Aver smesso di fumare da 100 giorni (lo confessa lei stessa nell’intervista a MF-Milano Finanza curata da Roberto Sommella) l’ha resa ancora più penetrante e categorica, proprio cosa serve per guidare il governo di un Paese come l’Italia, che per molti anni ha navigato nel compromesso, non solo quello storico fra Dc e Pci.
Questo, tuttavia, non è un giudizio politico né sul governo attuale né sulla presidente Giorgia Meloni, che conobbi quando fece, molti anni fa, il ministro per la gioventù dall’ 8 maggio 2008 al 16 settembre 2011 con presidente Silvio Berlusconi. L’allora ministro Meloni fu fra i primi a comprendere la profonda utilità per un Paese come l’Italia di un magazine, Campus, per aiutare i giovani a scegliere il percorso di studi superiori e le sedi universitarie migliori, con il completamento, oltre al magazine, di molti Saloni dello Studente in molte città d’Italia.
La reciproca simpatia (cementata nel suo primo viaggio in Cina da capo del governo, alla fine di luglio di due anni fa) non ha mai implicato un mio giudizio politico ma solo personale sulle sue indubbie capacità, prima di tutto la sua assoluta determinazione, che per guidare una compagine come quella del governo attuale è ancora più che necessaria.
Ma non è necessario (soprattutto non dovrebbe) per chi fa il giornalista per servire il lettore condividere o non condividere le idee, o l’ideologia politica, di chi governa. Chi fa il giornalista, come mi hanno insegnato Piero Ottone e, soprattutto, Lamberto Sechi, che non a caso aveva posto sotto la testata di Panorama il categorico slogan «I fatti separati dalle opinioni», deve appunto raccontare i fatti nella maniera più obiettiva possibile.
È una forma di giornalismo sempre più rara in Italia e che ha il suo modello assoluto, come ho scritto una settimana fa, in The New York Times. E i fatti di governo che la presidente Meloni racconta nell’intervista alle pagine 14 e 15, sono significativi e, se vogliamo, perfino sorprendenti quando si concede di uscire dal campo strettamente politico e sul futuro del Monte dei Paschi afferma: «Non siamo parte attiva nelle attuali dinamiche di mercato che interessano il settore bancario. Il governo ne era in parte coinvolto, quando aveva il controllo del Monte dei Paschi di Siena, banca che noi abbiamo ereditato agonizzante e che abbiamo riportato in salute. Oggi Mps, la banca più antica d’Italia e del mondo, fortemente radicata sul territorio, è tornata in salute ed è diventata il pezzo pregiato su cui si concentrano le attenzioni. Mi auguro che dalle dinamiche di mercato possa emergere un sistema ancor più solido e concorrenziale, capace di produrre benefici per famiglie e imprese. E che non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità».
Quindi la presidente Meloni fa il tifo perché l’Ops di Intesa Sanpaolo non abbia successo? È forse influenzata anche dal fatto che la metà degli sportelli del Monte, nel caso, finirebbero in Bper, quindi nell’area rossa del’Emilia Romagna dove ha sede Unipol, che di Bper ha il controllo e intenderebbe togliere dal nome della nuova banca la definizione «di Siena», fermandosi a Monte dei Paschi o in sigla Mp?
Forse, ma a mio avviso l’aspetto più significativo del suo giudizio riguarda come almeno preservare sia il nome, visto che scandisce Monte dei Paschi di Siena, sia preservare la storia della più antica banca dell’Italia e del mondo, ora risanata dal lavoro guidato da Luigi Lovaglio e da Maurizio Bai. Quanto conta nel giudizio della presidente Meloni il fatto che oltre 600 sportelli andrebbero in Bper, che cambierebbe sì il nome in Monte dei Paschi ma senza Siena, che è la storia della banca. Conta anche che ora, dopo secoli, l’amministrazione comunale di Siena è di destra o di destra-centro, mentre a Modena è rossa?
Sia come sia, la presidente del Consiglio ha espresso con garbo, anche se in maniera secca, che la storia secolare di Mps, mantenga almeno la dizione Siena.
Non si può dimenticare che per impedire la scalata di Unicredit a Banco Bpm il governo Meloni ha utilizzato il Golden Power. Si può ipotizzare che il governo replichi anche nella operazione Ops di Intesa verso Mps? I connotati dell’operazione sono nettamente diversi, perchè Intesa Sanpaolo ha fatto una offerta di scambio e acquisto, lasciando così valutare agli azionisti se c’è convenienza per quelli di Mps a scambiare le proprie azioni con quelle della stessa Intesa Sanpaolo oltre che incassare una parte in cash.
Naturalmente, nell’ambito dei poteri che spettano al governo, non è secondario, anzi, che la presidente Meloni si sia espressa in maniera così netta con la frase: «...E che Mps non finisca smembrata perdendo il proprio nome e la propria identità».
E non è casuale che il ministro dell’economia, il bravissimo Giancarlo Giorgetti, non abbia proferito parola sul tema, se non per dire che il governo non ha al momento venduto la sua quota del 4,5%, residuo del salvataggio fatto anni fa proprio di Mps.
Del resto, c’è una constatazione importante sia dal lato di Intesa Sanpaolo che da quello di conseguenza di Bper, con sede a Modena, uno dei capisaldi della sinistra. Per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, l’interesse verso la possibile conquista di Mps quando è scattato? Quando l’ad Lovaglio è riuscito, nella diffidenza di molti, a conquistare Mediobanca, con dentro il 13,3% di Generali, cioè la quota più importante nella maggiore compagnia assicurativa d’Italia e ai massimi livelli europei.
Quel furetto di Lovaglio, con la sua esperienza e determinazione, è riuscito a smontare quel centro di potere finanziario che Enrico Cuccia aveva costituito decenni fa. È stata la dimostrazione che, anche per le leggi attuali, anche gli intoccabili come Mediobanca possono essere conquistati. Lovaglio ha giocato in contropiede, mentre tutti pensavano che stesse lavorando per il salvataggio di Mps. E in effetti, con la conquista di Mediobanca, detentore della quota maggiore di Generali, l’ad di Mps ha compiuto un’operazione straordinaria, ben diversa da quella non andata in porto di Unicredit verso Bpm.
Ma l’intervista alla presidente Meloni pone molte altre riflessioni oltre alla vicenda Mps-Mediobanca-Intesa. Per esempio, pur non avendo un background economico, sottolinea in maniera trasparente una operazione del governo di forte importanza sia sul piano economico che politico. È quando rivendica, sollecitata da Sommella, di avere il suo governo profondamente modificato i tempi di pagamento della pubblica amministrazione verso le aziende e i cittadini: «... Per anni lo Stato ha accumulato ritardi insostenibili nei pagamenti. Se una pubblica amministrazione paga in ritardo e fa passare molti mesi prima di saldare la fattura, la conseguenza è che l’impresa, specialmente se piccola, rischia di chiudere e licenziare. Ora la tendenza è stata invertita e la Pubblica amministrazione paga abitualmente le imprese entro 30 giorni», innescando un meccanismo virtuoso per tutto il settore.
Certamente sarà stato un lavoro di tanti, ma viene da osservare che in primo luogo, oltre che della presidente Meloni il merito è di un ministro, ancorché eletto nelle liste della Lega, che conosce tutti i meccanismi dell’economia, avendo imparato bene la lezione durante gli studi e la laurea alla Bocconi: il ministro Giorgetti, che parla poco, ma fa tanto, al punto che il governo attuale, per quanto riguarda l’economia, potrebbe essere definito Meloni-Giorgetti.
E infatti, oltre che la puntualità nei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione, il duo Meloni-Giorgetti può avere un altro vanto, secondo i dati sciorinati nell’intervista dalla presidente. Meloni: «Per molti anni», rivendica la presidente del Consiglio, «l’Italia ha avuto tassi di crescita effettivi al di sotto delle previsioni. Da quando si è insediato questo governo, invece, assistiamo al fenomeno opposto: previsioni (cioè promesse, mia nota) molto contenute, poi corrette da risultati migliori. Un esempio su tutti: il dato relativo alla crescita 2023 è stato rivisto al rialzo e portato dal +0,7% all’1% nel settembre 2025. Non so se questo è dovuto al fatto che venga sottovalutato il Governo, o se invece viene sottovalutata la capacità del sistema Italia. Ma ho sempre pensato che non sia uno svantaggio quello di riuscire a smentire le previsioni...».
In questa frase c’è tutta la presidente del Consiglio, che ha masticato politica fin da quando era ragazzina. «Gli altri governi sovrastimavano la crescita per migliorare i calcoli dei parametri europei. Le previsioni di questo governo sono sempre caute».
Qualcuno aveva dei dubbi che la presidente Meloni potrebbe andare a insegnare politica non solo nelle università italiane?
E prosegue: «L’Italia è l’unica Nazione del G7 a essere tornata già nel 2024 in avanzo primario, dopo la pandemia...». Il segreto dichiarato? «Applicare ai conti pubblici quel buon senso che ogni buon padre di famiglia deve usare per far quadrare il bilancio familiare, concentrando le risorse su ciò che può, tagliando gli sprechi».
Naturalmente il buon padre di famiglia è in primo luogo il ministro Giorgetti, che parla poco ma fa tanto, a differenza del capo della Lega, Matteo Salvini.
Se chi legge è fumatore, trova nell’intervista della presidente Meloni un buon motivo per smettere di fumare. Brava Presidente: la Sua è la migliore propaganda al fatto che fumare fa male.
Ma a proposito di consigli, ce n’è uno che riguarda un problema, strutturale, gravissimo dell’Italia. È l’allarme che ha lanciato nei giorni scorsi il rettore dell’Università Bocconi, il professor Francesco Billari, demografo: «Più asili e più aiuti, altrimenti rimarremo un Paese di figli unici». Il prof Billari ha lanciato l’allarme dalle colonne di Repubblica, diventando un suggerimento proprio per il governo Meloni. In primo luogo, il prof. Billari constata una realtà: «Non deve stupire l’età media delle neo mamme, passata in 12 mesi da 32 a 33 anni, ma il fatto che ci si ferma a un figlio».
In termini sostanziali, per l’Italia questo è un allarme da prendere sul serio proprio dal governo di Giorgia Meloni, lei stessa esempio con una sola figlia, anche se in questo caso non sarebbe stato semplice fare, giovanissima, la ministra e poi diventare presidente del consiglio. Ma proprio per la sua esperienza personale la presidente Meloni dovrebbe forse prendere sul serio l’allarme del prof. Billari.
L’indice relativo alla coppia è precisamente 1,14 figli ogni due genitori, la Francia che pure non brilla, è a 1,6. La legittima preoccupazione e l’allarme lanciato dal rettore della Bocconi è che con questo trend in pochi anni la popolazione nazionale sarà insufficiente a garantire le prestazioni che un Paese avanzato come l’Italia deve fornire. Quindi, quando alcuni partiti condannano l’arrivo di emigranti, devono pensare che se non ci fossero loro, la situazione demografica sarebbe ancora più grave, con riflessi su tutta l’economia e quindi anche sull’area finanza.
Il prof. Billari propone alcuni rimedi: per esempio che ci siano molti più asili, compito questo del governo, e che ci sia il permesso parentale non solo per le madri ma anche per i padri. Il paradosso è che si creano sempre più aree verdi per gli animali che per i bambini. Naturalmente esiste anche il problema casa, perché le autorità di governo, secondo il prof. Billari, ritengono che le giovani coppie la casa debbano conquistarsela, non c’è quindi nessun aiuto dalle autorità pubbliche per agevolazioni che consentano una abitazione adeguata almeno per due figli. E poi ci sono le coppie che non fanno nessun figlio o per le condizioni economiche o per scelta di essere completamente liberi. Oppure perché i primi stipendi sono inadeguati e il datore di lavoro promette di adeguarli, ma quando l’età per impegnarsi ad avere due figli è ormai passata.
Ci sono due eccezioni: città come Trento e Bolzano, dove c’è una controtendenza per le natalità. Ma queste sono due città, constata il professor Billari, dove la qualità della vita è ben migliore, con scuole, asili che funzionano bene e che danno un contributo fondamentale alla natalità adeguata.
È questo, Signora Presidente del Consiglio, un messaggio preciso: perché la scarsa natalità ha riflessi economici e finanziari enormi, oltre a favorire quella immigrazione che poi spinge (come Lei ha fatto) a pensare di risolvere il problema creando ospitalità in altri Paesi, come il centro in Albania.
Onorevole presidente del consiglio, si faccia fare un bel rapporto dalla Bocconi e, nello spirito di migliorare l’Italia che la anima, vedrà che emergeranno soluzioni fondamentali per il Paese, e quindi per la sua economia e la sua finanza. Grazie per la Sua bella intervista. (riproduzione riservata)