C’è stato un tempo in cui la siderurgia europea non aveva bisogno di giustificazioni. Forte di 500 siti produttivi in 22 Stati membri, il settore è tuttora un pilastro da 80 miliardi di euro di pil e 2,6 milioni di posti di lavoro. Sono numeri che spiegano perché, nonostante la profonda crisi industriale, Bruxelles continui a considerarlo un asset strategico. Eppure oggi quella massa critica non basta più: l’ingranaggio si è incrinato e la produzione di acciaio nei 27 è scivolata in un declino strutturale.
Dopo il crollo del 2023 e un 2024 segnato da stagnazione e capacità inutilizzata, anche il 2025 è stato un anno debole. Germania, Italia e Regno Unito hanno registrato riduzioni dell’output, margini compressi e un numero crescente di impianti che operano sotto il punto di equilibrio. A Berlino, in particolare, il settore dei metalli ha visto un aumento significativo delle insolvenze nel 2024, mentre in Uk la chiusura degli altiforni e i ritardi nella riconversione industriale stanno erodendo rapidamente la base produttiva.
La ragione della crisi va oltre il ciclo economico. Il report «Metals and Steel-Industry Outlook 2025/2026» di Atradius descrive un settore siderurgico globale entrato in una fase di instabilità strutturale, dove più shock agiscono contemporaneamente. Da un lato una sovraccapacità mondiale cronica, alimentata soprattutto dalla Cina, che nel 2024 ha prodotto oltre la metà dell’acciaio globale e continua a spingere sull’export per compensare la debolezza della domanda interna.
Dall’altro una crescita globale dei metalli di base che rallenta fino a sfiorare la stagnazione, comprimendo prezzi e redditività. Per l’Europa il quadro è ancora più complesso. Atradius segnala che la produzione di metalli di base nell’Unione resta sotto pressione, con un rimbalzo solo marginale atteso alla fine del 2026.
A pesare sono soprattutto i costi energetici, rimasti strutturalmente più elevati rispetto a Stati Uniti e Asia dopo la crisi del gas innescata dalla guerra in Ucraina. Nonostante le recenti promesse di Ursula von der Leyen su nuove misure strutturali in arrivo, in un settore energivoro come quello siderurgico questo differenziale si traduce in un handicap competitivo difficile da colmare.
A ciò si aggiunge una domanda interna debole, soprattutto da parte del settore automobilistico e di quello dell’edilizia, insieme con il rischio che l’acciaio respinto da altri mercati (a partire dagli Stati Uniti) venga dirottato proprio verso l’Europa, aumentando ulteriormente la pressione sui prezzi. In tal senso, secondo l’ultimo rapporto di Eurofer, nel solo 2024 l’Unione Europea ha importato 27,4 milioni di tonnellate di acciaio, di cui 16 milioni provenienti dall’Asia, a fronte di 16,7 milioni esportati.
Questa combinazione di fattori si riflette in una crisi industriale visibile in tutta Europa. In Germania Thyssenkrupp Steel Europe è diventata un simbolo europeo delle difficoltà del settore: perdite operative, capacità inutilizzata e una transizione verso l’acciaio verde che procede solo grazie a massicci sussidi pubblici. Berlino ha scelto di intervenire senza arrivare a una nazionalizzazione formale, ma sostenendo direttamente gli investimenti per la riconversione degli impianti.
In Francia, ArcelorMittal non è in crisi finanziaria, ma rappresenta un altro fronte sensibile. Il gruppo ha ridotto la capacità produttiva e rinviato parte degli investimenti, mentre lo Stato esercita una forte pressione politica per mantenere produzione e occupazione sul territorio. In Spagna, la crisi ha già prodotto una risposta più netta. Il gruppo Celsa, travolto da un eccesso di debito, è stato salvato dall’ingresso dello Stato nel capitale attraverso la holding pubblica Sepi, in una nazionalizzazione soft. Un modello che dimostra come, quando il mercato non regge più, il capitale pubblico si rivela essere l’azionista di ultima istanza.
In questo scenario potrebbe tuttavia esserci una via d’uscita. E Mario Draghi ed Enrico Letta l’hanno suggerita più di un anno e mezzo fa: il consolidamento. Così come in altri settori, anche nella siderurgia non esiste ancora un disegno coordinato in grado di creare operatori di dimensioni sufficienti per reggere la competizione globale e affrontare i costi della transizione verde.
E sebbene la necessità sia tutta europea, a muovere le prime pedine del risiko dell’acciaio europeo potrebbe essere un fondo americano. Il suo proprietario Michael Flacks, residente a Fisher Island ma nato nella di periferia di Manchester, si è detto «molto interessato» ad acquistare British Steel e a integrarla con l’ex Ilva di Taranto, dando vita a uno dei maggiori gruppi siderurgici del continente.
L’acciaieria inglese con 3 milioni di tonnellate di produzione e 3 mila dipendenti, è nella stessa situazione dell’ex Ilva dopo che il governo inglese l’ha messa in amministrazione straordinaria per toglierla ai proprietari cinesi che la stavano chiudendo, sommersi dalle perdite. Oggi sono entrambe alla ricerca qualcuno in grado di rilanciarle. Ma questa volta, senza Oscar Sinigaglia, resta solo Michal Flacks. (riproduzione riservata)