Vi fidereste più di personaggi come Elon Musk o Sam Altman, che sostengono la possibilità di arrivare con la Agi (Artificial general intelligence) quantomeno a eguagliare le capacità del cervello umano, o piuttosto del professor Mario Rasetti, il grande docente di fisica teorica nelle più prestigiose università americane, a cominciare da Princeton, e poi al Politecnico di Torino, il quale sostiene, per fortuna degli esseri umani, l’impossibilità che il progresso tecnologico possa arrivare a tanto?
Infatti, dice: «Non credo proprio che avremo mai una AI generale, almeno non nel senso di una macchina capace di riprodurre le funzioni del cervello umano», spiega il professore.
Io mi fido del professor Rasetti, non tanto e non solo perché è un amico, ma per la sua straordinaria competenza che per di più non è certo mossa, come nel caso di Musk e Altman, da colossali interessi economici.
L’occasione per una riflessione così importante è stata la nuova edizione de «Gli Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale» organizzata da Class Editori mercoledì 24 a Milano nello spazio Gessi, trasmessa dai nostri canali e recuperabile attraverso i vari media della casa editrice. Come sanno molti nostri lettori, Class Editori è stato il primo (e al momento l’unico) editore italiano che ha realizzato un sistema di AI generativa, cioè capace di fornire informazioni e risposte sulla base dei data base dei 40 anni di nostra attività.
Quindi uno strumento, non solo unico al momento in Italia, ma che non ambisce certo a sostituire il cervello umano bensì, per le capacità che ha, a rispondere a qualsiasi domanda che venga posta al sistema grazie ai 40 anni di informazione e analisi dei nostri media in finanza, politica economica, titoli quotati in borsa, lifestyle, moda, politica e aziende nazionali e internazionali, comunque attingendo a tutti i contenuti propri italiani, oltre a quelli della casa editrice di sua proprietà negli Usa, Global Finance, e delle partnership con Cnbc, Wall Street Journal e l’agenzia globale MT Newswires e di molti dei media che hanno formato con noi l’associazione European business Media, dalla Svezia alla Germania, dalla Spagna alla Turchia, passando per tutte le case editrici degli altri Paesi europei.
Nel suo fondamentale intervento, il professor Rasetti ha documentato e spiegato perché la AI non può replicare la mente umana. E specificamente, non solo e non tanto per ragioni tecniche, ma per ragioni energetiche: basta pensare che che negli Usa negli ultimi 12 mesi sono stati investiti (o spesi) nella AI oltre 3.000 miliardi di dollari, due volte il pil italiano, per tentare di sostituire il cervello umano con data center e modelli di AI che hanno provocato un consumo energetico da mettere paura: 1050 terawattora, dove un tera equivale a mille gigawattora, che equivale al 4% del consumo energetico mondiale.
Con paradossi come quello di Google, che ha costruito i data center in Irlanda e ora consuma il 40% di tutta l’energia del Paese. Ha commentato il professor Rasetti: «Sono molto critico verso la comunità scientifica perché noi scienziati non abbiamo avuto la forza di inventare qualcosa che ci vincoli, come il giuramento di Ippocrate, cioè il più antico e celebre testo di deontologia medica da imitare per la scienza digitale».
Ma il professor Rasetti ha suonato l’allarme per un altro problema, che, come giornalisti ed editori, conosciamo bene: cioè la sottrazione da parte di vari operatori di AI dei contenuti prodotti da altri, specialmente dai media, per sfruttare l’informazione in tutti i modi possibili e cioè per rispondere alle domande degli abbonati e per elaborare informazione che viene venduta come produzione propria.
C’è poi, per rimanere nel settore dell’informazione, il tema della correttezza delle fonti da cui provengono le risposte: nessuno dei maggiori operatori di AI generativa fornisce una dettagliata informazione sulle fonti da cui i contenuti sono tratti: al massimo vengono pubblicate, alla fine della risposta, una serie cumulativa di fonti, disperdendo quindi il valore assoluto di chi ha dato la specifica componente dell’informazione. Ma c’è di più: se avviene l’assemblaggio di informazioni da varie fonti, non di rado esse sono, se non proprio in contraddizione, diverse le une dalle altre e quindi la risposta può essere una marmellata deviante, perché non pura.
Ma c’è dell’altro, altrettanto grave, se non più grave, secondo il professor Rasetti: «Sul piano della società in senso più ampio, stiamo subendo un vulnus tremendo in termini di proprietà intellettuale e della conoscenza. Per affrontare questo tema, l’umanità ha fondato le università, che sono di tutti coloro che vogliono apprendere e sono il mezzo con cui i cittadini delegano a una istituzione il compito di preservare la ricerca e quindi il progresso.
L’AI ha portato a situazione in cui la proprietà della conoscenza e dei dati, che ne sono il combustibile, è di privati che, aggiungo io, costruiscono capitalizzazioni di borsa stellari se sono quotati in borsa o comunque ricchezze elevatissime nel rivendere il sapere».
E su questo punto, al convegno sugli Stati generali della AI organizzata da questa casa editrice, è intervenuto anche il professor Oreste Pollicino, presidente di Class Editori e docente di AI Law all’Università Bocconi, partendo dall’AI Act, il regolamento che la Ue ha approvato per dotarsi di un quadro di riferimento.
Ma proprio recentemente il Consiglio europeo e il parlamento che hanno fatto? Hanno deciso di semplificare le norme. Commenta il professor Pollicino: «Il tema è capire che cosa ci sia dietro la semplificazione. Purtroppo, potrebbe esserci anche la decisione di rinunciare a regolare la AI. Vorrebbe dire una vera e propria rinuncia dell’Europa, che è all’origine della civiltà».
Una rinuncia a perseguire la verità, attraverso informazioni imporrebbe quantomeno di conoscerne nel dettaglio le fonti. Ha spiegato e ammonito il professor Rasetti: «L’AI non è una scienza. È una pratica sempre più efficiente, ma non una scienza. La grande battaglia da compiere è sul concetto di verità. Il grande problema è stabilirla, cioè differenziare il vero dal falso e il bene dal male».
Ma c’è un’area nella quale, secondo il professor Rasetti, la AI non esploderà, a differenza di quella finanziaria. Ed è l’area della cultura e dei contenuti. In questi due settori non ci saranno bolle esplosive. Perché, sottolinea con concretezza il professor Rasetti, per i contenuti, con tutti gli avvisi già dati sulle appropriazioni indebite di copyright, non ci sarà una bolla e letteralmente «in questa area la AI è una parte della nostra vita a cui non sapremmo neppure ancora rinunciare, quindi il denaro arriverà in quantità sterminata perché gli investimenti saranno in quantità sterminata».
E i risultati ci sono. Il professor Rasetti cita il trionfo, come lo chiama lui, del protein folding, cioè aver imparato a rappresentare le proteine sia come sequenza sia come forma. Oggi il mondo dispone di 200 milioni di conoscenze relative a 300 milioni di proteine. E 200 milioni di conoscenze include tutto il bagaglio delle proteine del corpo umano. Secondo il professor Rasetti, è un passo inimmaginabile rispetto alla farmacologia ordinaria, rispetto alle conoscenze scientifiche, rispetto alla genetica, rispetto a un passo dalla possibilità di avere una medicina personalizzata.
E nell’evidenziare i due opposti, il professor Rasetti qualifica come drammatico il secondo uso dell’AI, quello della guerra, letteralmente intollerabile. E aggiunge: «Ho sentito io generali a quattro stelle compiacersi del fatto che: “ti ricordi quanto ci costava un F35? E il risultato che ci portava? E bisognava spendere moltissimo per addestrare un pilota top gun”. Oggi, tutto è sostituito da droni: dei tubi dove basta mettere un pò di intelligenza artificiale che permette loro di individuare i bersagli con precisione assoluta, individuare la contraerea e schivarla con precisione assoluta. Ecco, vediamo che la AI può diventare micidiale anche per il male».
Dice il professor Rasetti: «Faccio lo scienziato da 60 anni e da sempre sono stato membro della Union of science: ora tutti i membri sono molto, ma molto preoccupati dell’uso militare della conoscenza e della loro scienza. E la AI, come tutti o quasi gli avanzamenti scientifici, ha anche questo drammatico risvolto».
Il professor Rasetti è stato tra i consiglieri anche di Papa Francesco per il documento in cui i leader delle religioni monoteistiche hanno concordato su una serie di principi, sull’uso responsabile della AI. L’Europa ha fatto la sua parte: da una parte la velocità con cui si muove la tecnologia, dall’altra la capacità di governarla.
«Vedo tanto, tanto ottimismo della ragione e poco ottimismo della percezione della realtà. E per questo anche la geopolitica dovrebbe e deve riflettere su questi fatti. Nel caso dell’iniziativa del Papa è paradossale che sia stato quasi sgridato di intromettersi, addirittura messo un po’ alla berlina perché aveva deciso di creare un gruppo di riflessione su una rivoluzione tecnologica quasi senza confini.
E per questo io sono molto critico verso la comunità scientifica, perché come dicevo, come scienziati non abbiamo avuto la capacità, in particolare fisici e matematici, di concepire una sorta di nuovo giuramento di Ippocrate, cioè qualcosa che ci vincoli nel nostro lavoro di scienziati ad avere tutta la libertà possibile di ricercare, ma avendo contemporaneamente l’impegno spasmodico di attenzione a quelli che sono o possono essere gli effetti negativi. Finora non ci siamo riusciti».
C’è poi il ritorno al tema fondamentale se la AI possa sostituire il cervello umano. E il parere del professor Rasetti è rassicurante: «Contrariamente a quanto pensa il mio collega e premio Nobel per la chimica e fondatore di DeepMind, Demis Hassabis, non sono d’accordo con lui sul fatto che a un certo punto avremmo un’intelligenza artificiale capace di riprodurre le dinamiche e le modalità di funzionamento di un cervello umano. Questo è un punto su cui io potrei parlare per delle ore.
Mi contengo comunicando con un pezzettino piccolo di storia. L’intelligenza artificiale è oggi dove è, per una cosa successa a metà degli anni 50, quando Francis Crick, il biologo premio Nobel, quello del DNA ad elica, stava facendo esperimenti sulle cellule, sui neuroni della corteccia cerebrale prefrontale cioè quel pezzo di corteccia cerebrale che abbiamo dietro la fronte. E a Cambridge in quegli anni c’erano Warren McCulloch, professore e un suo studente molto bravo: lavoravano sulle cellule e sui neuroni della corteccia cerebrale e arrivarono a poter calcolare che i neuroni e le cellule si potevano contare e formavano una rete. Questo per dire, appunto, che quella che possiamo chiamare intelligenza naturale può fare anche di più, in certe condizioni della AI.
Con la lucidità straordinaria che lo distingue, il professor Rasetti ha spiegato che, se l’uomo vorrà, non sarà l’AI a comandare, perché il cervello umano può prevalere sempre.
Grazie, professor Rasetti, per aver documentato come la AI generativa può fare cose straordinarie, ma solo se il cervello umano ha generato ricerca, numeri, informazioni, che dalla AI possono essere coordinati.
Nel nostro cartiglio, direbbero a Genova, cioè nel nostro circoscritto ambito dell’informazione che producevamo prima per essere stampata e poi per diventare sempre più digitale, abbiamo lanciato con il team guidato da un giornalista, ancorché un giornalista sempre più digitale come Roberto Bernabò, la prima AI generativa d’Italia.
MFGpt, che unendo all’alta tecnologia il credo delle funzioni che ciascun giornalista dovrebbe avere come obiettivo costante, cioè quella di fornire materiale affinché gli utilizzatori siano correttamente informati, rispetta ogni volta l’obbligo, per ciascuna particella che compone il sistema informativo, di dare la precisa indicazione da quale sistema proviene; perché è vero che pratichiamo da sempre un giornalismo il più possibile oggettivo, ma è bene che il cervello umano di ciascun lettore possa verificare da dove viene quella parte o quella intera notizia.
In modo che riprendendo, io che sono cresciuto lì, il famoso sotto testata di quello che fu Panorama diretto da Lamberto Sechi, e cioè «I fatti separati dalle opinioni», ogni lettore possa scegliere quale opinione formarsi solo sui fatti, non sull’informazione fatta per metà, o per 1/3 o per l’intero da opinioni scambiate per fatti. Un’opinione, qualsiasi opinione, deve formarsi sui fatti, non sui fatti mischiati con le opinioni di altri.
Lei, carissimo professore, sa benissimo, quanto conti per la democrazia la possibilità dei cittadini di formarsi la propria opinione, il proprio orientamento sui fatti e non su fatti bastardi o contaminati da opinioni. E che poi per ogni notizia o opinione ci sia la fonte, come avviene con la nostra MFGpt.
Grazie, Caro Mario, per il sapere e la saggezza che ci trasmetti.
Non può sorprendere che Anthropic stia superando OpenAI sulla strada per Wall Street. Anthropic è nata dall’uscita da OpenAI di due fratelli italiani, Dario e Daniela Amodei, con genitori originari di Massa Marittima, in Maremma.
Sono superiori, prima di tutto in una decisione: attribuire a ogni singola informazione la sua origine, la sua genesi, il suo autore. E per il rifiuto di rimuovere le restrizioni etiche sull’uso militare del suo modello di AI Claude, richiestogli dal Pentagono. (riproduzione riservata)