C’è una regola, per così dire, «sentimentale», che funziona tra gli alleati di governo: baci e carezze quando comincia l’avventura, dispetti e sgambetti nel finale di partita. Giacché a quel punto l’interesse comune sfuma, vecchi rancori personali incrudeliscono, ma soprattutto ciascun partito pensa al proprio tornaconto. E il tornaconto è il conto elettorale, è la conta dei voti mentre le elezioni s’avvicinano, sicché il tuo alleato diventa il tuo peggior nemico, o quantomeno il rivale che può scippare i tuoi consensi nella medesima fascia d’opinione politica. È una regola di ferro, che s’impone soprattutto se è impossibile progettare un nuovo esecutivo, perché la legislatura ha imboccato ormai l’ultima curva. E d’altronde ne fecero le spese pure gli unici due premier rimasti a Palazzo Chigi per un quinquennio intero, ossia Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi.
Sicché adesso ci risiamo. Anche il gabinetto Meloni s’iscrive fra i governi di legislatura, anch’esso sta sperimentando una notte dei lunghi coltelli. Stavolta la faida familiare s’accende attorno alla nuova legge elettorale, però non è una novità neppure questa: le riforme - istituzionali o costituzionali - in Italia sono sempre state fonte di sciagure per chi le proponeva, da Berlusconi a Renzi a Meloni con la sua riforma della giustizia bocciata poi dal referendum. E dunque: martedì la maggioranza va sotto sulle preferenze (almeno 30 franchi tiratori). Mercoledì si spacca su un emendamento di Futuro Nazionale sempre sulle preferenze (votato da Fratelli d’Italia ma non da Lega e Forza Italia). Giovedì volano gli stracci con accuse reciproche e una raffica d’insulti («vigliacchetti», per citare solo il più castigato). A ogni giorno la sua pena, proclama il Vangelo di Matteo.
Da questa giostra d’eventi e d’accidenti emergono un ammonimento e un paradosso. Il monito: attenzione, le preferenze uccidono. D’altronde nel 1991 la Prima Repubblica entrò in agonia con il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni. Colpiva un dettaglio della legge elettorale (abolendo la possibilità d’indicare tre preferenze sulla scheda); venne irriso da Bettino Craxi, che invitò gli italiani ad «andare al mare»; ma finì per intercettare il malumore popolare verso i partiti, che infatti da lì a poco chiusero baracca, assieme ai signori delle preferenze, da Andreotti a Gava, da Colombo a Bisaglia. E oltretutto in quest’ultima occasione l’emendamento sulle preferenze era un po’ farlocco: capilista bloccati, lista di candidati corta, scarsa tutela sull’alternanza di genere.
Dopodiché affiora il paradosso: i governi di lunga durata - com’è il caso del gabinetto Meloni - hanno in genere un rendimento peggiore di quelli brevi. E proprio la storia della Prima Repubblica ne offre la prova provata. Negli anni ‘50 furono governi in sella per pochi mesi - Scelba, Segni, Zoli - a permettere l’avvio di organi costituzionali fin lì in letargo (come la Consulta e il Csm) o a imprimere una svolta alla politica industriale (istituendo l’Iri e l’Eni). Nei primi anni ‘60 governi altrettanto effimeri come quelli di Fanfani e Moro nazionalizzarono l’energia elettrica e vararono la scuola media unica. Negli anni ‘70 una girandola di esecutivi introdusse Regioni, Servizio Sanitario Nazionale, Statuto dei lavoratori. All’alba degli anni ‘90 governi brevissimi come Amato I e Ciampi fronteggiarono la crisi finanziaria e avviarono il percorso verso l’euro.
Da che cosa deriva questo paradosso? Da una ragione tutta politica, giacché la politica è sempre irragionevole. Sta di fatto che nei primi cento giorni ogni governo è bagnato da un capitale di fiducia e può quindi battezzare riforme radicali, benché impopolari. Ma a lungo andare prevale l’inerzia, s’incrina il rapporto fra i partiti della maggioranza, l’opposizione si rinsalda. Da qui le crisi di governo, di cui in Italia abbiamo una ricca esperienza. Da qui la chimera della stabilità, perseguita ora con un marchingegno elettorale, ora con una riforma costituzionale qual è il premierato. Ma la stabilità può divenire a sua volta un paradosso. Quando maschera una forma d’impotenza, quando si nutre di veti incrociati. Dopotutto sono stabili i morti, non i vivi. Se il governo Meloni è ancora vivo, prima o poi dovrà battere un colpo. (ripdoduzione riservata)