Il petrolio Brent balza ai massimi da quattro anni a causa di possibili nuove azioni militari contro l’Iran. Il Comando centrale americano ha preparato un piano per una «breve e potente» ondata di attacchi contro l’Iran, probabilmente includendo infrastrutture strategiche, secondo Axios. Prevalgono, dunque, i timori che un’escalation della guerra Usa-Iran possa provocare un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio dal Medio Oriente, con effetti negativi sulla crescita economica globale.
Il cessate il fuoco è in vigore da inizio aprile, ma i tentativi di riavviare i negoziati tra le due parti sono finora falliti, mentre sia gli Stati Uniti sia l’Iran mantengono il blocco dello Stretto di Hormuz. Così il Brent il 30 aprile nell’intraday è salito fino a quota 126,41 dollari, il livello più alto dal 9 marzo 2022, salvo poi stornare alle 17:50, restando comunque sopra 110 dollari, mentre il Wti si è spinto fino a un top a 110,9 dollari, il livello più alto dal 7 aprile.
Dall’inizio dell’anno, il Brent ha più che raddoppiato il proprio valore, mentre il Wti è in rialzo del 90%. Entrambi i benchmark si avviano a chiudere il quarto mese consecutivo in crescita, riflettendo i timori che il conflitto in Medio Oriente possa comprimere le forniture globali di petrolio per mesi, alimentando l’inflazione e aumentando il rischio di una recessione globale.
A conferma che il conflitto e le conseguenti interruzioni dell’offerta energetica potrebbero protrarsi, Trump ha incontrato il 29 aprile i rappresentanti delle compagnie petrolifere per discutere come mitigare l’impatto di un possibile blocco statunitense della durata di mesi. «Nel breve termine, gli operatori di mercato restano concentrati sulle dinamiche del conflitto Usa-Iran e sul rischio di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz», sottolinea Kelvin Wong, senior analyst di Oanda. «Questa attenzione supera le implicazioni a lungo termine della possibile diminuzione dell’influenza dell’Opec+ dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dal cartello», un evento che dovrebbe ridurre la capacità del gruppo di controllare i prezzi dell’oro nero.
Proprio l’Opec+, che riunisce i membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e i loro alleati, dovrebbe concordare domenica 3 maggio un modesto aumento delle quote di produzione di 188.000 barili al giorno, secondo fonti citate da Reuters.
Gli analisti stanno ora considerando la distruzione della domanda come il modo più probabile per alleviare l’attuale carenza di offerta. Gli esperti di Ing hanno stimano una perdita di domanda di 1,6 milioni di barili al giorno, poiché i consumatori stanno riducendo o interrompendo l’uso dei prodotti petroliferi a causa dei prezzi elevati. Tuttavia, pur trattandosi di un calo significativo, «non è chiaramente sufficiente a colmare il divario di offerta che stiamo attualmente affrontando», precisano a Ing.
Nel frattempo, le esportazioni di greggio statunitense hanno raggiunto un record la scorsa settimana, superando i 6 milioni di barili al giorno con gli acquirenti globali che si rivolgono ai produttori americani per compensare le forniture perse dal Medio Oriente. Insomma, finché non si intravede una riapertura dello Stretto di Hormuz, i prezzi hanno solo una direzione possibile: verso l’alto.
Nonostante questo il settore oil europeo è ancora in calo del 6%. Per AlphaValue la guerra nel Golfo non può essere risolta facilmente. L’entità della distruzione è così ampia e profonda che gas e petrolio difficilmente torneranno ai livelli pre-bellici prima del 2027. Quindi, si chiede il broker, perché non guardare di nuovo ai veri vincitori finora: le grandi compagnie petrolifere upstream (estrazione)?
Gli utili del primo trimestre del 2026 hanno confermato i benefici di una situazione rara: guadagni nel segmento upstream grazie a prezzi di realizzo più alti (ben superiori ai prezzi futures), e il fatto che la domanda di petrolio e dei suoi derivati non si ridurrà immediatamente in modo significativo, poiché non esiste un’alternativa al rapporto energia/peso (indica quanta energia si ottiene per unità di peso di un combustibile).
Poiché la carenza a monte implica probabilmente carenze anche a valle, possono essere imposti aumenti di prezzo estremi sui prodotti petroliferi. Le grandi compagnie petrolifere guadagnano contemporaneamente sia a monte sia a valle, una combinazione piuttosto rara.
In altre parole, secondo Alphavalue, si può trarre beneficio tanto dal possedere Equinor o AkerBP quanto Shell, TotalEnergies o BP. Anche la più piccola Galp Energia sta andando bene, e l’esposizione unica di Repsol al Venezuela si è trasformata in un «lingotto d’oro».
Finora gli utili del settore 2026 sono stati rivisti solo del +20%, poiché è una corsa tra l’andamento del prezzo del greggio e le aspettative sugli utili. Con il momentum attuale e dopo i risultati del primo trimestre del 2026, l’aumento è probabilmente destinato a stabilizzarsi intorno a +40%, prevede AlphaValue. Questo porterebbe gli utili del settore 2026 a circa 80 miliardi di euro, non ancora i 90 miliardi di dollari attesi dopo lo scoppio della guerra, ma ci si sta avvicinando rapidamente.
È anche un momento di forte generazione di flussi di cassa (free cash flow, si veda la tabella) per il settore europeo, purché non venga coinvolto nella ricostruzione degli asset distrutti nel Golfo. Quali rendimenti allora per gli azionisti? Negli ultimi 20 anni, il settore ha sostanzialmente restituito quasi tutto il suo free cash flow, non meno di 830 miliardi di euro rispetto alla capitalizzazione di mercato attuale di 790 miliardi. Questo dopo aver investito 1.530 miliardi di euro in capex per mantenere i dividendi futuri.
Prima della guerra, il settore investiva appena abbastanza per mantenere un contesto di offerta limitata. Ora questa scarsità non deve più essere «costruita artificialmente», almeno per i prossimi anni, ma i governi potrebbero volere l’effetto opposto, spingendo le grandi compagnie petrolifere a investire di più, con il possibile effetto di comprimere il free cash flow.
È qui che il dibattito tra il servire gli azionisti e il servire i governi diventerà interessante. «Per ora, siamo in una fase di revisioni al rialzo degli utili. È ancora il momento di entrare nel settore, con un potenziale di upside del 14% prima delle importanti revisioni al rialzo degli utili in arrivo», conclude AlphaValue che ha un rating buy su BP (target price a 776) e Galp (tp a 25,4), un giudizio add su Equinor (tp a 433), Omv (tp a 68,3), Shell (tp a 3.788), Eni (tp a 26,2), Aker BP (tp a 386) e Repsol (tp a 25,1). Solo TotalEnergies è coperta con un rating reduce (tp a 76,8. (riproduzione riservata)