente se i negoziati dovessero fallire e gli attacchi contro le petroliere intensificarsi. Il mese scorso Goldman Sachs era stata tra le banche che avevano ridotto le proprie previsioni sui prezzi del petrolio, dopo il miglioramento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. (riproduzione riservata)