Perché il Pil dell’Italia non cresce nonostante i 194 miliardi di Pnrr (che quest’anno finisce)?
Perché il Pil dell’Italia non cresce nonostante i 194 miliardi di Pnrr (che quest’anno finisce)?
Anche nel 2026 il prodotto interno lordo languirà. Motivo? I soldi già spesi del Piano di Ripresa e Resilienza non sono per le opere pubbliche ma per beni e servizi e sostegno alle imprese. Le stime del commissario Ue Raffaele Fitto e i nuovi lavori ferroviari in partenza, soprattutto a Sud

di di Roberto Sommella 02/01/2026 19:39

Ftse Mib
45.374,03 17.40.00

+0,96%

Dax 30
24.539,34 18.00.00

+0,20%

Dow Jones
48.382,39 22.10.47

+0,66%

Nasdaq
23.235,63 22.05.52

-0,03%

Euro/Dollaro
1,1717 21.50.37

-0,30%

Spread
71,46 17.29.46

+2,46

L’Italia ha ricevuto la quota più consistente del programma di rilancio europeo post pandemia. Il Pnrr consta di 194,4 miliardi ma il pil continua a restare sotto l’1%, solo lo 0,7%-0,8% previsto nel 2026 dai principali organismi, nonostante l’importo complessivo rappresenti quasi il dieci per cento di tutta la ricchezza nazionale. Perché questa difficoltà a godere appieno di finanziamenti e debiti che rappresentano una storica una tantum comunitaria del Next Generation Eu?

Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, già responsabile come ministro del Pnrr nel governo Meloni, spiega che bisogna avere pazienza, che il lavoro è stato enorme e, sottolinea a chi scrive, durante la cena per il Premio Thatcher assegnato alla premier Giorgia Meloni: «Senza Pnrr probabilmente l’Italia non avrebbe alcuna crescita, ma saremo in grado di completare le riforme».

Le previsioni della Commissione e del governo

Per Fitto, che durante il suo mandato ministeriale ereditato ora da Tommaso Foti ha effettuato una grande opera di riorganizzazione delle strutture dedicate al Pnrr, occorrerà fare bene gli ultimi passaggi perché «il Piano nazionale di riforme e resilienza non verrà prorogato oltre il 2026». Che significa avere praticamente un pugno di mesi a disposizione, considerando anche che la Commissione vive momenti di tensione per la guerra in Ucraina e il piano di finanziamento all’Ucraina col debito comune.

In Europa si sta assistendo ad un costante riposizionamento politico dei commissari a seconda dei risultati delle elezioni nei loro paesi d’origine. «Questo rappresenta un problema per operare al meglio in un contesto difficile come quello che abbiamo davanti», ragiona ancora il commissario europeo, per il quale l’Italia sarà in grado di spendere oltre 100 miliardi del Pnrr. Ma significa anche che con le geometrie variabili la commissione di Ursula von der Leyen sarà meno propensa ad avallare deroghe finanziarie. Dunque ogni paese dovrà fare da solo e la domanda chiave è: come si stanno spendendo questi soldi in Italia e perché non generano altrettanta crescita economica come fu ad esempio ai tempi della costruzione dell’Autostrada del sole, spartiacque tra dopoguerra e boom economico?

Lo stato di attuazione del Pnrr: i dati

Una risposta argomentata la fornisce Openpolis, osservatorio permanente sul Pnrr. In un contesto internazionale caratterizzato da grande incertezza, la sesta relazione del governo ha provato a fare chiarezza. Oltre il 60% dei progetti finanziati con i fondi europei sarebbe già concluso o in via di conclusione. Tale dato, se non contestualizzato, rischia di essere insufficiente per gli analisti.

Gli interventi già conclusi assorbono circa un terzo dei fondi già assegnati, un dato che scende al 24% se invece si considerano le risorse totali spettanti al nostro paese (molte delle quali ancora non sono state destinate al finanziamento di interventi specifici).

Viceversa, gli interventi ancora in corso valgono complessivamente il 67% dei fondi Pnrr già assegnati. Questo è un primo motivo della mancata trasmissione al prodotto interno lordo.

Sono 95 miliardi di euro i finanziamenti Pnrr assegnati a progetti ancora in corso o in fase di avvio. Una bella fetta insomma, quattro volte la manovra per il 2026, ma con un particolare rilevante. La gran parte dei progetti già conclusi riguarda infatti l’acquisto di beni o servizi (53,3%) o la concessione di contributi a privati o imprese (42,3%).

Meno del 5% dei progetti completati è relativo invece a opere pubbliche (infrastrutture o impiantistica), quelle che muovono il pil e che gli italiani possono vedere coi loro occhi. Ne consegue, secondo l’analisi di Openpolis, che a espandere il dato sui progetti già completati sono gli interventi di minori dimensioni o con un’implementazione relativamente più semplice.

Al contrario, per quanto riguarda le opere più complesse, l’Italia appare indietro.

La natura dei progetti completati

La gran parte dei progetti già conclusi riguarda infatti l’acquisto di beni o servizi (53,3%) o la concessione di contributi a privati o imprese (42,3%).

Meno del 5% dei progetti completati afferisce a opere pubbliche (infrastrutture o impiantistica), quelle che muovono il pil e che gli italiani possono vedere coi loro occhi. Ne consegue, secondo l’analisi di Openpolis, che a espandere il dato sui progetti già completati sono gli interventi di minori dimensioni o con un’implementazione relativamente più semplice.

Al contrario, per quanto riguarda le opere più complesse, l’Italia appare indietro.

La contabilità delle spese

C’è poi un altro elemento particolarmente rilevante da sottolineare: quello dell’accesso a dati aggiornati. Come già sottolineato più volte in passato da Milano Finanza, i non addetti ai lavori non possono ottenere informazioni direttamente da Regis, la piattaforma della Ragioneria generale dello Stato utilizzata per la rendicontazione dei progetti finanziati con i fondi del Pnrr. Probabilmente si saprà tutto a consuntivo, anche perché il Mef deve sapere come sono stati utilizzati i soldi.

Da questo punto di vista l’unica fonte disponibile è dunque rappresentata dagli open data presenti su Italia Domani, il sito ufficiale del Piano.

Dal documento sullo stato di avanzamento del Pnrr emerge che i progetti già conclusi o in via di completamento sono 164.566 e rappresentano appunto circa il 60,9% degli interventi attualmente monitorati. Questo dato è positivo ma deve essere contestualizzato oggi e anche nei prossimi anni.

Tali interventi, sulla base dei dati disponibili, valgono complessivamente circa 46 miliardi di euro che corrispondono a circa il 33% dei fondi già assegnati e al 24% del totale.

Viceversa i progetti in esecuzione, in fase di avvio o per cui l’iter non è valutabile per mancanza di elementi aggiuntivi rappresentano sempre secondo Openpolis all’incirca il 39% delle opere monitorate ma cubano complessivamente circa 95 miliardi di euro. Vale a dire qualcosa come il 49% dei 194,4 miliardi di euro circa assegnati nel complesso all’Italia: un euro su due.

Un dato che fa capire quanto lavoro debba ancora essere portato a compimento.

Trasparenza e fonti di dati sul Pnrr

Andando poi a scomporre gli interventi già conclusi in base alla loro natura, si può osservare che il 41% è costituito dall’acquisto di servizi e vale circa il 22% dell’importo totale delle opere concluse o in via di completamento (circa 9,7 miliardi di euro). Il 37% degli interventi conclusi invece rientra nella categoria dei contributi a soggetti diversi da unità produttive. Questi finanziamenti valgono in totale circa 14 miliardi di euro e rappresentano circa il 31% del valore dei progetti conclusi.

Viceversa, meno del 5% degli interventi completati è rappresentato da opere pubbliche. Nonostante una quota così limitata questi interventi valgono circa 14,5 miliardi costituendo quindi il 32,6% del valore totale delle opere completate. La forza del mattone, ben nota all’economia italiana. Da notare che la categoria dei lavori pubblici rappresenta quella più consistente per quanto riguarda la quota di risorse assegnate. Sono infatti pari a 70,3 miliardi gli importi Pnrr assegnati per la realizzazione di lavori pubblici (il 67,4% è assegnato a opere ancora in corso o in fase di avvio).

La differenza tra spese per beni e servizi e spese per opere pubbliche

Andando poi a scomporre gli interventi già conclusi in base alla loro natura, si può osservare che il 41% è costituito dall’acquisto di servizi e vale circa il 22% dell’importo totale delle opere concluse o in via di completamento (circa 9,7 miliardi di euro). Il 37% degli interventi conclusi invece rientra nella categoria dei contributi a soggetti diversi da unità produttive. Questi finanziamenti valgono in totale circa 14 miliardi di euro e rappresentano circa il 31% del valore dei progetti conclusi.

Viceversa, meno del 5% degli interventi completati è rappresentato da opere pubbliche. Nonostante una quota così limitata questi interventi valgono circa 14,5 miliardi costituendo quindi il 32,6% del valore totale delle opere completate. La forza del mattone, ben nota all’economia italiana.

Da notare che la categoria dei lavori pubblici rappresenta quella più consistente per quanto riguarda la quota di risorse assegnate.Sono infatti pari a 70,3 miliardi gli importi Pnrr assegnati per la realizzazione di lavori pubblici (il 67,4% è assegnato a opere ancora in corso o in fase di avvio).

Gli interventi conclusi

L’elemento più preoccupante che emerge dai dati presentati finora è quindi il fatto che appena il 28,5% di tali interventi sia considerabile come concluso o vicino al completamento. Questo elemento viene riportato anche dalla stessa relazione governativa che evidenzia come per le opere di maggiore complessità siano necessari tempi lunghi.

Gli esperti ricordano quanto sia significativo che, prima del Pnrr, secondo i dati riportati nel Rapporto sui tempi di attuazione delle opere pubbliche del Dipartimento delle politiche di coesione (2018), per opere di valore tra 0,5 e 1 milione di euro il tempo medio di realizzazione era pari a 5 anni e per le opere tra 2 e 5 milioni di euro era pari a 6,7 anni. Ma questo è normale in un paese che ancora dibatte sul Ponte dello Stretto.

Le concessioni di contributi, invece, generalmente prevedono un processo amministrativo molto più veloce rispetto ai lavori pubblici, riflettendo di conseguenza una maggior concentrazione delle risorse nella chiusura. E anche questo è spiegabile: non servono gare e appalti.

Le responsabilità dei governi Conte, Draghi e Meloni

Tale tendenza comporta alcuni aspetti critici, che coinvolge tutti i governi che hanno trattato il Pnrr: il Conte II (che lo ha ottenuto) l’esecutivo Draghi (che lo ha cambiato) e infine il governo Meloni (che lo ha centralizzato dal Mef a palazzo Chigi), i quali forse avrebbero fatto meglio ad affidare anche ad un commissario ad acta la gestione, prevedendo una sorta di contabilità separata di questo gigantesco nuovo piano Marshall al fine di controllarlo meglio.

Il Pnrr era stato concepito come risposta alla crisi dovuta al Covid-19. Uno strumento unico per il rilancio dell’economia che si sarebbe dovuto concretizzare in una serie di investimenti e riforme volti a modernizzare il paese e renderlo più efficiente e competitivo. Il ricorso a strumenti come incentivi e sgravi fiscali a favore di soggetti privati e imprese aiutano sicuramente a spendere le risorse del Pnrr più velocemente ma non è scontato che siano in grado di garantire negli anni un impatto strutturale tale da generare una crescita del pil nel lungo periodo. Un conto sono i soldi assegnati, un altro quelli che permettono di aprire un cantiere. D’altronde è la prima volta che l’Italia si trova ad affrontare una spesa del genere, dunque precedenti non esistono. Come non c’è garanzia che con tali strumenti, almeno stando alla Corte dei Conti, la quota minima del 40% di risorse al mezzogiorno sia generatrice di crescita.

Il confronto europeo

Un ultimo elemento che vale la pena passare in rassegna è la situazione europea. Tutti i paesi dell’Unione stanno incontrando delle difficoltà nell’attuazione dei propri piani. Tanto che ben 19 stati membri hanno presentato più di una richiesta di revisione. La performance italiana in questo senso è tra le migliori, ma anche questa medaglia non genera subito pil.

Ci sono alcuni paesi che, in proporzione, fanno meglio dell’Italia. Il primato italiano nell’attuazione del Pnrr – secondo il governo – deve confrontarsi con altri paesi membri. Per quanto riguarda la percentuale di milestone e target già completati, ad esempio, l’Italia attualmente si attesta sul 43% (54% considerando anche le scadenze legate alla richiesta di pagamento della settima rata). Considerando questa seconda percentuale, ci sono due paesi che fanno meglio: Romania (86% di scadenze completate) e Francia (73%). Ma questo conta poco.

Anche per quanto riguarda le richieste di pagamento l’Italia è in vetta alle classifiche, d’altra parte però non tutti gli stati hanno un piano che prevede l’erogazione dei fondi in 10 rate. Oltre all’Italia rientrano in questa casistica Cipro, Croazia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Facendo riferimento al rapporto tra richieste inviate e parere positivo già espresso dalla Commissione europea Openpolis osserva che c’è un paese che fa meglio, almeno per il momento, ed è la Grecia: una grande rivincita a dieci anni dal default.

Le prospettive del Pnrr: le grandi opere

La situazione del Piano è stata affrontata a fine dicembre dalla Cabina di regia convocata e presieduta dal ministro per gli Affari europei, il Pnrr le politiche di coesione, Tommaso Foti. Al tavolo hanno preso parte i ministri e i sottosegretari competenti, unitamente ai rappresentanti dell’Anci, dell’Upi e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Lo sforzo del governo appare costante in questa fase e ben condiviso dalle amministrazioni. Al centro dell’incontro, l’esame della settima relazione sullo stato di attuazione del Pnrr e la verifica puntuale dei progressi compiuti. La Cabina ha preso atto del raggiungimento dei 50 obiettivi legati alla nona rata. Si tratta di un pacchetto complesso, composto da 16 milestone e 34 target, la cui realizzazione ha coinvolto l’operato di ben sedici amministrazioni titolari. L’analisi dei dati finanziari restituisce un quadro in evoluzione, così come sottolineato dall’analisi precedente, con una novità: arrivano le grandi opere.

Con il conseguimento dei traguardi previsti, entro la fine dell’anno 2025, secondo le stime del governo, l’Italia avrà incassato complessivamente 153,2 miliardi di euro. A questa cifra si sono aggiunti ulteriori 12,8 miliardi di euro dell’ottava rata erogata a fine dicembre dalla Commissione Europea e un analogo importo arriverà come nona rata, la penultima di tutto il piano.

Dalla relazione emerge inoltre un dato significativo sulla capacità di messa a terra delle risorse: la percentuale di spesa mostra un trend di crescita costante. Alla data del 30 novembre la spesa effettiva ammontava a 101,3 miliardi di euro, poco più di quanto previsto da Fitto a inizio dicembre. Un importo destinato a salire ulteriormente considerando i pagamenti che verranno effettuati nel corso del mese di dicembre e gli strumenti finanziari già trasferiti ai soggetti gestori.

Le nuove reti ferroviarie e idriche

Tra gli obiettivi cardine della nona rata, passati al vaglio della Cabina di regia, spiccano finalmente interventi infrastrutturali di grande impatto. In primo piano c’è il potenziamento della rete ferroviaria ad alta velocità, con specifici avanzamenti lungo le tratte strategiche Napoli-Bari e Palermo-Catania: un’opera immensa e sfidante per le Fs e per le società che la stanno realizzando. Per quanto i riguarda i treni veloci Cristo è pressoché ancora fermo a Eboli.

Di fondamentale importanza per la tutela della risorsa idrica è poi l’intervento per la riduzione delle perdite, che ha visto la distrettualizzazione di 45.000 chilometri di reti. Sul fronte della sicurezza e della gestione delle emergenze, si registra il rinnovo della flotta del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco, potenziata con l’acquisizione di 3.800 nuovi veicoli.

In ambito energetico, una riforma di rilievo riguarda la creazione dello Sportello Unico per le Energie Rinnovabili, strumento chiave per la semplificazione amministrativa del settore.

Si vedrà alla prova dei fatti come funzionerà.

Conclusioni dopo tanti numeri? Se tutte queste opere verranno realizzate secondo i tempi previsti e senza sprechi, l’Italia potrà contare su una crescita costante nei prossimi anni. Ma la sfida riguarderà anche tutti i futuri governi e non sarà facile vincerla senza un passaggio di consegne che pensi al bene nazionale. (riproduzione riservata)