Peste in Siberia, Trump: non pensiamo che il focolaio sia legato a un’arma batteriologica
Peste in Siberia, Trump: non pensiamo che il focolaio sia legato a un’arma batteriologica
Una ricercatrice di 28 anni è morta dopo una grave polmonite in un istituto di Irkutsk che studia i patogeni della peste. Washington e l’Oms chiedono a Mosca maggiori informazioni. Il Cremlino nega un secondo caso e assicura: «Nessun rischio epidemico».

di di Giusy Iorlano   07/10/2026 17:21

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato di escludere che il focolaio di peste in Russia sia legato a un'arma batteriologica. «Non crediamo, lo scopriremo presto ma non crediamo», ha detto Trump ai cronisti alla Casa Bianca. «I russi dicono che è molto sotto controllo».

Il capo della Casa Bianca ha però ammesso che «la Russia non sta dicendo molto» allo stesso modo in cui «la Cina non disse molto» ai tempi del Covid-19.

Sale comunque la tensione internazionale intorno alla morte di una ricercatrice di 28 anni avvenuta in un istituto russo specializzato nello studio della peste a Irkutsk, in Siberia. La donna, identificata dai media come Darya Shipilova, è deceduta nella notte tra l’1 e il 2 ottobre dopo una grave polmonite.

Secondo quanto riportato da alcuni media russi, la ricercatrice potrebbe essere stata esposta al batterio della peste polmonare dopo la rottura di una provetta. Una ricostruzione che non è stata confermata ufficialmente dalle autorità russe.

La struttura di Irkutsk è specializzata nello studio di agenti patogeni particolarmente pericolosi. È questo elemento, insieme alla scarsità iniziale di informazioni sull'accaduto, ad aver attirato l'attenzione internazionale.

Washington chiede spiegazioni

Gli Stati Uniti hanno chiesto formalmente alla Russia di fornire maggiori dettagli sull’accaduto. Il Dipartimento di Stato ha inviato a Mosca una nota diplomatica, chiedendo informazioni sulla morte della ricercatrice, sugli accertamenti effettuati e sulle eventuali misure di isolamento e quarantena.

Washington richiama gli obblighi previsti dal Regolamento sanitario internazionale, che impone ai Paesi di comunicare all’Organizzazione mondiale della sanità gli eventi potenzialmente in grado di rappresentare un’emergenza sanitaria internazionale.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha invitato a non anticipare conclusioni. «Forse non c’è nulla di grave. Forse la questione è più seria di quanto pensassimo. Non lo sappiamo», ha dichiarato, sollecitando Mosca a condividere maggiori informazioni.

Trump vuole parlare con Putin

La vicenda è arrivata anche sul piano politico. Il presidente americano Donald Trump ha detto di voler parlare direttamente con Vladimir Putin. «Ho intenzione di chiamarlo», ha dichiarato Trump, aggiungendo che il colloquio dovrebbe avvenire presto.

Il Cremlino ha però precisato che una telefonata non è ancora stata concordata. Il portavoce Dmitry Peskov ha spiegato che, in caso di una proposta concreta, il colloquio potrebbe essere organizzato rapidamente.

Il giallo del secondo caso

A complicare il quadro sono le indiscrezioni su un secondo dipendente che avrebbe avuto problemi di salute. Il Cremlino ha smentito con decisione la notizia di un secondo decesso e ha definito false numerose informazioni circolate sulla vicenda.

Anche le autorità sanitarie russe sostengono che non siano emersi nuovi casi. Rospotrebnadzor, l’agenzia russa per la salute pubblica, ha comunicato che oltre il 90% delle persone entrate in contatto con la ricercatrice è stato monitorato senza evidenziare malattie infettive. Secondo l’agenzia, la donna era inoltre vaccinata e possedeva l’immunità contro gli agenti patogeni pericolosi con cui lavorava.

L’Oms vuole conoscere la causa della polmonite

Anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto a Mosca ulteriori informazioni attraverso il meccanismo previsto dal Regolamento sanitario internazionale.

La Russia ha comunicato all’Oms di non aver registrato recentemente casi di peste nell’oblast di Irkutsk. Ha inoltre riferito di aver avviato un’indagine epidemiologica e di aver sottoposto i contatti della ricercatrice a controlli e test diagnostici.

Per l’Oms, però, restano da chiarire alcuni punti: soprattutto la causa della polmonite, l’eventuale presenza di un agente patogeno e le notizie sul secondo dipendente.

L’Europa segue il caso

Anche l’Unione europea sta monitorando la situazione. Il Comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue si è riunito con gli Stati membri, l’Ecdc e l’Oms.

La Commissione europea ha chiesto alla Russia dati epidemiologici e microbiologici affidabili. L’Ecdc ha precisato di non avere, al momento, informazioni su casi secondari di peste o trasmissione da persona a persona.

Non ci sono quindi, allo stato attuale, elementi che indichino un focolaio più ampio.

Controlli rafforzati in Mongolia

La vicinanza geografica ha, intanto, spinto anche la Mongolia ad adottare misure precauzionali alla frontiera con la Russia.

Il ministero della Salute mongolo ha definito il rischio per il Paese «basso», ma ha rafforzato la sorveglianza sanitaria e mantenuto i controlli alla frontiera. Le autorità di Ulan Bator sono inoltre entrate in contatto con l’istituto di Irkutsk.

Il fantasma della guerra biologica

La vicenda ha inevitabilmente riacceso i sospetti occidentali sui programmi russi di ricerca biologica. Alcune ricostruzioni hanno evocato anche l’ipotesi di esperimenti legati alla guerra biologica.

Al momento, tuttavia, non ci sono prove pubbliche che colleghino la morte della ricercatrice a un programma di armamento biologico. Si tratta di un’ipotesi che non trova, allo stato delle informazioni disponibili, conferme indipendenti.

Il punto centrale resta quindi l'accertamento scientifico delle cause della morte e la verifica dell'eventuale presenza di altri casi.

Un caso ancora da chiarire

Mosca sostiene che non esista alcun rischio epidemico a Irkutsk e che i controlli sulle persone esposte non abbiano evidenziato nuovi contagi. Washington, Bruxelles e l'Oms chiedono invece dati più completi per poter valutare autonomamente la situazione.

Per ora non risultano evidenze di una diffusione della peste da persona a persona. Il caso rimane però sotto osservazione internazionale, soprattutto per le caratteristiche del laboratorio coinvolto e per le informazioni ancora mancanti sulla morte della ricercatrice.