Petrolio +4% e gas +5% con Israele che bombarda l’Iran. Per quanto tempo possono durare le scorte?
Petrolio +4% e gas +5% con Israele che bombarda l’Iran. Per quanto tempo possono durare le scorte?
I prezzi del greggio tornano a infiammarsi dopo che Israele ha reagito all’attacco missilistico dell’Iran. A nulla serve la mossa dell’Opec+: un ulteriore aumento della produzione per luglio pari a 188.000 barili al giorno

di Francesca Gerosa 08/06/2026 10:40

Ftse Mib
50.027,74 12.31.42

+0,27%

Dax 30
24.598,63 12.31.43

-0,65%

Dow Jones
50.866,78 12.11.40

-1,35%

Nasdaq
25.712,61 7.25.15

-4,18%

Euro/Dollaro
1,1516 12.16.41

-0,14%

Spread
77,24 12.46.41

+1,93

prezzi del petrolio tornano a infiammarsi dopo che Israele ha reagito all’attacco missilistico dell’Iran. Il future sul Brent schizza del 4,6% a 97,37 dollari al barile, restando comunque al di sotto dei livelli visti solo poche settimane oltre 100 dollari al barile, e quello sul Wti del 4,7% a 94,34 dollari al barile mentre lo Stretto di Hormuz, il più critico collo di bottiglia petrolifero al mondo, è rimasto in gran parte chiuso per più di tre mesi, interrompendo flussi pari a circa il 13% dell’offerta globale.

Petrolio +4% e gas +5% con Israele che bombarda l’Iran

Anche il gas naturale europeo europeo ad Amsterdam sale del 5,6% a 51,21 euro a megawattora poiché il rischio di un conflitto prolungato in Medio Oriente minaccia di interrompere le esportazioni globali di gas naturale liquefatto, in un momento in cui la regione dovrebbe, invece, ricostituire le proprie scorte.

L’Iran ha chiesto una tregua anche tra Israele e Libano prima di poter raggiungere un’intesa con gli Stati Uniti, e il consigliere della Guida Suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, di recente ha dichiarato alla CNN che «la palla è nel campo di Trump». Il presidente statunitense ha detto al Financial Times che il suo omologo israeliano, Benjamin Netanyahu dovrà accettare qualsiasi accordo che gli Stati Uniti raggiungano con l’Iran. «Sono io che comando. Sono io che prendo tutte le decisioni», ha affermato. «Netanyahu non decide».

La settimana scorsa Israele e Libano hanno concordato una tregua, che prevedeva la cessazione delle ostilità da parte di Hezbollah, ma la milizia sostenuta dall’Iran ha respinto il cessate il fuoco. E gli scontri tra le truppe israeliane ed Hezbollah sono continuati durante il fine settimana. «Il mercato aveva sottovalutato quanto fossero ancora distanti le posizioni delle parti coinvolte», ha commentato Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital. «Il mercato continua a oscillare tra il prezzare un’intesa tra le parti e la realtà che nessuna delle due parti ha realmente modificato la propria posizione di fondo. Ogni volta che l’ottimismo va troppo oltre i fatti, il petrolio ritraccia».

Gli ostacoli alla ripresa dei flussi petroliferi

Anche se venisse raggiunto un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, esistono diversi ostacoli che impedirebbero una ripresa normale dei flussi petroliferi. Tra questi, le mine nello Stretto di Hormuz devono essere rimosse, i giacimenti chiusi potrebbero richiedere mesi per riavviarsi e i danni alle infrastrutture energetiche causati dagli  attacchi con droni e missili devono essere riparati.

L'incognita della durata delle scorte globali

L’incognita più grande riguarda la durata delle scorte globali. Governi e aziende stanno attingendo a riserve commerciali e strategiche a un ritmo senza precedenti dall’inizio del conflitto il 28 febbraio. Le scorte globali di greggio e carburanti sono diminuite di 5,27 milioni di barili al giorno a marzo, accelerando a 8,62 milioni di barili al giorno ad aprile e probabilmente avvicinandosi a 9 milioni a maggio, secondo la U.S. Energy Information Administration.

I prelievi potrebbero salire ulteriormente fino a 11 milioni di barili al giorno a giugno, con l’aumento della domanda stagionale prima dell’estate. Si tratta di numeri straordinari, equivalenti a consumare ogni giorno l’intera produzione prebellica dell’Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti offrono un esempio evidente. Le scorte totali di greggio Usa, comprese quelle della Strategic Petroleum Reserve, sono diminuite del 10% quest’anno fino a 1,5 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.

Il ruolo della Cina e l'incertezza della domanda

Un’altra incognita è la Cina. Il secondo maggior consumatore mondiale di petrolio ha ridotto drasticamente le importazioni via mare in risposta ai prezzi elevati, con le importazioni scese a maggio a 6,36 milioni di barili al giorno, il livello più basso in quasi un decennio. Questo calo ha fornito un certo sollievo agli altri importatori, riducendo la competizione, ma ha anche introdotto un ulteriore livello di incertezza. Prima di tutto, la Cina potrebbe tornare sul mercato in qualsiasi momento. Pechino non pubblica dati tempestivi o completi sui consumi, lasciando il mercato in gran parte all’oscuro su quanto la domanda sia effettivamente cambiata.

Le raffinerie cinesi potrebbero aver attinto alle scorte commerciali per compensare le minori importazioni oppure, scrive Reuters, il governo potrebbe aver iniziato a utilizzare le proprie vaste, ma poco trasparenti, riserve strategiche. Se fosse vero quest’ultimo caso, l’offerta globale potrebbe essere più tesa di quanto attualmente stimato dai trader. In caso contrario, il calo delle importazioni potrebbe indicare un rallentamento della domanda più forte del previsto. In ogni caso, questa mancanza di chiarezza su un fattore fondamentale dell’equilibrio globale domanda-offerta, in un momento così delicato, è preoccupante.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha rivisto il mese scorso in modo significativo le proprie previsioni sulla domanda globale, prevedendo una contrazione di 420.000 barili al giorno nel 2026, rispetto a una crescita attesa di 1,3 milioni di barili al giorno prima della guerra in Iran. Il consumo dovrebbe diminuire di 2,45 milioni di barili al giorno solo nel secondo trimestre. Alcuni analisti sono ancora più pessimisti, stimando che la domanda possa essere diminuita fino a 5 milioni di barili al giorno a maggio. Qualunque sia la cifra corretta, più a lungo durerà la chiusura dello Stretto di Hormuz, maggiore sarà il freno sull’attività economica e sulla domanda di carburante.

La mossa dell’Opec+ non serve a nulla

A nulla serve la mossa dell’Opec+ che domenica 7 giugno ha concordato un ulteriore aumento delle proprie quote di produzione di petrolio per luglio pari a 188.000 barili al giorno, in linea con quanto annunciato nei mesi precedenti. Il blocco delle esportazioni dal Golfo Persico impedisce alla maggior parte dei membri del cartello di attuarlo.

Infatti, gran parte della produzione del Golfo continua a essere vincolata dalle difficoltà di export attraverso lo Stretto di Hormuz e dalla saturazione degli stoccaggi domestici. «La decisione dell’Opec+ appare soprattutto un messaggio politico, volto a ribadire che il cartello continua a gestire formalmente il percorso di normalizzazione dell’offerta nonostante la crisi in Medio Oriente e l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio», ha sottolineato Massimo Bonisoli, analista di Equita.

Il mercato resta dominato dalle interruzioni fisiche e dalle tensioni sui prodotti raffinati più che dalle quote ufficiali. E se nel breve termine la notizia è sostanzialmente neutrale per il Brent, ha aggiunto Bonisoli, nel medio periodo, invece, conferma che una volta riaperto lo Stretto di Hormuz potrebbe emergere un significativo potenziale di aumento dell’offerta, soprattutto da Arabia Saudita e, indirettamente, dagli Emirati.

«Riteniamo, tuttavia, che, anche in uno scenario di progressiva normalizzazione dei flussi, Brent e prodotti raffinati possano mantenersi su livelli relativamente sostenuti: il Brent tra 70 e 80 dollari al barile, rispetto ai 60-70 dollari al barile di gennaio-febbraio 2026», ha precisato Bonisoli, spiegando che la riapertura dello Stretto sarà probabilmente accompagnata da una forte domanda addizionale per la ricostituzione delle scorte strategiche e commerciali consumate durante la crisi, oltre che da investimenti in  nuova capacità di stoccaggio volti a rafforzare la sicurezza energetica di molti Paesi importatori. (riproduzione riservata)